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Vittoria indipendentista in Catalogna, ma il quadro resta molto complicato

Avatar di Marco Faraci, in Esteri, Quotidiano, del

Si sono svolte domenica le elezioni per il Parlamento della Catalogna. Sono state elezioni anticipate svolte “in piena pandemia”, in modo del tutto normale, a dimostrazione che il coronavirus non è necessariamente una ragione sufficiente per congelare i processi democratici.

Il voto è stato segnato da una sfida a tre tra i socialisti (PSC), la Sinistra Repubblicana Catalana (ERC) e il partito dell’ex presidente Carles Puigdemont (Junts).

I socialisti hanno ottenuto di misura il primo posto in termini di seggi, catalizzando il voto unionista, anche grazie alla leadership di Salvador Illa, finora ministro della sanità spagnolo, che nell’ultimo anno ha ottenuto una fortissima visibilità in virtù della gestione dell’emergenza Covid.
In termini di seggi, il risultato tra i primi tre partiti è stato un sostanziale pareggio: 33 per i socialisti, 33 per ERC e 32 per Junts.

La principale interpretazione del voto tuttavia ruota, come sempre, attorno al bipolarismo tra indipendentismo e unionismo. In questo senso l’indipendentismo ha colto un successo chiaro, avanzando sia in termini di voti che in termini di seggi. I partiti indipendentisti ottengono, nel loro complesso, 74 seggi conto i 53 dell’unionismo e gli 8 voti di Podemos che, con una posizione non indipendentista ma favorevole al diritto all’autodeterminazione, si colloca fuori dai due blocchi. In termini di voti, per la prima volta l’indipendentismo ha superato il 50 per cento dei voti – traguardo che, da anni, si era posto come obiettivo chiave per la propria strategia.

Altre letture dei risultati, tuttavia, sono necessarie. La prima riguarda gli equilibri all’interno dell’indipendentismo.

L’alleanza tra ERC e Junts dovrebbe essere riconfermata, ma per la prima volta è ERC ad arrivare davanti e questo fa sì che il suo candidato Pere Aragonès sia ormai il favorito per la corsa alla guida della Generalitat. L’unico elemento di incertezza è rappresentato dal fatto che ERC e Junts non dispongono da soli della maggioranza dei seggi e necessiteranno anche in questa legislatura di una collaborazione – almeno l’astensione – dell’estrema sinistra indipendentista della CUP, da sempre partito ostico e imprevedibile.

ERC, in ogni caso, ha in mano altre opzioni che rafforzano la sua posizione rispetto a Junts. Da un lato avrebbe la possibilità di sostituire eventualmente l’appoggio della CUP con quello di Podemos. Dall’altro, avrebbe l’opzione teorica di un tripartito di sinistra con Podemos e Partito Socialista che faccia a meno di Junts – si tratta di un’ipotesi realisticamente non molto praticabile, ma il fatto che in linea di principio esista rafforza la prospettiva di Pere Aragonès rispetto a quella della candidata alla presidenza di Junts Laura Borràs.

Per pochissimi voti resta fuori dal parlamento il PDeCAT, l’unico partito indipendentista con una connotazione apertamente di centrodestra, penalizzato dal voto utile a favore di Junts. Nei fatti la rottura avvenuta qualche mese fa tra PDeCAT e Junts ha danneggiato entrambi i partiti; il primo non ha ottenuto seggi e il secondo ha perso, sia pur di un soffio, la corsa alla leadership dell’indipendentismo.

Sul fronte unionista, poi, le elezioni sono state un vero e proprio terremoto. Si è assistito al crollo totale di Ciudadanos, arrivata prima con 36 seggi nel 2017 e settima con solo 6 seggi nelle elezioni di domenica. Lo spazio di Ciudadanos è stato occupato in larghissima parte dal Partito Socialista che ha assunto in modo chiaro la guida dell’unionismo. Parte significativa dei voti di Ciudadanos si sono però spostati sulla destra nazionalista spagnola di Vox che è entrata in parlamento issandosi al quarto posto con 11 seggi.

Molto male sono andati anche i Popolari che scendono a 3 seggi e sono ormai non lontani dall’estinzione. Nei fatti, per molti versi, nell’ambito dell’unionismo, Ciudadanos e il Partito Popolare sono stati considerati dagli elettori “né carne né pesce”. Gli unionisti comunque legati ad una sensibilità catalanista ed al sistema delle autonomie hanno votato per i socialisti; quelli a favore di un nazionalismo centralista duro hanno votato per Vox.

Per il centrodestra spagnolo questo scacco deve rappresentare un elemento di riflessione. Non è possibile mantenere un atteggiamento puramente “negazionista” di fronte alla complessità e alla diversità culturale, nazionale e linguistica della Spagna. Tale atteggiamento, oltre a essere sbagliato nel merito, sta ormai condannando il centrodestra ad una posizione strutturalmente di minoranza a livello spagnolo, lasciando solamente ai socialisti la potenzialità di costruire alleanze vaste a vocazione “plurinazionale”.

Il successo di ERC e del PSC modifica, in parte, il quadro politico rispetto allo scenario precedente alle elezioni e potrebbe facilitare un percorso di dialogo tra Barcellona e Madrid. Ci sono vari elementi che giocano in questo senso. Da un lato, il governo di Sánchez a Madrid si regge grazie all’atteggiamento di non ostilità di ERC. Dall’altro, a Barcellona il PSC rappresenta per il governo catalano un’opposizione meno ideologicamente centralista di quella che era rappresentata da Ciudadanos.

Entrambi i partiti, poi, si troveranno in relativa sintonia sulle tematiche economico-sociali e  naturalmente alleati nella contrapposizione all’avanzata di Vox.

Insomma, ci possono essere le condizioni per riattivare quella “tavola di dialogo” la cui instaurazione era stata alla base del sostegno di ERC all’investitura di Sánchez ma che finora non è mai decollata.

Il tentativo che ERC potrebbe fare è quello di includere anche Podemos nella sua maggioranza di governo a Barcellona, con l’obiettivo di ampliare la base sociale e politica della rivendicazione nei confronti di Madrid. Nel suo discorso di vittoria, Aragonès ha, nei fatti, auspicato una maggioranza che non comprenda solo gli indipendentisti, ma tutti coloro che si riconoscono nei punti fondamentali dell’amnistia per i politici detenuti e del diritto all’autodeterminazione per la Catalogna.

Non c’è dubbio che la strada per un percorso negoziale tra il governo centrale e quello catalano resti stretta e in salita. Tuttavia, quello che appare chiaro è la persistenza di un pronunciamento indipendentista dell’elettorato catalano che non è stato frustrato né dalla repressione giudiziaria, né dallo stallo politico degli ultimi tre anni, né dalle nuove priorità portate dall’emergenza sanitaria.

Questo pronunciamento popolare è stato riconfermato negli ultimi anni in tutte le occasioni di voto democratico e rappresenta un dato di fatto che non può continuare a essere ignorato sulla base di visioni costituzionali e istituzionali puramente formali e la cui legittimità non emani dal consenso dei governati. Vedremo, da domani, quali prospettive eventualmente si apriranno per una soluzione politica al conflitto catalano.

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Marco Faraci


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