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Trump il presidente operaio e il “Republican Workers Party”

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“No guarda”, mi spiega un quasi coetaneo finanziere, “Trump non è veramente interessato ai lavoratori, agli operai. È un demagogo, è cinico. Solo la sinistra riformista può salvarli: non mentendo loro, ma dicendo la verità”, mentre un probabile Gentileschi fa capolino alle sue spalle, e a destra quasi entra nel salone una delle più belle cupole di Milano. Casa sua: c’era anche prima della crisi del 2008 ma forse grazie a quella si è comprato il Gentileschi, e molto altro. Vi risparmio quale sia la verità che i lavoratori americani e di rimando europei dovrebbe sentirsi dire dalla “sinistre riformiste”, qualsiasi cosa il mio interlocutore volesse dire usando questo termine. Però casualmente pochi giorni dopo, il 2 dicembre, il Boss, Bruce Springsteen, rilascia una lunga intervista al Sunday Times ammettendo, lui, il working class hero del rock americano, che larga parte del suo mondo di provenienza vota per Trump, ed egli ne comprende le ragioni, anche se non ne condivide le soluzioni.

Hanno scritto molto, dopo la vittoria di Trump, sul sostegno da lui ricevuto dagli operai. Il discorso di investitura sull’american carnage, le uscite di Steve Bannon, i libri di James D. Vance (“Hillbilly Elegy”), di Joan C. Williams (“White Working Class”), di Thomas Frank (“Listen Liberal”), di Mark Lilla (“The Once and Futur Liberal”). Ma quegli articoli e quei libri risalgono ai mesi immediatamente successivi al grande choc del novembre 2016. E se larga parte degli intervenuti condivideva l’opinione del finanziere gentileschiano, persino i meno antipatizzanti verso Trump nutrivano scarsa fiducia nelle sue capacità di venire incontro al lavoratore americano.

Diversi mesi dopo, però, il Financial Times, non esattamente il più trumpiano dei giornali economici, ci descrive operai americani che hanno visto alzare le loro paghe, la disoccupazione nei loro settori praticamente azzerata, e soprattutto ci racconta di una percezione del loro ruolo e della loro identità ben diversa rispetto ai lunghi anni precedenti: ben il 51 per cento di loro oggi si augura che i propri figli si impegnino nel loro stesso lavoro (Patti Waldemeit, Financial Times, 5 novembre 2018). Pochi giorni dopo, alle elezioni di mid term, come ha scritto un commentatore conservatore, ma never trumper, David Brooks, “Trump è ancora connesso alla classe operaia” (Dallas Times, 12 novembre 2018). La questione, come avevamo capito tutti leggendo soprattuto i citati Williams e Vance, non è strettamente economica, o solo tale: è culturale. Gli operai americani si sentivano abbandonati, inutili, incompresi quando non bistrattati, almeno nelle ultime due presidenze (l’ultimo che si era rivolto loro era stato Bill Clinton). Ora, sarebbe esagerato scrivere che essi si sentono rappresentati da Trump, ma almeno in lui credono di possedere una voce.

Non è la prima volta nella storia che un presidente repubblicano diventa un working class hero: lo fu a suo modo Richard Nixon, il primo a strappare i sindacati al Partito democratico, con cui erano legati fin dai tempi del New Deal. Ma Nixon lo fece promuovendo una politica economica e fiscale quasi liberal, e certo non ostile ai sindacati. Trump ha invece fatto il contrario: ha favorito la spinta alla produzione grazie a un massiccio taglio fiscale. Come scrive uno dei suoi consiglieri, Stephen Moore, sul Wall Street Journal del 10 dicembre, la politica del taglio fiscale ha incentivato gli imprenditori ad investire e ad assumere prevalentemente in America. Non si usa nel linguaggio Usa, ma si è trattato di un patto tra produttori. Altro che regalo ai ricchi, come aveva scritto in coro tutta la stampa, liberal e persino neocon, statunitense e occidentale.

Il deficit probabilmente ne risentirà: so what? È finita l’epoca del feticismo del debito, oggi ritorna a contare la potenza della produzione, al servizio della comunità nazionale e del rafforzamento dello Stato nella competizione globale. In tal senso, ha solo in parte ragione Henry Olsen, sul Wall Street Journal dell’11 marzo, nel ritenere che Trump debba in toto seguire Reagan. Come Olsen ha scritto nel suo libro (“The Working Class Republican. Ronald Reagan and the Return of Blue Collar Conservatism”, uscito l’anno scorso), Reagan non fu affatto un nemico degli operai e dei lavoratori come la stampa liberal, i democratici, le sinistre mondiali e, ovvio, l’Urss e i suoi numerosi agenti, anche giornalistici, andavano sostenendo. Ma i tempi di Reagan sono finiti per sempre. Il suo orizzonte era quello degli Usa come difensori dell’ordine liberale contro l’Urss. Oggi per Trump non ha più senso parlare di ordine liberale mondiale fondato sul multilateralismo, perché il nemico degli Usa e di tutto l’Occidente non è più fuori tale ordine, come durante la Guerra Fredda. Vi è dentro, è la Cina. Che dell’ordine liberale mondiale post 1989 ha saputo profittare per estendere il suo dominio imperale. Quello a cui si contrappone Trump.

