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Va bene la solidarietà agli imprenditori cinesi, ma quelli italiani dimenticati?

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Il coronavirus continua purtroppo a mietere vittime, e la triste contabilità dei morti è al momento di oltre 900 decessi in Cina. Nella provincia cinese di Hubei, focolaio dell’epidemia, si concentra il maggior numero di casi letali e di contagi, ma, come ormai sappiamo, tutto il mondo, inclusa ovviamente l’Italia, non è immune da rischi anche seri. Se da un lato è importante reagire con razionalità e senza panico, dall’altro non ci si può nemmeno permettere di sottovalutare un virus che finora ha già ucciso più della Sars nel biennio 2002-2003.

D’altra parte, la Cina non è la Corea del Nord, ovvero un Paese chiuso in se stesso dove ben pochi entrano e nessuno esce, ma è un gigante economico i cui cittadini viaggiano verso tutte le latitudini e nel quale entrano ed escono molti stranieri. È una terra ancora estranea alla democrazia e alla libertà politica, ma da anni si distingue per gli scambi commerciali con tutto il mondo e per un’emigrazione piuttosto consistente. Il coronavirus, oltre minacciare vite umane, si sta rivelando nocivo anche per l’economia del Dragone, sia in termini di Pil interno che per quanto riguarda tutte quelle attività imprenditoriali ed esercizi aperti all’estero da cinesi emigrati. La portata dell’epidemia, i conseguenti blocchi dei voli da e per la Cina, e la chiusura infine di alcune frontiere, stanno inevitabilmente frenando il cammino della locomotiva asiatica. In Italia, ma sta capitando anche altrove, si avverte, per esempio, un calo vistoso di clientela presso i moltissimi ristoranti cinesi nelle nostre città, affollati fino a poco tempo fa.

Se una qualsiasi partita Iva, intestata ad un cinese o a qualunque altro immigrato residente in Italia, in regola, come dovrebbero essere tutti, italiani e stranieri, a livello fiscale e contributivo, vive un momento di crisi, tutta l’economia del Paese ne risente in maniera negativa. Quindi nessuno dovrebbe rallegrarsi dinanzi ai ristoranti cinesi semivuoti.

Non bisogna però nemmeno tacere (senza fare, per carità, di tutta l’erba un fascio) le situazioni di lavoro sommerso ed irregolare, non vigilate a sufficienza dalle autorità italiane, che riguardano proprio la comunità cinese presente in Italia, né la tendenza degli imprenditori cinesi a dare lavoro anzitutto ai loro connazionali, evitando di assumere italiani. Ciò non toglie che dobbiamo essere dispiaciuti per questo momento economico tutt’altro che positivo per le imprese aperte in Italia da immigrati provenienti dalla Cina, le quali contribuiscono anch’esse al nostro Prodotto interno lordo.

Appare tuttavia un atteggiamento a dir poco discutibile quello di un certo establishment politico e giornalistico, non lontano dalla maggioranza di governo giallo-rossa, che praticamente accusa di razzismo coloro i quali preferiscono evitare, in questa particolare fase, di recarsi presso i ristoranti e gli altri esercizi cinesi. C’è anche chi, come le “sindache” di Torino e Roma, Appendino e Raggi, si reca di persona a mangiare in un locale cinese per invitare gli italiani a non avere paura e a fare altrettanto. Ci viene detto che non si rischia nulla nel pranzare o cenare in uno di quei ristoranti, e ci crediamo, ma non si può neppure biasimare chi sceglie di rinunciare, momentaneamente, ai ravioli al vapore e agli involtini primavera. Non certo per razzismo, se fino a ieri frequentava quei locali, ma per estrema precauzione. La Cina, come dovrebbe essere noto a tutti, non gode di un’informazione libera di criticare il regime comunista e di verificare e contestare le sue versioni ufficiali, quindi non abbiamo certezze granitiche circa la reale entità dell’epidemia. Mettiamoci anche che in Italia, dove si sprecano gli appelli alla calma, l’improvvisazione del governo, che si è già contraddetto più volte, non rassicura di certo.

Come è stato detto, i cinesi assumono tendenzialmente altri cinesi, peraltro con un notevole ricambio di personale, quindi chi ci garantisce che alle dipendenze delle loro attività non sia giunto nel frattempo qualcuno dalla Cina, approfittando della possibilità di aggirare il blocco dei voli tramite scali intermedi? Un dubbio legittimo che forse molti italiani si pongono. In questa emergenza è comprensibile una certa diffidenza, che ovviamente non può mai giustificare episodi di intolleranza.

In conclusione, comprendiamo che la classe politica penta-piddina, già propensa al servilismo verso il regime di Pechino, voglia essere più realista del re, ma agli italiani non sarebbe dispiaciuto vedere il medesimo impegno delle Appendino e delle Raggi, e di tanti altri, profuso anche per le tantissime piccole e medie imprese italiane condotte in molti casi al fallimento dallo Stato strozzino e dalle persecuzioni di Equitalia. Nessuno dei giallo-rossi ha mai trovato il tempo per incontrare una di quelle vedove di imprenditori italiani giunti alla disperazione e purtroppo al suicidio.

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Roberto Penna


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