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Trump show al vertice Nato di Londra: Macron ko davanti ai giornalisti, ma ne ha per tutti

Federico Punzi di Federico Punzi, in Esteri, Quotidiano, del

Minaccia dazi a Francia e Italia per rappresaglia contro la web tax, non teme di tenere aperta la disputa commerciale con Pechino anche nel 2020

Donald Trump mattatore a tutto campo nel primo giorno del vertice Nato di Londra per celebrare il 70esimo anniversario dell’alleanza militare di maggior successo nella storia. Come vedremo, ne ha avute per tutti: Macron, Erdogan, Ue, Cina. E oggi tocca a Giuseppi.

Il presidente americano si presenta forte di due successi. Il suo approccio duro, a volte sprezzante, sul tema degli impegni di spesa degli alleati sta funzionando. Sta riuscendo dove i suoi ultimi predecessori hanno fallito. Dopo tre decenni di costante discesa, dalla sua elezione nel 2016 la spesa militare degli alleati è tornata a crescere: nel 2019 130 miliardi di dollari in più rispetto al 2016 e nel 2024 i miliardi in più saranno 400. Raddoppiato da tre a sei il numero dei membri Nato che rispettano l’impegno di spendere nella loro difesa il 2 per cento del Pil. Secondo Les Echos, le spese militari europee nel 2019 hanno superato la soglia dei 300 miliardi di dollari, tornando ad un livello paragonabile a quello del 1989, alla vigilia della caduta del Muro di Berlino.

Sul piano del riorientamento strategico dell’Alleanza, Trump è riuscito ad imporre una riflessione strategica sulla Cina, il vero rivale del XXI secolo per i Paesi che si riconoscono nei valori dell’Alleanza. Un documento riconoscerà per la prima volta le sfide alla sicurezza degli alleati rappresentata da Pechino. Certo, la Nato non dovrà sottovalutare la minaccia del terrorismo islamista, ma attori non statuali, per quanto pericolosi, non possono diventare la priorità dell’Alleanza, come ultimamente sta sostenendo invece il presidente francese. Sarebbe riduttivo rispetto alla competizione sempre più non solo commerciale ma anche ideologica, tecnologica e militare con la Cina, al confronto con una Russia ancora assertiva e alle minacce dai rough regimes come Iran e Corea del Nord. Durante l’incontro stampa tenuto insieme al segretario Stoltenberg, il presidente Trump ha lanciato un messaggio di avvertimento a Pechino, proprio mentre la “prima fase” del durissimo negoziato commerciale sembra in dirittura d’arrivo e nel mezzo delle tensioni tra i due governi su Hong Kong: “Non ho una scadenza” entro la quale raggiungere un accordo, ha spiegato ai giornalisti. Anzi, “in qualche modo, penso che con la Cina sia meglio aspettare fino a dopo le elezioni”. Tattica negoziale, o davvero, come riteniamo possibile, il presidente Usa ritiene che tenere aperta la guerra dei dazi con Pechino nell’anno delle presidenziali 2020 possa addirittura giovare alla sua campagna per la rielezione?

Il vertice di Londra è stato preceduto dalle irresponsabili parole di Macron che hanno innescato un durissimo confronto a distanza tra il presidente francese e quello turco Erdogan, con il primo che senza mezzi termini annunciava all’Economist la “morte cerebrale” della Nato, dichiarando di non sentirsi impegnato a difendere la Turchia da un eventuale attacco da parte di Siria e Russia, e il secondo che rispondeva che ad essere “brain dead” è proprio Macron.

Tutti gli occhi, dunque, erano puntati sui due leader, ma atterrato a Londra il presidente Trump si è subito ripreso la scena. La risposta a Macron non si è fatta attendere, ha definito le sue parole “offensive per molte forze diverse, incluso un uomo che fa un ottimo lavoro nella gestione della Nato (il segretario Stoltenberg, ndr)”. Dichiarazioni “molto, molto odiose” da fare riguardo 28 Paesi. “Nessuno – ha rincarato il presidente Usa – ha bisogno della Nato più della Francia, se si guarda indietro all’ultimo lungo periodo di tempo… Ecco perché penso che quando la Francia fa una dichiarazione come hanno fatto sulla Nato, è una dichiarazione molto pericolosa per loro”.

Ma a Londra il presidente Macron ha ribadito la sua affermazione sulla “morte cerebrale” della Nato e non è arretrato nella sua polemica con Erdogan, rincarando la dose proprio durante l’incontro congiunto con Trump davanti alla stampa. Ha accusato Ankara di cooperare “a volte con gruppi alleati dell’Isis”: “Il nemico comune sono i gruppi terroristici, ma mi duole dire che non diamo tutti la stessa definizione di terrorismo attorno al tavolo. La Turchia combatte spalla a spalla con noi contro l’Isis, ma a volte lavora con gli alleati di Daesh”.

Qui si è inserito Trump che ha lanciato la sua provocazione al presidente francese: “Non ne ho parlato con il presidente – vorresti dei simpatici combattenti dell’Isis? Posso darteli, puoi prendere tutti quelli che vuoi”. Il presidente americano aveva appena finito di spiegare che la maggior parte dei combattenti stranieri dello Stato islamico catturati in Siria provengono infatti dalle città europee: da Parigi, Berlino, Bruxelles, Londra.

