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Turchia-Nato: storia di un rapporto sempre più complicato, tra deriva integralista e mire egemoniche di Erdogan

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La NATO sta affrontando un momento molto particolare: in un periodo di forte riassestamento e riorganizzazione dovuto alle nuove sfide globali, l’Alleanza Atlantica potrebbe ritrovarsi un nuovo nemico da fronteggiare, che sta crescendo proprio al suo interno. L’autoritarismo turco di Erdogan, integralista, estremista e guerrafondaio, rappresenta una delle peggiori forme di questo fenomeno. Sin dalla sua fondazione, ma ancora di più dopo la fine dell’Unione Sovietica, la NATO ha coltivato come valori fondanti quei concetti occidentali di libertà, democrazia e rispetto dei diritti umani. Oggi questi valori non sono più così condivisi, e sono diversi i Paesi in cui tali principi sono ridiscussi, se non addirittura violati, come il caso turco. Ci ritroviamo oggi con uomini al potere più vicini al Cremlino che non ai vicini alleati atlantici. Ed è proprio Putin che sta riuscendo, laddove i suoi predecessori sovietici hanno miseramente fallito, a incunearsi all’interno dell’Alleanza occidentale. Tra ingerenze nei processi democratici, sostegno a movimenti e partiti populisti, nonché una fabbrica di “troll” che sulla rete decanta le gesta del capo di Stato russo, Mosca sta provando lentamente a sfaldare quello che è considerato il blocco occidentale; blocco che si stava espandendo lentamente ma con costanza, inglobando quegli Stati europei che facevano parte del Patto di Varsavia e la Turchia.

Sin dalla sua nascita, la Repubblica turca ha cavalcato quel sogno kemalista che vedeva una Turchia moderna, occidentale, slegata dall’integralismo islamico e lontana dal comunismo sovietico. Un vero e proprio alleato per l’Europa occidentale e gli Stati Uniti, tanto da divenire nel 1952 membro della NATO e più recentemente un potenziale membro dell’Unione europea. Con alti e bassi, il percorso di avvicinamento ai valori occidentali è continuato fino al nuovo millennio. Persino nei primi anni al potere di Erdogan, in qualità di primo ministro, la Repubblica turca ha continuato questo processo. Tuttavia, le ambizioni autoritarie dell’attuale presidente, al potere fondamentalmente da 15 anni, hanno portato il Paese sempre più a rallentare il suo percorso di occidentalizzazione, sino a fermarlo quasi del tutto. Anzi, con un Erdogan sempre più potente, si è vista una radicale svolta che ha fatto, continuando tutt’ora, ripiombare la Turchia verso un integralismo islamico che influenza la vita dei suoi cittadini in tutti i suoi aspetti politici, culturali e istituzionali. Un inversione di marcia che sta definitivamente allontanando Ankara dal Patto Atlantico e dall’Europa occidentale.

Sin dal tentato golpe del luglio 2016, il governo di Erdogan ha mantenuto lo stato di emergenza che ha portato all’arresto di oltre 60 mila persone, con migliaia che hanno perso il proprio posto di lavoro. Inoltre, sul fronte dei diritti umani si sono registrate numerose violazioni, tra torture e arresti di giornalisti, magistrati e chiunque critichi le attività del governo. Persino chi, sui social media, ha espresso il proprio sdegno nei confronti delle azioni militari in Siria, si è visto perseguito. Il referendum costituzionale del 2017 non ha aiutato, garantendo il futuro passaggio da una repubblica parlamentare a una presidenziale e concedendo ampissimi poteri (soprattutto sulla magistratura) al presidente.

La deriva autoritaria della Turchia coincide inoltre con un allontanamento tra Ankara e Washington e un avvicinamento a Mosca. Il nemico giurato di Erdogan, Fetullah Gulen, considerato dal presidente il fautore del tentato colpo di stato del 2016, è rifugiato negli Stati Uniti, i quali hanno sempre rifiutato qualsiasi richiesta di estradizione della Turchia. Più volte questo ha portato a uno scontro tra Washington e Ankara. Recentemente, il governo turco pare abbia proposto agli Stati Uniti la scarcerazione di un pastore statunitense in Turchia in cambio dell’estradizione di Gulen. Sulla stessa onda, rientra anche la condanna a 7 anni di carcere di uno scienziato della NASA dalla doppia cittadinanza turco-statunitense, ritenuta dall’ambasciata americana “inconcepibile vista l’assenza di prove”. Tra l’altro, proprio l’ambasciata a stelle e strisce è stata al centro di una crisi con il governo turco, con l’arresto di alcuni suoi impiegati turchi e la risposta statunitense di bloccare la concessione dei visti, mossa replicata da Ankara e crisi poi rientrata dopo 3 mesi.

