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Trent’anni fa vinse l’Occidente, ma oggi deve restare unito per affrontare le nuove sfide: libertà sempre a rischio

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A volte non ce ne accorgiamo, ma il tempo scorre veloce. Sono già trascorsi trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino e dalla fine del comunismo e dell’Unione Sovietica, tornata ad essere semplicemente Russia. Atlantico si pregia di avere un’eccellente e documentata rubrica, curata da Enzo Reale e dedicata a tutta la storia del Muro, dall’inizio alla fine. E non c’è bisogno di aggiungere altro, se non leggere avidamente #Muro30 e conservarne i punti salienti. Chi scrive vorrebbe addentrarsi invece nel dopo, ovvero in ciò che è successo dal 1989 ad oggi. Sempre su Atlantico, si è già ragionato, grazie a Stefano Magni, sul dopo-Muro. Magni dice sostanzialmente che l’abbattimento di quella odiosa barriera che divideva l’Europa in due, a maggior ragione al suo trentesimo anniversario, è un fatto storico da celebrare senza se e senza ma. Inutile sottolineare come abbia ragione al mille per mille. Il rimpianto per l’Europa della cortina di ferro e del Patto di Varsavia può giungere solo da qualche nostalgico comunista o da chi, per esempio, godeva di una situazione favorevole all’interno dei regimi rossi, (sì, anche le dittature possono trattare bene qualcuno per mera convenienza, come gli apparati militari e i funzionari statali tesserati al partito unico). Ma coloro i quali sono nati e cresciuti nel mondo libero, magari difendendone i valori a livello politico e culturale, non possono che gioire ancora oggi di quel trionfo della libertà sulla tirannia comunista, che fu un mix micidiale per l’economia e i diritti umani di una larga fetta del pianeta. Si trattò della vittoria di uomini come Ronald Reagan e Papa Giovanni Paolo II, e dell’epocale sconfitta di Erich Honecker, Nicolae Ceausescu e molti altri. La maggioranza dei Paesi dell’Est europeo, appartenuti al Patto di Varsavia o direttamente all’URSS come le nazioni baltiche, ha riconquistato l’indipendenza e la libertà, economica e di movimento, con benefici reciproci fra est e ovest del Vecchio Continente.

L’Europa orientale si muove ormai nell’orbita dell’Ue e della Nato, e buona parte di essa è diventata o sta diventando sempre più promettente ed attraente. Vi è un’idea di futuro divenuta invece confusa nella nostra stanca Italia, e Magni fa bene a sottolinearlo. Non è possibile avere dubbi sull’importanza di celebrare in positivo la caduta del Muro di Berlino. Tuttavia, molto probabilmente, non si può ancora parlare di fine della storia, come teorizzava Francis Fukuyama nel suo famoso saggio del 1992. Nel 1989 finì una storia, senz’altro pesantissima ed importante per l’evoluzione globale, ma le conquiste occidentali e le libertà promosse dalle democrazie liberali, dopo il certificato fallimento del socialismo reale, si sono trovate di fronte a nuove e non meno insidiose minacce. Fukuyama prevedeva, una volta frantumatosi l’impero sovietico, un mondo quasi completamente contaminato dallo stile di vita occidentale, e non sbagliava del tutto. La Cina, proprio per non seguire a ruota la moribonda URSS con i negozi desolatamente vuoti di merce, ha aperto da allora al capitalismo e al consumismo, pur assoggettandoli alla supervisione statale. Un giovane cinese ha oggi il medesimo smartphone di un adolescente americano o europeo, ma con la differenza, rispetto ai suoi coetanei occidentali, di non poterlo utilizzare con la stessa libertà, perché il regime di Pechino, rimasto politicamente comunista, applica spesso dei limiti all’uso di internet. La contaminazione occidentale c’è, ma rimane ancora molta strada da fare.

Il Dragone si è venduto, per così dire, come partner commerciale dell’Occidente, grande e grosso sì, ma tutto sommato pacifico e propenso più agli affari che alla guerra. Certo, per anni vi è stata una sorta di simbiosi soprattutto sino-americana dalla quale hanno tratto benefici più realtà, e non solo cinesi, ma tutt’oggi sarebbe rischioso ed ingenuo considerare Xi Jinping come un caro amico. Anzitutto, permane un abisso fra i valori politico-culturali delle democrazie ed un regime che è rimasto liberticida. Oltre al business, è aumentata anche, in particolare negli ultimi anni, una certa aggressività espansionista e militare. Xi Jinping usa un linguaggio abbastanza rassicurante ed evita i classici proclami roboanti da dittatore, preferendo fare senza dire, ma il suo sogno nel cassetto è sempre quello di ridurre il più possibile l’influenza americana nel Pacifico e nel Sud-est asiatico. Pechino non molla di un millimetro la presa su quei territori cinesi autonomi o di fatto indipendenti come Taiwan. E quanto sta avvenendo tuttora a Hong Kong è assai emblematico.

