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Loro 1 di Sorrentino. Il vizio non cambia: giudicare, anziché provare a capire

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Verso il Cav e la sua cerchia, atteggiamento di Sorrentino da etologo o da entomologo: come se stesse esaminando animali, anzi insetti. Unica eccezione? Il ritratto di Veronica, praticamente una santa…

I pregi e i difetti di un film di Paolo Sorrentino sono i pregi e i difetti di un film di Paolo Sorrentino, appunto. Tutto piuttosto prevedibile, da un punto di vista della forma. Da un lato, fotografia raffinata, citazioni cinematografiche colte (stavolta, l’Antonioni di Zabriskie Point), pezzi di bravura, intuizioni notevoli; dall’altro, la sensazione di uno spiazzamento fine a se stesso, di un compiacimento nella “trovata”, di un narcisismo ricercato e un po’ autoreferenziale. Ammiratori e critici di quello stile troveranno dunque materia per confermare i loro giudizi: e soprattutto nella prima ora, nel bene e nel male, a molti sembrerà di assistere a una sorta di tempo supplementare de La grande bellezza.

Stavolta però – inutile girarci intorno – è il contenuto a pesare più della forma. Il film è centrato su Berlusconi (che pure compare soltanto dopo un’oretta, e che ragionevolmente dominerà la seconda parte del lungometraggio, in uscita il 10 maggio prossimo) e sulla sua cerchia. E il taglio dell’operazione è due volte politico: per l’oggetto a cui si applica, e per il pubblico soprattutto internazionale a cui il regista sembra volersi rivolgere.

Va detto che Riccardo Scamarcio è un Tarantini credibilissimo, e che Toni Servillo coglie con efficacia fotografica – e non in modo caricaturale – non pochi aspetti esteriori del Cav: la gestualità, alcuni sguardi, il pendolo tra seduzione e attitudine al comando.

Ma su tutto aleggia – come una spada di Damocle – il disprezzo del regista. Disprezzo verso il Cav, verso la sua cerchia, verso le zoccole (zoccole, zoccole: con tanto di accostamento a un topo di fogna gigante) e chi le procaccia, verso le sue televisioni (che letteralmente uccidono: vale per le pecore reali e per quelle metaforiche, cioè gli italiani). Un affresco di immondizia umana, di degrado, di arrampicate e di arrampicatori. Un atteggiamento da etologo, anzi da entomologo: come se Sorrentino stesse esaminando animali, per l’esattezza degli orribili insetti. Una specie di editoriale del Fatto Quotidiano in versione cinematografica.

Sta qui – a mio modo di vedere – il punto di debolezza del film, a prescindere da qualunque giudizio politico. Troppo ridotta la ricerca di sfumature, troppo approssimativo l’approccio alla complessità psicologica di ogni personaggio, troppo netto il giudizio (anzi: il pre-giudizio) che aleggia su tutto, su tutti.

Anzi, su quasi tutti, e qui casca l’impalcatura. C’è un solo personaggio verso cui la mano del regista è tenera, empatica, comprensiva, direi delicata: Veronica Lario, praticamente ritratta in odore di santità. Colta, sensibile, delusa, tradita. Anche qui non giudico la realtà (anch’io, pur non conoscendola, ho un’impressione molto positiva sulla signora Lario), ma l’operazione letteraria, l’approccio psicologico: come fai a ridurre tutto a un immondezzaio umano e poi, dentro quella melma, a descrivere un solo giglio, un solo fiore? Si capisce che – per dirla giornalisticamente – si tratti di una delle “fonti” di Sorrentino, ma il doppio standard è impressionante.

Ps
Si ha una riprova di molte cose (nel mio caso, l’altro ieri pomeriggio, in un cinema di Roma) guardando la platea, oltre che il film: una ventina di persone, di cui 16 o 17 (lo dico sorridendo) con immaginarie manette in tasca, con mormorii del tipo “che vergogna…” a sottolineare l’indegnità morale dei personaggi, con in tasca molte certezze e pochissimi dubbi. E, tra le certezze inscalfibili, quella di essere persone antropologicamente migliori di molti altri milioni di italiani. Chiunque cerchi le ragioni della crisi della sinistra, può trovarle in quel tipo di platea, in quegli sguardi, in quei sorrisini di scherno.

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Daniele Capezzone


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