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Il voto del Senato sull’autorizzazione a procedere una situazione win-win per Salvini

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Il panorama politico italiano ci ha abituati ad essere molto diffidenti nei confronti di chi, quando è al potere, fa appelli al garantismo, salvo poi trasformarsi tra gli scranni dell’opposizione nel peggiore dei giustizialisti. Tristissimo il tweet di Matteo Renzi – lo stesso che un anno fa, sulla giustizia, si autoconferiva il ruolo di antitravaglio – in cui il già presidente del consiglio scrive:

“Sono arrivate in Senato le carte del Tribunale dei Ministri nei confronti di Matteo Salvini. Dopo averle lette con attenzione e senza alcun pregiudizio ideologico, voterò a favore della richiesta di autorizzazione a procedere.”

È lampante, per quanto affidato alla celerità di un cinguettio, l’emergere di una precisa idea di far politica e della separazione tra poteri dello Stato tutt’altro che disgiunta da retaggi politici.
Prima del 1989, il Parlamento in seduta comune metteva in stato d’accusa il singolo ministro, su ciò avrebbe poi successivamente giudicato la Corte costituzionale. Disciplina rimasta immutata fino all’entrata in vigore della legge costituzionale n. 1 del 1989 che stravolse la funzione di controllo del Parlamento, prevista dalla Costituzione del 1948, nei confronti dell’Esecutivo. La camera di appartenenza di Matteo Salvini, il Senato, dovrà decidere se il ministro inquisito “abbia agito per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo”.

Ben oltre l’imminente valutazione da compiersi in assemblea, andranno gli effetti della decisione presa. Il quadro politico di certo è complesso, le opposizioni ben conoscono i contrasti, i dissidi e i malumori interni all’esecutivo tra Movimento 5 Stelle e Lega.
Qualunque risultato emerga dall’aula, il movimento ne uscirà scalfito. Di Maio & Co. si trovano in una posizione scomodissima, nelle ultime rilevazioni il movimento perde consenso vertiginosamente, al contrario della Lega che aumenta il proprio bacino elettorale, arrivando al 32 per cento (sondaggi Swg). Un voto contrario da parte dei senatori del Movimento 5 Stelle, sottoporrebbe il Movimento stesso ad un aspro e feroce giudizio pubblico, fors’anche sacrosanto verrebbe da dire – considerando la linea, più volte espressa, sulla giustizia – certamente ingiusto dati i presupposti scaturenti ovvero l’ingerenza esterna nell’indirizzo del Governo da parte del terzo potere dello Stato.

Un voto di segno positivo, ipotesi improbabile a causa della già detta discesa nei sondaggi, potrebbe provocare la caduta del governo, con effetti disastrosi per il partito di Grillo che vedrebbe venir meno la fiducia riposta da un pezzo di elettorato nel “governo del cambiamento” . In entrambi i casi la Lega ne uscirà rafforzata, sia in vista delle elezioni europee e sia in termini sondaggistici.
Imprevedibili saranno gli esiti di tale consolidamento sui rapporti interni alla coalizione; si andrà al voto prima delle europee? Salvini riuscirà fino a maggio a mantenere questa forza? Chissà, l’unica certezza è che tra l’incudine (il giudizio del corpo elettorale) e il martello (l’iniziativa della magistratura) si trovi un partito politico, il Movimento 5 Stelle, reso strumento d’attacco – o di difesa- a sua insaputa.

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Gianmarco Cimorelli


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