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Teheran tenta il governo italiano per uscire dall’angolo. Di Maio e Conte ci cascheranno? Washington osserva

Dorian Gray di Dorian Gray, in Esteri, Quotidiano, del

Con l’economia stremata e mentre reprime nel sangue le proteste, il regime iraniano vede nell’Italia l’anello debole per provare a uscire dall’angolo. L’ambasciatore a Roma Hamid Bayat getta l’amo, ecco perché Di Maio e Conte non devono abboccare

Dopo aver incontrato il sottosegretario per gli affari esteri Manlio Di Stefano, e proprio mentre a Teheran decine di manifestanti venivano massacrati dal regime (almeno 90 i morti, secondo Radio Farda) e Internet veniva spento in tutto il Paese, l’ambasciatore iraniano in Italia Hamid Bayat ha sentito il bisogno di convocare una conferenza stampa, per informare il Paese di una serie di sue considerazioni.

Bayat ha affermato che l’interscambio tra Italia e Iran tornerà ai livelli pre sanzioni americane (ovvero intorno ai 5 miliardi di euro), che Teheran aspetta un cenno dal nuovo governo italiano per poter riprendere il dialogo, che si sta lavorando ad un incontro tra i ministri degli esteri Zarif e Di Maio in occasione del prossimo MED Dialogue a Roma (5-7 dicembre) e che – per quanto riguarda la repressione in corso nella Repubblica Islamica – è necessario “distinguere tra manifestanti pacifici e violenti”.

Sulle ragioni impellenti che hanno indotto Bayat a convocare una conferenza stampa proprio ora, possiamo fare qualche riflessione. Che avvenga subito dopo l’incontro con Di Stefano – sottosegretario per gli affari esteri ancora senza delege – e che inviti pubblicamente il nostro governo ad aprire a Teheran e Di Maio ad incontrare Zarif, è probabilmente un segnale di debolezza piuttosto che di forza. La debolezza di chi non sa più che pesci prendere e decide di gettare l’amo nel mare, nella speranza che qualche pesce abbocchi.

Quel pesce dovrebbe essere il Governo Conte 2. Speriamo davvero che non ci caschi, perché quella che Bayat gli sta servendo è una bella patata bollente. Già, perché, di fatto, ciò che Bayat sta proponendo al nuovo governo italiano è di riprendere gli scambi commerciali e i rapporti economici con il regime, ma raccogliere il suo invito significherebbe sfidare apertamente le sanzioni Usa e la strategia della “massima pressione” adottata dall’amministrazione Trump. Nella sua recente visita a Roma ai primi di ottobre, il segretario di Stato Mike Pompeo aveva chiesto molto chiaramente al governo italiano di abbandonare ogni ambiguità nei suoi rapporti con Teheran. Tra l’altro, oggi l’Iran non rappresenta affatto un affare in termini economici e, come ricordato, proprio in questi giorni il regime sta usando tutti i mezzi violenti a sua disposizione per reprimere le manifestazioni popolari non solo in Iran, ma anche in Libano e Iraq.

Dal punto di vista economico, l’Iran vende fuffa. Come sempre detto, avrebbe veramente tutte le potenzialità per essere un El Dorado. Ciò che però lo frena e l’ha sempre frenato, è il regime che lo governa. Un regime che ha fatto della corruzione e della mancanza di trasparenza le sue caratteristiche principali. Quello che Bayat non ricorda è che, proprio quando era in vigore l’accordo sul programma nucleare e tutti andavano in Iran a firmare Memorandum of Understanding, ben pochi di quei MoU si trasformavano in veri accordi. Questo perché, proprio in Iran, è quasi impossibile capire se quando firmi un accordo con una impresa locale, non stai praticamente lavorando direttamente con i Pasdaran, che controllano oltre il 30 per cento dell’economia nazionale. Questo è cosi vero che, proprio qui in Italia, fu la Cassa Depositi e Prestiti a rigettare l’idea di assicurare il business in Iran e il Governo Gentiloni – addirittura in Legge di Bilancio 2017 – dovette mettere un articolo ad hoc per far sì che tale incombenza passasse ad Invitalia, con una linea di credito di 5 milioni di euro. Nonostante tutto, il business tra i due Paesi non crebbe e, per quanto concerne l’Italia, rimase principalmente basato sull’import di petrolio e gas dall’Iran.

Al di là degli aspetti economici, quello che l’Iran è oggi veramente sia come regime che come attore regionale, è sotto gli occhi di tutti. Dopo anni passati a rappresentare Teheran come un attore regionale responsabile e promotore di pace, si è ben capito che l’intervento iraniano a favore di Assad o contro l’Isis in Iraq, era meramente orientato ad estendere il potere imperialista del regime fuori dai confini della Repubblica Islamica. Potere che non intende retrocedere e che sta provocando reazioni di protesta rabbiose in Libano e in Iraq, in primis da parte proprio delle comunità sciite locali, che si rifiutano di piegare la testa al khomeinismo. Non solo: proprio in questi giorni, il sito The Intercept ha pubblicato degli esclusivi cable dell’intelligence iraniana che mostrano come il regime di Teheran controllasse molti politici iracheni per mezzo della corrruzione e rivelano un incontro tra Pasdaran della Forza Qods e vertici della Fratellanza Musulmana avvenuto in Turchia nell’aprile del 2014. Scopo dell’incontro, il lancio di un coordinamento politico comune, soprattutto in chiave anti saudita. Incontro tenutosi non a caso in Turchia, ovvero nel Paese che – grazie al Sultano Erdogan – è diventato la centrale dell’islamismo politico sia sunnita che sciita (è qui che, non a caso, secondo l’intelligence israeliana Hamas fa girare la maggior parte dei suoi fondi neri).

Ultima nota sul possibile incontro tra Zarif e Di Maio: sarebbe un errore se il ministro degli esteri italiano accettasse di stringere la mano di Zarif. Un finto moderato che ha riempito il mondo di sorrisi e bugie e che, proprio in queste ore, ha personalmente telefonato ai vertici della Jihad Islamica Palestinese per congratularsi delle loro azioni terroristiche (notizia riportata da Mehr News e Tasnim News). Ovvero congratularsi per il lancio indiscriminato di centinaia di missili verso i civili israeliani, che hanno portato lo stesso Di Maio a riconoscere pubblicamente il diritto di Israele a difendersi.

Concludendo: quello di Bayat è una specie di grido d’aiuto, di un regime che – pur non sembrandoci avviato verso la caduta – vive un momento di estrema difficoltà interna ed esterna, in primis per colpa della sua natura. Ecco perché questa richiesta d’aiuto non deve essere accolta gratuitamente. Deve essere questo il momento delle condizioni, il momento in cui viene detto a Teheran “se volete stringere le nostre mani, dovete lavare le vostre mani, lavandole del sangue innocente che avete versato”. Sangue di innocenti versato reprimendo il dissenso interno, sostenendo il peggior terrorismo internazionale, in tutto il mondo, Europa compresa. È tempo che i leader del regime iraniano capiscano che nessuna loro azione inumana passerà inosservata e impunita.

Dorian Gray

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