Macron ha cercato allora di aggirare la domanda con una lunga e articolata risposta, condita con un invito al presidente Usa ad “essere serio”: “È vero che hai foreign fighters provenienti dall’Europa, ma questa è una piccola minoranza del problema complessivo”. “Ecco perché è un grande politico, perché questa è una delle più grandi non risposte che abbia mai sentito”, ha affondato il colpo Trump, con Macron costretto ad incassare. Il tutto davanti ai giornalisti.

Anche il presidente turco Erdogan si presenta al vertice di Londra sfidando l’Alleanza, e in particolare la potenza leader, Washington: la sua decisione di acquistare e rendere operativo il sistema di difesa russo S400 è un vero e proprio affronto e presenta non trascurabili problemi di compatibilità e sicurezza con i sistemi Nato.

Ma in termini pratici, sia la sfida di Macron che quella di Erdogan appaiono di corto respiro. Il reset con Mosca avanzato dal presidente francese nella sua intervista all’Economist è nato morto, non essendovi ancora le condizioni e, in ogni caso, dovendo essere Washington e, in subordine, Berlino a guidarlo. Quanto alla Turchia, Erdogan può alzare il prezzo, tirare la corda su questioni come l’S400, la Siria o la Libia, ma sa bene che il suo Paese è più sicuro dentro la Nato che fuori.

Certo, il Sultano, con la sua spregiudicata politica dei due forni, la ricerca di un’autonomia strategica, le sue ambizioni neo-ottomane sia verso l’Europa che verso oriente, rappresenta oggettivamente un dilemma per la Nato, e il presidente Trump non ha risparmiato nemmeno a lui una frecciatina: “Per quanto mi riguarda, mi piace la Turchia e vado molto d’accordo con il presidente e spero che sia un ottimo membro della Nato… o lo sarà“. Lasciando intendere, dunque, che ad oggi non lo è, ma dovrà esserlo.

L’ambiguità di Ankara in Siria non è con l’Isis, come sostiene Macron, ma con i gruppi islamisti vicini ad al Qaeda, in funzione anti-Assad e anti-curdi – anche perché si è vista abbandonata dall’amministrazione Obama su due questioni chiave per la sua sicurezza nazionale. Ma occorre distinguere: un conto è tenere testa alle bizze di Erdogan, contrastare il suo doppio gioco, un altro mettere in discussione la membership Nato della Turchia. Non si getta via un alleato strategico perché non ci piace il presidente attuale. Trump sembra averlo capito e cerca di limitare i danni, Macron sembra non arrivarci. Bisogna provare a tenere la Turchia dentro giocando bastone e carota con Erdogan: magari passa, magari no, ma Ankara è un membro troppo importante per liquidarlo come sembra voler fare il presidente francese. Anche perché sulla questione curda, sul PKK, anche le principali forze dell’opposizione laica non transigono, oggi come ieri.

In realtà, a noi pare che Macron abbia semplicemente usato l’offensiva turca in Siria e il ripiegamento Usa come pretesto per evidenziare le difficoltà della Nato e dare forza al progetto di una difesa comune europea in alternativa ad essa, ovviamente guidata da Parigi. Il presidente francese però è finito in fuorigioco. Il suo passo falso ha fortemente irritato anche i tedeschi, aprendo lo spazio per un disgelo dei rapporti tra Washington e Berlino, che dovrebbero riprendere un lavoro comune a partire da un piano per il “giusto contributo” della Germania all’Alleanza.

Per il momento, infatti, almeno in questa prima giornata, Trump non sembra aver preso di mira Berlino come in altre occasioni.

Alla vigilia del summit Nato di Londra e a poche ore dal bilaterale con Macron, arrivava da Washington una nuova minaccia di dazi sulle importazioni dalla Francia, come rappresaglia per l’introduzione della web tax. Gli altri Paesi europei che dovessero seguire la strada francese sono avvertiti. “Gli Usa agiranno contro i regimi di web tax che discriminano le società americane”, come Google, Apple, Facebook e Amazon, ha avvertito il rappresentante per il commercio Robert Lighthizer, minacciando tariffe punitive fino al 100 per cento su 2,4 miliardi di dollari di importazioni dalla Francia. I 90 giorni di tregua concordati con Parigi per tentare un’intesa sulla web tax sono scaduti la scorsa settimana senza un accordo. E così Lighthizer ha divulgato i risultati di un’indagine dalla quale risulta che la Francia tassa in modo improprio e discriminatorio i colossi americani del web. Ma il rappresentante Usa ha citato fra i possibili bersagli anche l’Italia (nella legge di bilancio per il 2020 è prevista un’aliquota del 3 per cento), la Turchia e l’Austria.

Oggi quindi potrebbe toccare al premier Conte, all'”amico Giuseppi“, subire la ramanzina del presidente Trump durante l’incontro bilaterale.

Federico Punzi

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

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