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Trump prende di mira l’Ue burocratica e franco-tedesca (che sa benissimo farsi del male da sé), non gli europei

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La visita di stato di Donald Trump nel Regno Unito ha portato i media più autorevoli, di entrambe le sponde dell’Atlantico, a concentrarsi in particolare su due argomenti. Le presunte gaffe del presidente americano con la Regina Elisabetta, e poi, l’endorsement trumpiano rivolto a Boris Johnson e Nigel Farage, ovvero ai principali leader di quella Gran Bretagna che vuole uscire al più presto, senza ulteriori tentennamenti, dall’Unione europea. La prima questione è piuttosto frivola, e non merita nemmeno chissà quali considerazioni. È sufficiente segnalare come lo snobismo strumentale di alcuni, senza dubbio più radical chic che integerrimi guardiani della Corona britannica, sia stato smentito dai fatti, ossia da una perfetta intesa, anche umana, fra Elisabetta II e Donald Trump.

I più realisti del re oppure, come in questo caso, della Regina, si sbracciavano anche ai tempi di George W. Bush, per evidenziare e schernire le sue maniere, per così dire, sin troppo texane, ma è sempre rimasto ben poco di questo prurito politicamente corretto. Le reazioni alla palese simpatia del presidente Usa per Johnson e Farage, e, più in generale, nei confronti di una Brexit rapida e netta, impongono invece alcune riflessioni. Fra i supporter dello status quo europeo, politici e responsabili del mondo dell’informazione, qualcuno, durante e dopo la visita del capo della Casa Bianca nel Regno Unito, ha voluto dipingere Donald Trump come un nemico dell’Europa. È bene, a tal proposito, fare un po’ di ordine. La scarsa considerazione del presidente circa l’Unione europea, così com’è strutturata oggi, con la sua burocrazia, i suoi capi non eletti da nessuno e un blocco franco-tedesco che spesso agisce a scapito degli altri membri della comunità, non è certo nata qualche giorno fa a Londra.

Il parere di Trump su questa Ue non è lusinghiero da molto tempo. Nonostante alcune paure, a volte alimentate ad arte, il presidente Usa non ha mai praticato l’isolazionismo storico, fin dall’inizio del mandato, bensì ha scelto e continua a scegliere la via bilaterale. Per dirla semplicemente, meno accordi, politici e commerciali, su scala globale, e più intese fra gli Stati Uniti e i singoli Paesi. Così Trump ha fatto finora con i suoi vicini di casa, Canada e Messico, e probabilmente vorrebbe fare anche con le varie nazioni del Vecchio Continente. La versione per la quale un’ipotetica Ue totalmente in frantumi sarebbe perfetta per l’America, libera così di aumentare ancora la propria influenza globale, non è però del tutto sincera. Siamo proprio sicuri che a Washington non preferiscano una sola voce europea, invece che affrontare le varie posizioni dei Paesi Ue, quasi sempre discordanti, soprattutto se si tratta di impegnare l’Occidente in una sfida militare o di condividere delicate informazioni di intelligence? La verità è che la debolezza europea e il declino delle istituzioni comunitarie avanzano per conto loro, indipendentemente dalle posizioni di Trump. E la responsabilità è da imputare soltanto alla scarsa lungimiranza dei leader dell’Unione.

Molto banalmente, ci facciamo del male da soli e il presidente americano si limita ad interpretare un sentimento che, anzitutto, appartiene alla maggioranza dei cittadini europei. Le vittorie dei cosiddetti sovranisti e di altre realtà politiche anti-establishment, oltre a Brexit e alla popolarità nel Regno Unito di Johnson e Farage, la dicono lunga sul giudizio dei popoli d’Europa in merito al potere burocratico di Bruxelles, e a quei governi nazionali (Merkel e Macron) alfieri di un europeismo interessato. Interessato in maniera particolare alle sorti franco-tedesche. Non serve fare ricorso al complottismo, ed immaginare oscure manovre americane, per renderci conto di quanto sia ipocrita, il più delle volte, la solidarietà fra i Paesi Ue. Un esempio lampante ci è stato offerto dallo stop prematuro alle trattative, volte ad un’eventuale fusione, tra FCA e il gruppo Renault. I vertici di Fiat-Chrysler avevano avanzato una proposta di fusione, ma sono stati costretti ad abbandonare anzitempo il tavolo dall’intervento a gamba tesa del governo francese, che detiene peraltro una quota in Renault, alla faccia del libero mercato. Eppure qualcuno continua a temere Trump e la destra sovranista europea.

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Roberto Penna


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