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Lo tsunami bavarese apre una settimana ad alta tensione per l’Ue, alle prese con Brexit e manovra italiana

Federico Punzi di Federico Punzi, in Esteri, Quotidiano, del

Siamo ancora in attesa dei dati definitivi, ma ormai lo tsunami elettorale in Baviera è cosa certa e non resta che valutarne i contraccolpi, sia a livello nazionale che europeo. Ad essere travolto, infatti, dalle ondate dei Verdi da sinistra, e di Afd e FW (Freie Wähler) da destra, potrebbe non essere solo il cosiddetto “modello bavarese”, con la Csu praticamente sempre al governo da sola da sessant’anni, ma anche il modello Grosse Koalition, che in 13 anni ha fatto perdere a Cdu-Csu e Spd 30 punti percentuali di consensi (dal 70 del 2005, al 40 per cento di cui sono accreditati oggi i due partiti su base nazionale). Uno tsunami che potrebbe sancire anche il tramonto definitivo della leadership della cancelliera Angela Merkel, che potrebbe decidere di farsi da parte, come molti, anche sui più importanti media economici, invocano da tempo.

Anche perché la bocciatura dei partiti tradizionali non arriva dai Land della ex Germania orientale, dalle aree depresse del Paese, ma da uno dei Land che per agricoltura e industria è tra i più ricchi e vitali (anche dell’intera Europa). Insomma, difficilmente questo risultato può essere attribuito allo sfogo irrazionale di un elettorato ignorante, retrogado e irresponsabile. È l’establishment, il mondo economico e produttivo tedesco, che sta abbandonando Cdu-Csu e Spd, e con essi Angela Merkel, come si legge in una recente analisi di Pierluigi Mennitti per Start Magazine.

Dal voto in Baviera emerge un sistema politico frammentato, oggi completamente da ricomporre. Archiviata la mitica stabilità tedesca (che ha significato per lunghi anni stabilità anche delle politiche europee). Ed emerge un nuovo cleavage destra/sinistra, più simile a quelli visti in occasione della Brexit nel Regno Unito e Trump negli Usa: i Verdi, la sinistra in cui si rifugiano i ceti abbienti e globalisti delle area urbane; e i movimenti di destra, nazionalisti in quelle rurali.

I profondi mutamenti del quadro politico in Germania non potranno non avere ripercussioni anche sull’Unione europea, che entra in una settimana delicatissima della sua storia con la sua principale camera di compensazione e di moderazione – Angela Merkel – estremamente assottigliata e logorata. Potrà sembrare un’esagerazione, ma su due particolari dossier che saranno affrontati nei prossimi giorni – Brexit e manovra di bilancio italiana – l’Ue si gioca molto del suo futuro. A fine settimana avremo le idee più chiare su quanto più larga di oggi sarà la Manica e avremo i primi riscontri sull’atteggiamento prevalente nei confronti del governo italiano sulla manovra di bilancio. Riguardo la Brexit, la strategia negoziale dell’Ue, grazie anche agli errori commessi dalla May, può effettivamente gettare nel caos il governo e la politica britannici, ma al prezzo di provocare danni di medio-lungo periodo ancora maggiori, e reciproci, nei rapporti con il Regno Unito.

Il governatore della Bce Mario Draghi sabato scorso ha cercato di richiamare agli ordini gli scolari indisciplinati, i bulletti che hanno rubato la scena nelle ultime settimane sia a Roma che a Bruxelles e spaventato i mercati, invitando “tutte le parti” – “non solo l’Italia”, ha detto espressamente – ad “abbassare i toni” e dicendosi “ottimista” sulla possibilità di arrivare a un compromesso. Perché “sappiamo che ci sono procedure stabilite e accettate da tutti”, ma anche che in passato “ci sono state deviazioni, non è la prima volta e non sarà l’ultima”, ha ricordato Draghi suggerendo di non drammatizzare queste deviazioni. Insomma, un esplicito invito a venirsi incontro, a far prevalere la flessibilità della politica sulle rigidità delle regole e della propaganda.

Come già dimostrato in passato Draghi sembra tra i pochi consapevoli che alla politica spetta riempire le attuali falle nella costruzione europea, se si vuole che il progetto abbia un futuro. La realtà infatti è che dalle crisi del 2008 e del 2010 non solo l’Italia, anche l’Ue non ha ancora attuato le riforme necessarie e a lungo annunciate.

