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The Donald e la guerra contro i fake news media

Avatar di Martino Loiacono, in Esteri, Media, Quotidiano, del

La blue wave che avrebbe dovuto sommergere Trump si è rivelata una semplice increspatura gonfiata a dismisura dai mainstream media. Fosse la prima volta che un partito non gradito all’establishment viene sminuito a vantaggio di un altro, ci sarebbe da stupirsi. Ma con il presidente degli Stati Uniti questa tendenza è diventata una triste abitudine. Come è possibile? Si tratta di mala fede o è qualcosa di più profondo?

La questione è complessa e riguarda la modalità con cui i fatti diventano notizie, cioè il processo di framing con cui gli eventi vengono incorniciati” e dotati di senso. La copertura mediatica che riunisce un insieme di eventi simili affinché siano divulgabili e comprensibili. Proprio i frame usati per descrivere Trump e il suo mandato continuano a rivelarsi inadeguati. Non aiutano la comprensione dei fatti, ma la impediscono. La cornice di senso usata per descrivere l’operato del tycoon, infatti, è totalmente distorta se non apertamente ostileQualsiasi scelta o decisione presidenziale viene infatti incasellata in frame che la rendono sempre e comunque negativa in quanto presa da Trump. I risvolti positivi dei suoi provvedimenti o vengono taciuti, o narrati in modo che non siano ascrivibili al presidente. Basti pensare al mega taglio delle tasse e alla conseguente crescita economica che viene molto spesso attribuita ad Obama.

Ormai, per la forza e la pervasività di queste narrazioni, è dato per certo che: Trump è un pazzo che non sa quel che fa, Trump è un dittatore, Trump sta facendo a pezzi la democrazia americana, Trump è una sorta di fascista perché vuole chiudere le frontiere e costruire un muro al confine con il Messico (progetto avviato da Bill Clinton), Trump è un odiatore seriale della stampa. Insomma, per i grandi media, Trump è l’uomo nero e lo è diventato anche per i tanti americani (ed europei) che seguono queste fonti di informazione. Ma se si scava un po’ più a fondo, andando oltre gli eccessi del ciuffo arancione, si scopre che queste accuse non solo sono esagerate (la sua presidenza sta riscuotendo alcuni successi che non possono essere negati), ma che non rappresentano il sentimento di tutta l’America.

Le notizie e l’importanza di certe issues non finiscono dove termina l’orizzonte e la sensibilità dei media liberal: i diritti LGBT, il femminismo esasperato e le politiche pro-immigrazione non possono esaurire le necessità degli americani. Tuttavia, la forza dei colossi dell’informazione deforma la realtà secondo certi schemi interpretativi che finiscono per influenzare la narrazione dei fatti, l’agenda politica e dunque le priorità dei cittadini. Da questa consapevolezza è nata la lotta di Trump alle fake news, più precisamente all’unfair coverage dei mainstream media. Una battaglia che, nonostante certi toni e l’uso spregiudicato dei social media, deve essere analizzata con il massimo rigore. Non siamo di fronte al potente che vuole rendere i giornalisti servi, ma ad un politico che chiede una copertura informativa più equilibrata. I nuovi mezzi di comunicazione con i loro processi di disintermediazione sono importanti ma non possono sostituire la carta stampata, la radio e le televisioni. L’obiettività informativa è essenziale per qualsiasi democrazia e si persegue non solo evitando bufale, ma utilizzando dei frame adeguati alla comprensione della realtà.

Se a qualcuno questa attenzione alla questione delle fake news sembra eccessiva, prenda un aereo e parli con gli americani. Scoprirà cose che la maggior parte dei quotidiani nostrani non dicono. Una tra le tante: “It’s hard to find unbiased sources in America”. E allora Trump non sembrerà più il folle descritto dai mainstream media ma apparirà per quel che è. Un presidente talvolta eccentrico, che però ha posto l’attenzione su un tema che non può più essere ignorato. Sì, nemmeno in Italia.

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Martino Loiacono


Una replica a “The Donald e la guerra contro i fake news media”

  1. Avatar Luigi Turrio ha detto:

    Condivido in generale l’impostazione dell’articolo. Non condivido, in questo stesso articolo, l’uso del termine “tycoon” per riferirsi a Trump . E’ in quanto POTUS che ne parliamo, non per la sua precedente occupazione. I TG italiani usano spesso tycoon per Trump proprio come framing. Non ho mai sentito un TG riferirsi a Obama come “avvocato (o avvocaticchio?) di Chicago”.

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