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TIG: gloria passeggera per il centrismo made in Uk

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Alle elezioni del maggio 2017 i due partiti tradizionali di governo del Regno Unito – i Tories e il Labour – hanno ottenuto, complessivamente, circa l’80 per cento dei consensi da parte dell’elettorato britannico. Un risultato che farebbe morire d’invidia popolari e socialisti europei, ormai da tempo in crisi di consenso un po’ ovunque dalla Francia all’Olanda, dalla Germania all’Italia.

Le vicende della Brexit e alcuni fatti interni alla vita dei due partiti, hanno però portato a un’aperta contestazione delle leadership di Theresa May e di Jeremy Corbyn. Alcuni parlamentari laburisti e conservatori hanno dato vita a una scissione nei rispettivi partiti che ha portato alla nascita a Westminster di The Independent Group (TIG), giusto settimana scorsa. Se May per salvarsi ha dovuto annunciare che non sarà lei il leader dei Tories alle prossime elezioni, i breakaway MPs del Labour accusano Corbyn di essere stato ondivago sulla Brexit e di non fare abbastanza per combattere l’antisemitismo che ha preso piede nel movimento.

Il TIG si propone come un movimento centrista, lontano dalla hard brexit e dalla hard left. Attualmente, seppure alcuni suoi componenti come Anna Soubry e Chuka Umunna ne possano rivendicare la leadership, si trova senza segretario, senza struttura partitica, senza candidati alle prossime elezioni amministrative. Insomma, un embrione di partito che i sondaggi continuano a dare in crescita percentuale – per quanto tutto ciò possa valere con la legge maggioritaria uninominale – un po’ alla cieca.

Non si tratta di nulla di nuovo nella politica inglese. Negli anni ’80 la Gang of Four, i quattro brillanti parlamentari che diedero vita al Social Democratic Party, si erano trovati nella stessa situazione. Contestavano l’infiltrazione dei trozkisti di Militant nel Labour Party e la leadership tutt’altro che risoluta di Michael Foot. Allo stesso modo, erano lontani anni luce in economia dal monetarismo thatcheriano. Quando nel 1981 il Daily Mirror pubblicò le cifre riguardanti la disoccupazione – che aveva superato i 3 milioni di persone – si credette che Thatcher avesse i giorni contati e il futuro sarebbe stato dell’SDP. Alcuni sondaggi davano i centristi in competizione in ben 600 (!) seggi. Ma alle elezioni del 1983 il risveglio fu brusco: l’SDP ne ottenne solamente 6, Mrs. Thatcher una valanga.

Negli anni pre-Brexit l’Inghilterra ha conosciuto un centrismo senza centristi, un ampio consenso politico che andava dai conservatori al New Labour sull’economia di mercato, costumi sociali più liberali, atlantismo in politica estera, ampliamento del terziario a discapito del decotto settore industriale e così via. Questo consensus ha subito una forte ammaccatura con il voto del 23 giugno 2016 sulla Brexit, riportando alla ribalta una maggiore richiesta di sicurezza – economica, sociale e personale – che è sfociata con la richiesta di uscire dall’Unione Europea, e l’elezione a leader dei due partiti principali di una one-nation conservative come Theresa May (non a caso ex ministro dell’interno) e di un laburista di vecchio stampo, ostile al liberalismo e favorevole a nuove misure di assistenzialismo, come Jeremy Corbyn.

Il paradigma politico è cambiato. I nuovi centristi sembrano fare riferimento a un mondo passato pre-Brexit, più blairiano che non thatcheriano. Una “via di mezzo” difficilmente spiegabile a un elettorato che, dal 2015 in poi, si è dimostrato affezionato e fedele ai vecchi schemi partitici, seppur rinnovati nella dinamica della Brexit e di un mondo con sempre meno riferimenti politico-ideologici. La legge elettorale maggioritaria, ma soprattutto, il rifiuto da parte degli scissionisti di dimettersi da parlamentari per ripresentarsi subito di fronte all’elettorato nelle elezioni suppletive con il simbolo del loro nuovo partito di appartenenza, dovrebbero far sì che la breve stagione del rilancio del centrismo made in Uk sia del tutto passeggera.

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Daniele Meloni


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