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Una rivolta contro il potere: un sintomo, non la causa della crisi della democrazia americana

Avatar di Stefano Magni, in Esteri, Quotidiano, del

“La notte della democrazia americana”, “il più brutto giorno della democrazia americana”, “scene da Paese dell’America latina”, “un golpe istigato da Trump”. Sono solo alcune delle definizioni date all’evento del 6 gennaio, negli Usa, quando i sostenitori di Donald Trump hanno assaltato simbolicamente, senza armi, il Campidoglio, sede del potere legislativo, interrompendo il processo di certificazione della vittoria di Joe Biden. Persino quei giornalisti che hanno resistito per quattro lunghi anni, sostenendo che l’amministrazione Trump è stata ricca di successi, hanno parlato dell’Epifania di Washington come di un “brutto finale”.

Però… gli eventi del 6 gennaio non sono stati affatto un “brutto finale” e neppure uno sfregio al sistema americano. Anzi, ci hanno ricordato quale sia la vera natura degli Stati Uniti, una nazione nata da una rivoluzione e mai finita sotto una dittatura proprio perché dominata da una cultura libertaria che diffida prima di tutto dello Stato e delle sue istituzioni. Il fatto che a risvegliare questo spirito sia stato Donald Trump, il primo “citizen president” (non politico), è una conclusione degna del suo straordinario quadriennio.

Anzitutto si danno molte definizioni sbagliate all’occupazione del Campidoglio, ma occorre capire cosa non è stata. Non è stata un golpe: non c’era un pezzo di esercito ammutinato (come nel caso di Spagna, Cile, Brasile e tanti altri casi simili) o una milizia di partito (come nel caso della Rivoluzione d’ottobre in Russia) che conquista la sede del potere per instaurare un nuovo regime.

I manifestanti di ieri erano per lo più disarmati e il loro intento non era neppure quello di sostituire gli inquilini temporanei del Campidoglio con un nuovo regime. Sentire le interviste, anche di chi ha azzardato l’incursione all’interno del Parlamento, può essere utile per meglio comprenderlo. Molti esprimono la paura che gli Usa finiscano sotto una dittatura, in particolare una dittatura comunista. “Come il Partito Comunista Cinese”, dicevano e si leggeva anche nei loro cartelli. Si definivano cristiani, nella maggior parte dei casi, quindi preparati ad evitare lo scontro (“porgi l’altra guancia”).

Lo scopo non era prendere il potere, ma “farci ascoltare dai nostri rappresentanti”, come hanno detto tutti i partecipanti alla marcia e all’irruzione nel Campidoglio. Ed è stata grande la costernazione quando un poliziotto ha sparato ad una manifestante disarmata. “Noi paghiamo le tasse per loro, eppure ci sparano”, ha detto un’anziana militante di Washington. Molti di loro avevano le bandiere con la striscia blu di “Blue Lives Matter”, la campagna di sostegno alla polizia durante le manifestazioni di Black Lives Matter, e deve essere stato un trauma vedere la polizia che spara su manifestanti disarmati, uccidendo Ashli Babbit, che pure era al di là di una porta a vetri (quindi tutt’altro che un’azione di legittima difesa).

Per chi parla di “violenza inaudita”, basta guardare al bilancio, per comprendere come la situazione fosse opposta rispetto a quella delle manifestazioni di Antifa e Black Lives Matter, dove vittime e feriti sono state in buona percentuale fra poliziotti e cittadini che non c’entravano nulla. Da maggio a ottobre, il movimento di estrema sinistra ha messo a soqquadro città intere, occupato aree, attaccato sedi istituzionali federali, provocando 19 morti, centinaia di feriti e circa 2 miliardi di danni. Nella manifestazione di ieri, non sono state danneggiate proprietà private dei cittadini di Washington. Nessuno ha sparato e le forze di sicurezza schierate in difesa del Campidoglio non erano l’obiettivo di un’aggressione.

Siccome non si può parlare di golpe, neppure di rivoluzione in senso giacobino o comunista, definizione che si attaglia meglio al moto di Black Lives Matter, quella di ieri cosa è stata? Una rivolta contro il potere. La storia americana, sin dalle origini, è punteggiata di rivolte contro il potere, quando questo diventa troppo tirannico. La filosofia dei Padri fondatori ricalca pur sempre quella di John Locke: “Quando non v’è giudice sulla terra, non rimane che l’appello a Dio nel cielo”, ognuno diventa giudice e risponde alla propria coscienza nel momento in cui il governo non rispetta il patto che lo ha finora giustificato.

