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Uno scempio quotidiano: Conte prova a coprire con i suoi video la fallimentare gestione dell’emergenza

di Federico Punzi, in Politica, Quotidiano, del

Le apparizioni in video del presidente del Consiglio Giuseppe Conte sono sempre più surreali, tale è la distanza tra la finzione di una comunicazione nella quale secondo qualche esperto il premier si troverebbe addirittura “a suo agio” e la realtà di una gestione fallimentare da parte del governo in ogni singolo aspetto dell’emergenza coronavirus: sanitario, economico, europeo, giuridico.

L’annunciata proroga (fino al 13 aprile, per ora) delle misure restrittive è coincisa con una delle giornate più disastrose e confuse. Il crash del sito dell’Inps, che non ha retto al numero prevedibilmente alto di tentativi di accesso per richiedere il bonus di 600 euro e che, ad un certo punto, ha cominciato a mostrare profili di utenti a caso a chi fosse riuscito ad accedere. La Protezione civile che ha inviato ai medici 600 mila mascherine non idonee all’uso sanitario, un caval donato della Cina a cui aveva pensato bene di non guardare in bocca. A proposito, è ormai chiaro il “contrordine compagni”: le mascherine servono a tutti, eccome se servono, contrariamente a quanto ci era stato detto dal governo, dagli scienziati in tv e persino dall’Oms, solo perché non ce le eravamo procurate a sufficienza.

Ebbene, alla fine di una giornata come quella di ieri, nessuno dei tre giornalisti “invitati” alla videoconferenza ha pensato di chiedere conto al premier di almeno una di queste due clamorose debacle.

Conte ha adottato il suo solito tono paternalistico nel parlare agli italiani, trattati come bambini a cui tenere nascosto il piano (anche perché forse, ahinoi, un piano nemmeno c’è). Ok, prolunghiamo questi “sacrifici”, perché i nostri sforzi non siano vani, ma a differenza della comunicazione di altri governi, non c’è mai l’indicazione di obiettivi, di scenari, non c’è un bilancio di queste tre settimane di chiusura, non ci sono rassicurazioni su chi paga. Niente, solo la retorica del sacrificio e la stucchevole colpevolizzazione di “una sparuta minoranza di persone che non rispetta le regole”, sulla quale forse è fuori luogo focalizzarsi, proprio perché “sparuta”, insignificante rispetto ai problemi giganteschi che tra crisi sanitaria ed economica dovrebbero non far dormire il presidente Conte.

Ciò che è accaduto ieri è purtroppo emblematico della totale mancanza di consapevolezza della portata e della drammaticità della situazione economica e sociale. Certo, il sito dell’Inps è collassato, hacker o no ha mostrato limiti inaccettabili, è stato un fallimento dell’istituto, ma cosa ci si poteva aspettare da un click-day in piena emergenza sanitaria con milioni di richiedenti chiusi in casa senza poter lavorare e da quasi un mese senza reddito?

L’errore è stato a monte, da parte del governo, nell’aver solo immaginato di poter gestire questa fase con modalità ordinarie, come se si trattasse di elargire un qualsiasi bonus accessorio.

Gli autonomi, le Partite Iva, sono stati presi in giro e beffati due volte: prima, negando che si trattasse di un click-day, quando esattamente questo era previsto, chi prima arriva prende i soldi, poi con il crash del sito e la violazione della privacy di migliaia di cittadini.

Uno scempio: un’intera categoria di lavoratori, guarda caso base elettorale dei partiti di opposizione, costretta a non lavorare, umiliata con una mancia e, per di più, ostaggio per ore e per giorni di una frustrante fila telematica per richiedere il dovuto.

Il bonifico diretto era chiaramente la via, straordinaria certo, da seguire, intrapresa già da altri governi. Come ha efficacemente osservato Guido Crosetto su Twitter, nel 1992, “con le tecnologie di allora, in una notte, il governo riuscì a prelevare il 6 per mille da ogni conto corrente in Italia. Siamo nel 2020 e il governo, tramite i suoi strumenti, non riesce a far arrivare un euro in una tasca o conto, in 10 giorni”.

Una debacle che è anche l’ennesima prova evidente che il governo non ha minimamente compreso quanto sia drammatica la situazione per i lavoratori delle aziende private e le Partite Iva, che a quasi un mese dal lockdown, ma a ben più di un mese dall’inizio della crisi (nelle regioni del nord), non hanno ancora visto un centesimo.

