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Sulla Cina, i neutralisti Conte e Di Maio sono pure peggio delle “guardie rosse”

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Non vi è dubbio che gli americani sentano di essere sotto attacco dalla Cina, e che a essere minacciata non siano solo la loro salute o l’economia, bensì la primazia globale degli Usa. La pandemia di Covid-19 ha fatto definitivamente detonare una conflittualità latente. Dai propri alleati Washington si aspetta lealtà, non caute aperture e auspici. Per chi è sotto attacco, infatti, il neutralismo di un alleato equivale esso stesso alla sconfessione dell’alleanza.

Con queste premesse, il pedante ribadimento della collocazione atlantista dell’Italia e la micragnosa distinzione tra i nostri “affetti stabili” in politica estera non rappresentano altro che formule vuote. Formule che vengono ripetute roboticamente e, quel che è peggio, quasi sempre si accompagnano all’auspicio di approfondite indagini per acclarare responsabilità eventuali nella diffusione della pandemia.

Si prenda il caso di Giuseppe Conte, che ad Affari Italiani ha dichiarato che “a tempo debito sarà inevitabile, una volta acquisite tutte le necessarie informazioni, accertare eventuali responsabilità nella gestione della pandemia che a livello internazionale hanno condizionato l’attuale emergenza. Per il momento riteniamo prioritario favorire il più possibile la collaborazione internazionale quale strumento fondamentale per sconfiggere il virus e per tutelare la salute globale. L’Italia crede molto in questa possibilità di cooperazione ed è pronta a dare il suo contributo, come stiamo già facendo nel quadro dell’Alleanza globale contro il Coronavirus e come certamente intendiamo fare al meglio nell’esercizio della nostra prossima Presidenza del G20”. Di certo non suona come una retromarcia rispetto alla luna di miele con Pechino, anzi.

Dal punto di vista statunitense, queste dichiarazioni non rassicurano Washington. Casomai confortano Pechino. Toccherà agli analisti (e ai loro algoritmi) passare al setaccio la scelta di vocaboli ed espedienti retorici dei politici italiani per verificarne la rispondenza con i registri comunicativi cinesi. Un esercizio di questo tipo, oltre a svelare pericolose ricorrenze, può aiutare a fare luce sulla massiccia manipolazione percettiva messa in atto da Pechino, e sulla presa dei “neutralisti”. In Italia proprio queste schiere appaiono particolarmente folte e sensibili alle sirene di Pechino. Intervistato dal Corriere della Sera, Luigi Di Maio ha tenuto a precisare che l’Italia è “un Paese forte, autonomo, che pensa con la propria testa”, che “non si lascia condizionare”. Ma l’ultimo rapporto della Munich Security Conference riporta sondaggi che fanno presagire l’esatto contrario. Su 100 intervistati italiani, in caso di conflitto tra Usa e Cina, 63 dichiarano di voler optare per la “neutralità”, 10 dichiarano di “non sapere”, 20 prendono le parti degli Usa e 7 – il dato più alto tra i Paesi europei – vogliono schierarsi con la Cina. Per tacere dei sondaggi di Swg degli ultimi tempi, che segnalano addirittura che gli italiani preferiscono la Cina agli Usa, e apprezzano la politica estera italiana di matrice grillina. Molto più delle “guardie rosse” come Alessandro Di Battista che inneggiano alla supremazia globale della Cina, sono dunque i toni circospetti, “agnostici” dei politici nostrani a dover suscitare preoccupazione.

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Francesco Galietti


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