Nel Boston Tea Party del 1773, rivoltosi camuffati da nativi americani abbordarono le navi inglesi alla fonda e versarono in mare tutto il loro carico di tè, protestando contro tasse e monopolio commerciale imposto da re Giorgio III. Fu un gesto dimostrativo forte che, allora, ebbe una risonanza simile all’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2021. Chi fa lo schizzinoso per il paragone, sappia che i rivoltosi di allora, considerati “bifolchi”, “plebaglia”, “contrabbandieri” e “faccendieri” (oggi si aggiungerebbe anche “evasori”) non godevano affatto di buona stampa negli ambienti che contavano. Anche la stessa Dichiarazione di Indipendenza (1776) esprime un principio che allora valeva per la corona inglese, ma che in futuro sarebbe valso anche per un governo americano:

“Ma quando una lunga serie di abusi e di malversazioni, volti invariabilmente a perseguire lo stesso obiettivo, rivela il disegno di ridurre gli uomini all’assolutismo, allora è loro diritto, è loro dovere rovesciare un siffatto governo e provvedere nuove garanzie alla loro sicurezza per l’avvenire”.

Ma c’erano gli estremi? C’è un disegno volto a “ridurre gli uomini all’assolutismo”? Su questo si può discutere all’infinito, ma come abbiamo precisato in più di un’occasione anche su queste colonne, ci sono per lo meno tantissimi segnali che lo fanno pensare. Nelle elezioni più atipiche della storia recente, con la metà dei voti arrivati per posta e dunque inaffidabili, con tutti i sospetti sorti su brogli e macchine dei voti malfunzionanti, i media e le istituzioni hanno reagito con la più totale omertà: video rimossi, post e articoli censurati. Non se ne può tuttora parlare privatamente sui social network, pena l’espulsione, la sospensione o l’intervento di qualche zelante amministratore che è pronto a sguinzagliare i suoi fact checkers “indipendenti” (che però verificano le notizie solo da una parte, giungendo sempre alla stessa conclusione: fake news).

Le agenzie di informazione appaiono ormai come un blocco compatto al servizio del nuovo presidente eletto. I media, poi anche i social media, hanno condotto un’azione politica contro Trump, giungendo a togliergli la diretta in conferenza stampa. Anche ieri, dopo i fatti del Campidoglio, il presidente ancora in carica si è visto bannato da Facebook e Twitter per dodici ore: hanno rimosso anche i video del suo discorso in cui invitava i suoi manifestanti a tornare a casa. Se i media sono stati omertosi, i giudici sono stati sordi ad ogni richiesta di chiarimento, respingendo inesorabilmente ogni accusa mossa dal team di avvocati repubblicani, guidato da Rudolph Giuliani. Le prove sono state diffuse, sono sfuggite alla censura, sono ormai note a tutti, ma non possono essere usate in tribunale per motivi che solo un avvocato o un giurista può spiegare. Di sicuro, per l’uomo della strada, appare solo uno scenario di abuso di potere da cui è impossibile difendersi.

La risposta dell’opposizione? Non pervenuta, quando non complice. Pochi senatori e deputati si sono detti contrari alla certificazione del vincitore Joe Biden. È prevalsa la tesi della “riconciliazione nazionale”, che dopo una storia di elezione incerta e di omertà su ogni sospetto suona sinistramente come: “Chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scordiamoci il passato”, con 74 milioni di elettori di Trump (il 72 per cento dei quali pensa che le elezioni siano state fraudolente) senza diritto di obiezione, per il bene della pace sociale. È in queste circostanze che è scoppiata la rivolta del 6 gennaio. Non è la rivolta in sé una minaccia alla democrazia, semmai è un sintomo molto grave che la democrazia americana è minacciata da un sistema di potere sempre più autoritario.

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Stefano Magni

Giornalista e saggista. Redattore esteri del quotidiano L’Opinione, collabora con La Nuova Bussola Quotidiana, Atlantico quotidiano e diverse altre testate.

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