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Taiwan ancora esclusa dai diktat cinesi. Ma Trump sfida Pechino e lancia un ultimatum all’Oms

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Tutto come previsto all’assemblea (virtuale) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Gli Stati Uniti hanno proposto di far partecipare Taiwan ai lavori con il ruolo di “osservatore”, come del resto era già accaduto nel periodo compreso tra il 2009 e il 2016.

Niente da fare. Ancora una volta l’Oms si è piegata al veto assoluto di Pechino e l’esame della richiesta, sostenuta solo da 29 Paesi tra cui Usa e Giappone, è stato rinviato. Nulla di diverso poteva accadere, visto che la Cina domina l’Organizzazione e ha in pratica imposto l’attuale presidente, l’etiope Tedros Ghebreyesus.

La decisione dell’Oms di escludere Taiwan è stata però condannata in una nota dal segretario di Stato Usa Mike Pompeo, che ha denunciato esplicitamente le “pressioni” cinesi e duramente attaccato il direttore Tedros per la sua “mancanza di indipendenza”. Nelle parole di Pompeo il “modello Taiwan” viene letteralmente contrapposto a quello di Pechino, dal punto di vista sia sanitario che politico:

“Nessuna sorpresa che Taiwan abbia organizzato uno degli sforzi più riusciti per contenere il Covid-19 fino ad oggi. Democrazie trasparenti, vivaci e innovative come Taiwan rispondono sempre più rapidamente ed efficacemente alle pandemie rispetto ai regimi autoritari. (…) La differenza tra Cina e Taiwan è sempre più netta. Taiwan è un cittadino modello del mondo, mentre la RPC continua a trattenere informazioni vitali sul virus e sulle sue origini, negare l’accesso ai propri scienziati e alle relative strutture, censurare la discussione sulla pandemia in Cina e sui social media cinesi, a scaricare la colpa”.

Ieri una nuova dichiarazione di Pompeo, calorose congratulazioni alla presidente di Taiwan per il suo secondo mandato e per l’efficacia della risposta al Covid-19:

“Abbiamo una visione condivisa per la regione, che include lo stato di diritto, la trasparenza, la prosperità e la sicurezza per tutti. La recente pandemia di Covid-19 fornisce l’opportunità alla comunità internazionale di vedere perché la risposta di Taiwan meriti di essere emulata. Sono fiducioso che, con la presidente Tsai al comando, la nostra alleanza con Taiwan continuerà a prosperare”.

Taiwan viene citata anche in uno dei punti della durissima lettera d’accusa all’Oms che il presidente Trump ha inviato ieri al direttore generale Tedros e che si conclude con un vero e proprio ultimatum: a fine dicembre, si legge, “le autorità di Taiwan avevano comunicato informazioni all’Oms sulla trasmissione tra esseri umani di un nuovo virus. Ma l’Oms ha scelto di non condividere alcuna di queste informazioni cruciali con il resto del mondo, probabilmente per motivi politici”.

In effetti, la piccola isola, che si chiama orgogliosamente “Repubblica di Cina”, e che è l’erede dei nazionalisti di Chiang Kai-shek, sconfitti nel 1949 dai comunisti di Mao Zedong, ha saputo gestire la pandemia originatasi a Wuhan con grande efficienza. Bassissimo il numero dei contagi e dei decessi sul suo territorio.

Insomma la Repubblica Popolare, che ha in pratica infettato il mondo intero con il virus di Wuhan, impedisce a Taiwan di fornire il proprio contributo all’analisi e allo studio della pandemia, basandosi sull’enorme influenza esercitata in moltissime nazioni di Africa, Asia e America del Sud.

Un grande successo diplomatico, senza dubbio, che rafforza l’intento della Cina Popolare di presentarsi, anziché quale responsabile primario della diffusione del virus per l’assoluta mancanza di trasparenza nella fase iniziale della pandemia, come “salvatrice” del pianeta e unico Paese in grado di aiutare tutti gli altri a sconfiggere il Covid-19.

È un risultato davvero strabiliante, e a Pechino dovrebbero essere fatti i complimenti per aver realizzato un capolavoro. Quello di stravolgere totalmente la realtà imponendo una narrazione che più falsa di così non potrebbe essere. Ma nella politica internazionale, si sa, la menzogna spesso paga, soprattutto quando a tanti conviene fare finta che non ci sia.

Si noti, tra l’altro, che a Taiwan le autorità locali sono riuscite a contenere in modo assai efficace la diffusione del virus senza “militarizzare” la società con un completo lockdown, come invece Pechino ha fatto a Wuhan e altrove. E come continua a fare, perché in Cina continuano a manifestarsi altri focolai, anche se ne sappiamo pochissimo grazie all’onnipresente censura del regime.

Ma vale anche la pena di riflettere sul fatto che gli eredi di Mao hanno realizzato un vero capolavoro politico e diplomatico. Taiwan, infatti, è stata espulsa da tutte le principali organizzazioni internazionali. Non solo. Pechino ha costretto moltissime nazioni a rompere le relazioni diplomatiche con Taipei.

A tutt’oggi Taiwan, che è uno Stato indipendente con presidente e governo eletti democraticamente dal popolo, è riconosciuta soltanto da 15 Paesi membri dell’Onu che invece non riconoscono la Repubblica Popolare. Si tratta però di piccole nazioni prive di peso in ambito internazionale.

Anche il Vaticano riconosce la “Repubblica di Cina”, non avendo rapporti ufficiali con Pechino. Ma, anche in questo caso, esistono fondate preoccupazioni. Papa Francesco sta tentando di normalizzare i rapporti con la Cina Popolare e, se vi riuscirà, la rottura con Taipei sarà inevitabile.

La recente ed ampia vittoria di Tsai Ing-wen nelle elezioni di Taiwan, a dispetto delle pesanti ingerenze di Xi Jinping che ha definito quelle taiwanesi “elezioni provinciali”, ha rafforzato la volontà indipendentista dell’isola. Proprio come è accaduto a Hong Kong, dove i partiti anti-cinesi hanno conquistato la maggioranza nel Parlamento locale (e, anche qui, nonostante le continue pressioni di Pechino).

In realtà, l’isolamento politico di Taiwan è un vero e proprio vulnus alla democrazia. E occorre purtroppo riconoscere che numerosi presidenti Usa hanno pesanti responsabilità in materia (pur non essendo mai venuto meno l’impegno a difendere l’isola anche militarmente).

Donald Trump ha invertito la tendenza sfidando Pechino anche su questo terreno. Fu pesantemente criticato da esponenti del Partito democratico perché telefonò alla neoeletta presidente Tsai Ing-wen congratulandosi per la sua brillante vittoria. Anche se, a ben guardare, era soltanto un atto dovuto.

Sarebbe ora che l’intero Occidente riesaminasse la questione, senza lasciarsi condizionare dai pesanti diktat del Partito Comunista Cinese. Per Mao Zedong e tutti i suoi successori fino a Xi Jinping può esistere una sola Cina – la loro – che oltre al Tibet deve includere pure Taiwan e svariati arcipelaghi del Mar Cinese Meridionale collocati in acque internazionali.

Liberi, ovviamente, i leader comunisti cinesi di pensarlo, ma non si vede perché le nazioni occidentali debbano concordare e lasciar loro mano libera in una politica espansionista e imperialista che minaccia, tra l’altro, numerosi Paesi inseriti nelle alleanze occidentali.

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Michele Marsonet


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