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World Manufacturing Forum: l’Italia non può perdere il treno dell’industria 4.0

Matteo Marchesi di Matteo Marchesi, in Economia, Quotidiano, del

Il world manufacturing forum è una piattaforma aperta che riunisce e confronta le migliori culture industriali e manifatturiere del mondo. Ho avuto occasione di partecipare al primo evento targato Italia presso la bellissima location di Villa Erba, Cernobbio, Como.

Grande partecipazione: sono stati due giorni di lavoro e di ascolto. Durante la prima giornata è stato presentato il global report sull’industria manifatturiera nel mondo. È significativo evidenziare come il dott. Marco Taisch del politecnico di Milano ha illustrato una costante piccola crescita del settore piccole medie imprese qualora queste siano capaci di rinnovarsi, spesso rivoluzionando la propria produzione a favore di nuove tecnologie. Da qui siamo partiti.

Se abbiamo alle spalle un ricordo vivido e caro della terza rivoluzione industriale, consumata tra gli anni settanta e i primi anni ottanta, che ha portato la qualità dell’impresa del manufatto in Italia su altissimi livelli globali, non possiamo e non dobbiamo permetterci di rimanere indietro proprio ora, nel momento in cui si sta consumando una nuova era: l’industria 4.0. E invece stiamo arrancando. Le scelte politiche che stanno alla base dello sviluppo economico di ciascun paese devono ampiamente tenere in considerazione una rivoluzione in atto. Non bastano slogan e non bastano manovre correttive. Serve un percorso che abbia alla base un programma economico a lungo termine.

L’esigenza di inserire nuovi strumenti nella produzione porta principalmente due conseguenze rilevanti. In primo luogo, serve nuova formazione. Nel prossimo decennio non avremo più bisogno di operai sulle catene di montaggio che si occupano costantemente di una singola mansione, dobbiamo investire nell’istruzione qualificata che permetta di dare alla luce una nuova categoria di tecnici, altamente specializzati, che siano capaci di gestire un processo ormai automatizzato con l’ausilio di strumenti sempre più digitali. Questo significa investimenti. Non possiamo pensare che ministero di lavoro, sviluppo economico e istruzione, lavorino su strade parallele. La scuola secondaria e tecnica deve avere le possibilità di sviluppare le abilità manuali di ciascun ragazzo, grazie a una familiarizzazione di questi strumenti. Proprio essi caratterizzano la seconda conseguenza: non si può trascendere da concetti di cui sentiamo tanto parlare, ma non capiamo mai bene fino in fondo la portata, quali: realtà aumentata, analisi di big data e operazioni di archiviazione informatica di dati digitali quali ad esempio la c.d. block chain. Dobbiamo mettere nelle condizioni un ragazzo di sperimentare la realtà aumentata anche mediante un semplice tablet nell’estrazione di un disegno tridimensionale e dargli la possibilità di studiare la risoluzione di un problema, tecnico industriale, attraverso l’utilizzo di un modellino stampato in 3D.

Altrimenti rischiamo di sterminare quel che rimane della classe produttiva del paese. Se non siamo in grado di rinnovarci e renderci sostenibili e appetibili sul mercato, come possiamo pensare di competere con la manifattura orientale a basso costo?

Non possiamo e non dobbiamo rincorrere le delocalizzazioni aziendali, dobbiamo sorpassarle: sviluppare una produzione che costa poco quanto la manifattura cinese, grazie all’utilizzo di automazione e robotica, ma sia altrettanto migliore, perché chi gestisce la logistica e programma tali processi, sia di maggior competenza ed esperienza dei concorrenti.

Altrimenti rischiamo il collasso. Se non facciamo i conti con un processo in atto rischiamo di creare delle nuove disuguaglianze sociali molto rilevanti. Avremo una nuova classe sociale che si eleva e che permette ad operai specializzati di farsi un mutuo per comprarsi una bella casa, e mettere su famiglia, ed una classe di nuovi disoccupati che non hanno la capacità e le energie per riqualificarsi, creando solo spesa nuova spesa pubblica di assistenza. Tutto questo con una privazione personale allo sviluppo materiale ed economico del nostro paese.

Il “Piano Industria 4.0” sviluppato dall’ex ministro dello sviluppo economico, Carlo Calenda, conteneva delle luci a tal senso. Alla base ci sono diversi finanziamenti ed incentivi economici e fiscali per permettere ad una azienda di investire nel rinnovamento, ma i tempi sono dilatati. Il bonus sull’acquisto di nuovi software è sottoposto all’approvazione di una graduatoria di concorso pubblico a cui molte imprese hanno partecipato, ma a distanza di più di un anno, non ci sono ancora notizie. Il credito d’imposta spesso è fruibile attraverso procedimenti lunghi e complessi tra cui delle certificazioni molto costose che creano deterrenza tra gli imprenditori, già uccisi da una fiscalità e una modulistica estenuante, alla fattibilità o meno della richiesta.

Serve di più. Riprendere ed implementare. Altrimenti si rischia di restare al varco.

Matteo Marchesi

Matteo Marchesi


Una replica a “World Manufacturing Forum: l’Italia non può perdere il treno dell’industria 4.0”

  1. Avatar Federico libero ha detto:

    Industria 4.0 è il paradigma dell’industria del nuovo millennio, così come elettricità e macchina a vapore lo furono per la fine dello scorso millennio.
    Non si tratta di aspettare incentivi statali, ma di rivoluzionare la classe imprenditoriale attuale nata dal boom post-conflitto mondiale.
    Paradossalmente è la vecchia generazione di imprenditori che non ha gli strumenti culturali per comprendere la portata della nuova rivoluzione 4.0, mentre lo Stato ne è più consapevole, vedi Calenda.

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