Un’altra prova era arrivata pochi giorni fa, dall’annuncio del premier di sabato scorso, quando ha fatto credere di aver messo a disposizione dei Comuni quasi 5 miliardi per “buoni spesa” ai più bisognosi, mentre in realtà si trattava di briciole: 400 milioni. Della cifra complessiva girata ai sindaci, infatti, 4,3 miliardi non sono che un anticipo del fondo perequativo, già impiegato nei servizi sociali esistenti, mentre le risorse aggiuntive sono solo 400 milioni (133 euro per 3 milioni di famiglie, o la metà per 6 milioni), ma tanti sono bastati come alibi per scaricare sui Comuni l’onere di stabilire tempi e modi e di rispondere alle aspettative dei cittadini più bisognosi, che assedieranno gli uffici nel momento meno opportuno. Una carognata.

Non è mancato in questi giorni, ad aggravare la nostra condizione, il braccio “scassato ma prepotente”, come scrive oggi nel suo articolo Roberto Ezio Pozzo, della burocrazia. Non solo il flop dell’Inps. Tra circolari ministeriali deliranti e interpretazioni contraddittorie, dopo quasi un mese di lockdown il governo non è ancora riuscito a farci capire se ci è consentito o meno farci una corsetta intorno al palazzo e un giro dell’isolato con i bambini. Una circolare del Ministero dell’interno sembrava prevedesse la possibilità per un genitore di uscire con i figli piccoli pur restando vicino casa. “Non abbiamo affatto autorizzato l’ora del passeggio coi bambini”, ha cercato di chiarire ieri sera il premier, subito complicando in modo surreale le cose: “Abbiamo solo detto che quando un genitore va a fare la spesa si può consentire anche l’accompagno di un bambino. Ma non deve essere l’occasione di andare a spasso”. Quindi, non si può fare il giro dell’isolato con i bambini, ma si possono portare all’interno dei supermercati? Senza senso.

Confusione totale anche riguardo la posizione del nostro governo sugli strumenti europei per affrontare l’impatto economico della pandemia: Mes o non Mes? Dopo l’infelice frase di sabato scorso, passata sotto silenzio dalla stampa mainstream, “non passerò alla storia come colui che non ha fatto quello che andava fatto per i cittadini europei“, ieri sera Conte è sembrato ribadire (ma siamo all’interpretazione dei fondi del caffè…) la linea del Mes “senza condizionalità preventive o successive”, già bocciata da tedeschi e olandesi (e dal trattato), per cui la sua apertura ad un Mes “snaturato” (nel senso forse di light?) fa temere il peggio: non è che tra qualche giorno il premier dirà sì al Mes pretendendo di farci bere che “non è Mes” perché magari si chiamerà pippo?

Continua ad odorare di fregatura, di tradimento, questa gran voglia di Mes che circola nei soliti ambienti politici.

Perché non mettere prima alla prova il PEPP, il programma di acquisti della Bce per l’emergenza pandemia, incondizionato e ufficiosamente illimitato? Può darsi che sia un bluff, o “un’ora d’aria”, come magistralmente spiegato da Musso, ma non sarebbe il caso di andare a vedere prima di farci commissariare?

In ogni caso, è uno scandalo tra gli scandali che su questo passaggio fondamentale non sia stato ancora coinvolto il Parlamento.

Per far fronte al devastante impatto della pandemia, e della chiusura a cui siamo stati costretti, sul nostro sistema economico, il governo ha messo sul tavolo finora 25 miliardi (erano partiti da 3) e non centinaia come hanno fatto altri governi. Cosa aspettiamo?

La collaborazione su questi temi tra governo e opposizioni è una finzione e non comprendiamo perché di fronte a questo scempio quotidiano i partiti di centrodestra continuino a prestarsi alla pantomima di unità nazionale che è stata messa in piedi e non abbiano ancora, invece, posto nei termini più gravi al capo dello Stato, e all’opinione pubblica, la necessità e l’urgenza di cambiare pagina.

Tanto più che l’emergenza non è solo sanitaria ed economica. Nel nostro Paese è anche emergenza giuridica, come ha spiegato in questo articolo di alcuni giorni fa Giuseppe Portonera.

Mentre l’indignazione della sinistra e degli europeisti si concentra sulla legge d’emergenza voluta dal premier ungherese Orban, in Italia siamo sottoposti alle misure tra le più restrittive del continente, ma ciò che più preoccupa è che la sospensione delle libertà fondamentali di circolazione, riunione e impresa possa essere adottata extra ordinem, al di fuori, cioè, delle forme previste dalla nostra Costituzione, per decreti ministeriali, atti amministrativi che non hanno forza di legge, con il Parlamento scavalcato e svilito, che al massimo viene “edotto”, in ragione dei “pieni poteri” che si è attribuito il presidente Conte con un decreto che è legge e non prevede scadenze.

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

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