In aggiunta alle tensioni dovute al tentato colpo di stato, anche la politica estera risulta essere discordante. Washington, all’interno del contesto siriano, ha sin da subito supportato non solo i ribelli al regime di Assad, favoriti anche da Ankara, ma anche i curdi siriani. I curdi sono infatti una minoranza ritenuta criminale dal governo di Erdogan e le organizzazioni quali il PKK (Partito dei lavoratori curdi) e l’YPG (Unità di protezione popolare, forza militare curda) come terroriste. L’avanzata dei turchi in Siria, con la conquista di Afrin e la cacciata dei curdi, ha infiammato la tensione tra i due membri della NATO, e il successivo obiettivo dell’esercito turco, Manbij, è sede di alcune unità dell’esercito statunitense presenti in Siria. Il rischio di uno scontro a fuoco tra le due compagini è alto, e sarebbe il primo gravissimo caso di un ingaggio tra due membri NATO.

Da ricordare inoltre le mire turche nell’Egeo, che vede tutt’oggi scontrarsi quotidianamente Atene e Ankara per la sovranità di alcuni isolotti (episodio che nel ’96 rischiava di scatenare un conflitto, poi sedato dall’intervento statunitense), e la questione dell’isola di Cipro, divisa in una Cipro greca e una turca (quest’ultima non riconosciuta internazionalmente se non dalla Turchia), possibile futuro membro dell’Alleanza Atlantica, ma la cui adesione è in fase di stallo vista la frammentata realtà politica. Come se non bastasse, anche la scelta del presidente statunitense di riconoscere Gerusalemme capitale d’Israele ha scatenato la furia di Erdogan, uno dei maggiori sostenitori della causa palestinese. Sia chiaro, non per benevolenza, ma per opportunismo. Il caso ha infatti garantito a Erdogan un assist perfetto per il culto della sua persona, ponendosi così come paladino dell’Islam e foraggiando quell’ideologia neo-ottomana che lo vedrebbe come nuovo Sultano, appellativo affibbiatogli dall’informazione occidentale. La retorica antisemita è utile a questo scopo, con Israele che è diventata bersaglio di critiche sempre crescenti, se non minacce, da parte del presidente turco.

L’avvicinamento con la Russia rientra nel programma di Erdogan. Nonostante l’abbattimento di un jet russo nel 2015 e l’assassinio dell’ambasciatore russo in Turchia da parte di un poliziotto radicalizzato nel 2016, il rapporto tra Ankara e Mosca non è mai stato così florido. Tanto positivo da garantirsi l’acquisto del sistema d’arma russo anti-aereo S-400, piuttosto che i Patriot adottati in seno all’Alleanza Atlantica. Inoltre, la Turchia sta partecipando al processo russo di stabilizzazione della Siria, con Erdogan che ha più volte incontrato Putin e Rohani. Con la Russia, anche l’Iran si sta avvicinando alla Turchia, con l’esempio della crisi diplomatica dello scorso anno che ha visto il Qatar isolato dagli Stati arabi, ma supportato sia da Ankara che Teheran.

Persino l’Italia ha avuto una scaramuccia con la Turchia, quando lo scorso febbraio la marina militare turca ha bloccato la piattaforma Saipem 1200, in viaggio verso il blocco 10 della Zona Economica Esclusiva di Cipro, incaricata dall’ENI per iniziare le perforazioni di ricerca su una riserva di gas off-shore. Le esercitazioni navali turche non sono altro che una copertura alle mire energetiche della Turchia, vogliosa di trasformarsi in un hub energetico che possa collegare le ricche riserve mediorientali ai mercati europei. Questi nuovi giacimenti scoperti nel Mediterraneo orientale rischiano di ridurre l’importanza strategica della penisola anatolica dal punto di vista energetico, e il governo di Ankara non ci ha pensato due volte a utilizzare le pretese dello stato-fantoccio di Cipro Nord per fermare le iniziative cipriote, e di conseguenza, il lavoro dell’ENI. Ovviamente la risposta del governo italiano è stata debole e imbelle, con la Saipem costretta a tornare sui suoi passi dopo giorni di attesa. Curioso inoltre che la faccenda sia nata pochi giorni dopo l’accoglienza in pompa magna di Erdogan da parte del Presidente della Repubblica e del Presidente del Consiglio in Italia.

Risulta quindi, dopo questa lunga lista di episodi e tensioni, che la Turchia stia attraversando un momento buio, decisamente lontano dai valori occidentali. Se l’adesione all’UE è al momento bloccata (e ci mancherebbe altro), la presenza di Ankara nella NATO non è stata ancora messa in dubbio, essendo la Turchia un alleato fondamentale all’interno del Patto Atlantico, sia per questioni geo-strategiche, sia per i numeri che la Turchia può mettere in campo (essendo il secondo membro per numero di unità militari dopo gli Stati Uniti). Se Erdogan continuerà a giocare su più tavoli, non passerà molto tempo prima che qualcuno all’interno dell’Alleanza cominci a mettere in dubbio la permanenza della Turchia nel Patto Atlantico.

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Francesco Generoso


2 risposte a “Turchia-Nato: storia di un rapporto sempre più complicato, tra deriva integralista e mire egemoniche di Erdogan”

  1. Avatar Giovanni ha detto:

    Dopo la figuraccia fatta nell’Egeo non sarà questo governo dimissionario a voler cacciare la Turchia dalla NATO.
    Speriamo nel nuovo governo

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