Ne discende che, anche nel rapporto con gli elettori, il Partito repubblicano e i conservatori non potranno più essere, come sono stati dopo il 1989, il partito di Wall Street, della finanza, del big business. Un po’ perché questo ruolo gli è stato, grazie a Clinton e a Obama, conteso dai Democratici, oggi un partito della grande finanza e del big business per certi versi assai più del Gop (come si vede anche dalle donazioni). Ma perché il clivage oggi è tra business che difende e che rafforza l’interesse nazionale e business in qualche sorta apolide, quasi più rivolto all’interesse nazionale della Cina (o della Germania).

Politica estera e politica economica interna non possono perciò più andare disgiunte – ammesso in passato lo fossero. Per questo il Partito repubblicano deve tornare a connettersi con i lavoratori e a ripensare a fondo la questione del lavoro, che invece aveva abbandonato appunto dai tempi di Reagan. È infatti un ritorno perché, fino agli ultimi decenni, era stata forte una tradizione di conservatorismo critico del capitalismo (si veda il volume di Peter Kolozi, “Conservatives against Capitalism”), anche dopo Reagan non totalmente negletta; basti pensare a un Patrick Buchanan o più di recente a Rick Santorum (“Blue Collar Consevatives”, un libro uscito durante le primarie del Gop del 2016).

Ci voleva però un outsider come Trump per far vincere idee che erano diventate residuali tra i repubblicani. Oren Cass è stato consigliere di Mitt Romney nella campagna del 2012, anche su questo aspetto assai manchevole, si pensi alla gaffe del candidato, che ha contributo a giocargli la presidenza, nei confronti dei food stampers. Forse questa esperienza ha consentito a Cass di aggiustare il tiro. Nel suo recente libro “The Once and Future Worker”, Cass spiega infatti che se i conservatori vorranno essere conseguenti dovranno curare particolarmente il lavoro. Perché è questo che tiene coesa una comunità e che consente alla famiglia come istituzione di non disperdersi. Da qui la necessità di pensare a meccanismi regolativi: ad esempio, sull’immigrazione, che deve essere controllata e limitata, pena far saltare la società soprattutto nei suoi strati più modesti. La minaccia al lavoro viene però anche dalla tecnologia distruttiva, che porta alla diffusione della gig economy: e qui non sarà affatto facile opporre resistenza. Cass combatte nettamente la soluzione più amata dai liberal della Silicon Valley: il basic income, il reddito di cittadinanza, cioè un assegno robusto distribuito a tutti all’interno di una società polverizzata, atomizzata, in cui l’individualismo narcististico spadroneggia, non a caso amata dagli adepti del globalismo e dalla gauche kérosène, come la chiama il filosofo francese Jean-Claude Michéa.

Cosa vogliono i globalisti progressisti? La distruzione della società e la sua sostituzione con un ordine in cui solo gli individui desideranti dominino. Ma poiché gli individui desideranti finiscono, proprio perché tali, per collidere tra di loro, questo eden libertario si trasformerebbe in un quadro boschiano (da Bosch, ovviamente…), una società dominata dalla criminalità e dall’ordine tirannico imposto da eserciti privati preposti a proteggere coloro che ce l’hanno fatta, una ristretta e corrotta oligarchia liberale. Quella oligarchia che secondo F. H. Buckley, nel recente libro “The Republican Workers Party”, assomiglia a quella dell’ancien regime francese e che oggi è legata come una cozza allo scoglio ai partiti di sinistra e ai media, e non solo negli Stati Uniti.

Compito dei conservatori per Buckley sarà quello di battersi contro questa new class, che sta distruggendo la società, la nazione, la cultura in nome di un progetto apparentemente di emancipazione, ma che in realtà produrrebbe un ordine dispotico. Il Partito repubblicano deve diventare un worker party, un partito dei lavoratori. A dirlo non è solo Buckley, che è stato uno dei consiglieri di Trump durante la campagna elettorale. Lo stesso Trump ha confermato di volere “un partito di gente che non ha avuto davvero un reale aumento in diciotto anni, che è furibonda”. Il Republican Worker Party, aggiunge Buckley, “sarà libertario in opposizione al capitalismo clientelare, ma economicamente non liberale quando si tratta di politiche del welfare per coloro che ne hanno bisogno. Sarà un partito di nazionalisti che rigetta il globalismo indifferente tra la salute degli Americani e quella degli stranieri. Sarà un partito del lavoro retto da un presidente del lavoro. Più di ogni altra cosa sarà un partito che cerca di restaurare il Sogno Americano di un Paese che dobbiamo lasciare in eredità ai nostri figli meglio di quello che è”. Il Gop non è ancora esattamente così, ma è più vicino a questo modello rispetto a quanto fosse ancora nel 2016. Come si è visto nelle mid term, dove infatti i candidati più trumpiani hanno ceduto e in alcuni casi persino perso nei suburbs, tradizionalmente repubblicani. Rischio per Trump per il 2020. Occorrerà una importante opera pedagogica e di azione, cioè politica. Intanto, qualche lezione americana vogliamo però tradurla anche in Europa, o almeno in Italia?

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Marco Gervasoni


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