Al contrario, la Commissione a Bruxelles e alcuni leader europei, come Macron, sembrano agire nei confronti dell’Italia – come nei confronti del Regno Unito per la Brexit – con l’intento di infliggere i maggiori danni possibili. Far leva sulla paura per la tenuta del sistema bancario, attraverso dichiarazioni incendiare che spaventano i mercati, per indurre il governo gialloverde a più miti consigli, alla resa, o magari fino a provocarne la caduta. Non importa quali possano essere le reazioni di un elettorato che già oggi prova disillusione quando non collera nei confronti dell’Ue, a pochi mesi da nuove elezioni europee. Lo scopo è provare il fallimento della prima esperienza di governo populista ed euroscettica in un grande Paese europeo, come monito per tutti gli altri. Quanto questa sia la strategia migliore per servire gli interessi dell’Ue è tutto da vedere – Draghi non ne sembra convinto.

Certo, anche i leader della maggioranza di governo a Roma stanno tirando al massimo la corda per massimizzare i loro consensi in vista del voto di maggio 2019, e i rischi insiti nella loro manovra per l’Italia sono evidenti. Ma come osservava qualche giorno fa Ambrose Evans-Pritchard sul Telegraph, il “chicken game” è molto pericoloso anche per l’Ue. Il gioco è quello di due auto che si dirigono a tutta velocità l’una contro l’altra, ciascun guidatore contando sul fatto che sarà l’altro a spaventarsi e a sterzare per primo, diventando il “pollo” della situazione. Ma se nessuno dei due si scansa, lo scontro diventa inevitabile e disastroso per entrambi.

Non sono tanto i punti percentuali di deficit in più previsti nel Def a inquietare i mercati, scrive Evans-Pritchard, ma una eventuale “escalation dello scontro politico tra l’alleanza Lega-5Stelle e Bruxelles, che – se mal gestita – comporta il rischio di un’uscita dell’Italia dall’euro e la rottura dell’unione monetaria”. Quando Juncker ha agitato lo spettro di una “nuova Grecia”, ha “volutamente gettato benzina sul fuoco”. Lo spread sale e l’aumento dei tassi erode il capitale delle banche italiane, che hanno in pancia ancora un quarto del debito pubblico negoziato. Una “strategia calcolata” (i mercati insegneranno agli italiani come votare, come ebbe a dire non molto tempo fa il commissario Oettinger), ma rischiosa, perché “i margini del gioco sono stretti”, avverte il commentatore del Telegraph. Se si va troppo oltre, l’Ue rischia di generare essa stessa una crisi del credito, che travolgerebbe il sistema bancario italiano, e una nuova spirale recessione-debito. “Il vecchio amico della crisi della zona euro, il circolo vizioso”, ricorda Evans-Pritchard: “Titoli di debito pubblico e banche possono ancora abbattersi a vicenda in un effetto a spirale”, il noto “difetto fondamentale” dell’unione monetaria, che dalle precedenti crisi l’Ue non ha ancora sanato.

Bruxelles potrebbe aver visto giusto nel calcolare che Roma cederà, “Juncker potrebbe riuscire a terrorizzare l’Italia fino a indurla alla sottomissione nelle prossime settimane. Ma potrebbe invece appiccare l’incendio che brucerà la sua casa europea”. Quando infatti l’Italia fosse davvero portata sull’orlo del default, o per evitarlo in procinto di lasciare l’euro, convertendo i suoi debiti in lire, potrebbe essere evitato a quel punto il “contagio” in Grecia, Portogallo e Spagna? E i creditori tedeschi e francesi? Rischierebbero il loro trilione di euro, o la Germania e gli altri Paesi del Nord accetterebbero quello che finora hanno rifiutato, ovvero l’unione fiscale, con una banca centrale prestatore di ultima istanza? Difficile, ma l’alternativa avverte Evans-Pritchard sarebbe la “distruzione reciproca assicurata”, la dissoluzione dell’Eurozona. “L’Italia avrebbe almeno qualche effetto di compensazione: un vantaggio competitivo dovuto alla necessaria svalutazione (il tasso di cambio reale è del 20 per cento troppo alto) e una ripartenza dopo il taglio parziale del debito. Difficile invece vedere quale potrebbe essere il lato buono della medaglia per Germania, Olanda o Francia. Quindi chi ha davvero il coltello dalla parte del manico?”. Se davvero il gioco di Lega e M5S è creare proprio il consenso necessario per l’uscita dall’euro, l’Ue rischia di spingere la situazione talmente al limite che finirà con l’essere complice del piano.

 

Federico Punzi

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

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