La globalizzazione non è stata certamente portatrice di cose negative, ma alcuni concorrenti si sono dimostrati più sleali di altri, e proprio la Cina ha marciato per anni sulla slealtà commerciale. Solo Donald Trump pare averlo compreso. Non si vuole negare a priori la possibilità di fare affari con il Dragone, ma diventa necessaria ed addirittura vitale una certa diffidenza di fondo. A differenza della vecchia URSS, che era nemica, politica ed economica, dell’Occidente in maniera plateale, la Cina è più sorniona e si nasconde, diciamo così, dietro al business, ma non si pensi che il regime del PCC non insegua anch’esso una dominazione mondiale a danno, se non proprio il crollo, degli Stati Uniti e del mondo libero. Anche l’erede dell’Unione Sovietica, l’odierna Federazione Russa, è un competitore globale importante, da non demonizzare, ma neppure da venerare in modo acritico. La Russia non ha mai abbracciato davvero la democrazia, almeno per come la intendiamo noi occidentali, e Vladimir Putin ha accentuato i tratti autoritari del sistema politico russo. Le opposizioni sono ridotte al lumicino, il diritto a manifestare in piazza viene considerato un optional e come tristemente sappiamo, i pochi avversari di Putin vengono finanche inseguiti all’estero e talvolta eliminati. Mosca ha mostrato i muscoli di fronte all’Occidente, aggredendo l’Ucraina, annettendo la Crimea ed entrando a gamba tesa in Georgia. Il Cremlino, a livello internazionale, si ritrova spesso dalla stessa parte degli “stati canaglia”, per dirla alla George W. Bush, come l’Iran degli ayatollah. Se i valori occidentali sono inconciliabili con la Cina, essi non ricevono risposte soddisfacenti nemmeno dalla Russia putiniana.

L’URSS è morta e sepolta, mentre l’Europa orientale è ormai inserita a pieno titolo nell’Alleanza Atlantica, ma a Mosca si celebra tuttora la presunta fine del liberalismo, evidenziando così la mai sopita volontà di essere qualcos’altro rispetto alle democrazie, e non necessariamente un qualcosa di amichevole. Quindi, diffidenza inevitabile anche per quanto riguarda Putin, e i primi a consigliarla sono proprio i Paesi dell’Est europeo, i quali, dopo il crollo del comunismo, non hanno tardato a scegliere la Nato. Il ricordo dell’imperialismo sovietico, rilanciato in qualche modo da Vladimir Putin, è ancora troppo vivo da quelle parti.

Oltre al ruolo ancora ambiguo di russi e cinesi, non possiamo senza dubbio tralasciare il terrorismo islamico. Fukuyama non poteva prevedere nel 1992 gli attacchi dell’11 settembre 2001. Nessuno poteva prevederlo eppure è accaduto ed ha cambiato radicalmente il mondo. Si sono rese necessarie due guerre, Iraq e Afghanistan, e la Siria è oggi sconvolta da un conflitto la cui soluzione sembra lontana. Gli integralisti islamici hanno usato più ragioni sociali, da Al-Qaeda a Isis-Daesh, ma hanno mantenuto sempre la stessa diabolica identità. Ovvero, uccidere più occidentali e cristiani possibili in qualunque parte del mondo. Dopo le Twin Towers di New York, altro sangue innocente è stato versato a Londra, Madrid, in Francia e recentemente nello Sri Lanka. Gli Stati Uniti hanno fatto molti progressi nella lotta al terrorismo, ultimo dei quali l’attacco riuscito al leader Isis al-Baghdadi, ma la minaccia terroristica è ancora presente e pericolosa, sia attraverso le infiltrazioni in Europa e nel Nord America, che tramite elementi operanti sui territori iracheno e siriano. Si può pertanto dedurre che vi sia costantemente parecchia carne al fuoco per le democrazie, e che la guardia non possa che mantenersi alta.

L’Occidente deve stare attento anche a non farsi del male da solo e a non divenire nemico di se stesso. Negli ultimi trent’anni le democrazie liberali non sono state esenti da errori, e se la perfezione non è di casa da nessuna parte, nemmeno a Washington, bisogna riconoscere come gli errori più grossolani abbiano riguardato la costa europea dell’Atlantico. Per fronteggiare le insidie venute dopo il 1989 (il terrorismo islamico e le posizioni equivoche di Russia e Cina) America ed Europa dovrebbero marciare insieme come un sol uomo. Necessità sempre meno riconosciuta dai leader del Vecchio Continente. Due leader come Merkel e Macron amano periodicamente sottolineare la capacità, assai presunta, dell’Europa di “fare da sola”, anche da un punto di vista strategico e militare. La cancelliera tedesca e il presidente francese si rivelano ciechi e per nulla lungimiranti. Credono di guidare una potenza al pari di Usa, Russia e Cina, ma non si rendono conto che l’Europa può essere potente solo se si coordina con gli Stati Uniti e si muove nell’Alleanza Atlantica, altrimenti il suo destino è quello di rimanere stritolata fra l’ovest e l’est del mondo.

Emmanuel Macron ritiene che la Nato sia in stato comatoso, facendo sorgere in tal modo delle domande su chi sia il vero avversario dell’unità dell’Occidente. Il presunto isolazionista Donald Trump, magari accompagnato dai sovranisti europei, oppure il moderatissimo ed europeista inquilino dell’Eliseo? La cecità franco-tedesca è d’altronde evidente nella mentalità con la quale viene gestita l’Unione europea, trasformata da sogno in incubo. I padri fondatori auspicavano una comunità che unisse i popoli europei, ma l’Ue con la doppia targa, Parigi e Berlino, ha finito col dividere ancor di più le opinioni pubbliche del continente, creando un solco di sfiducia e sospetti fra il sud e il nord dell’Unione. I limiti sono ormai evidenti a tutti eppure si insiste nel medesimo approccio suicida. Infine, se non vogliamo spararci sui piedi, cerchiamo di evitare gli eccessi del politicamente corretto. C’è qualcosa che non funziona se si diventa in automatico fascisti e razzisti da oscurare, nel momento in cui ci si permette di denunciare i rischi del terrorismo islamico legati anche ad un’immigrazione senza regole. Se ci autocensuriamo diamo implicitamente ragione a Vladimir Putin, che parla di fine delle democrazie liberali.

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Roberto Penna


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