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Sta accadendo proprio lì: surreale vedere da fuori la Bassa in quarantena. In attesa di rimetterci piede

Dario Mazzocchi di Dario Mazzocchi, in Politica, Quotidiano, del

Ci sono Facebook, Instagram, WhatsApp e le videochiamate per mettersi in contatto con quelli della zona rossa: un messaggio, una battuta, una rassicurazione o una chiacchierata come le altre con i parenti, gli amici e i conoscenti che si sono ritrovati senza nemmeno rendersene conto nel centro del focolaio di coronavirus esploso in quella che per noi è “la Bassa”, non occorre nemmeno specificare lodigiana perché ognuno ha la propria in quella estesa fetta di oceano di campi, paesi, centri urbani che è difficile chiamare anche soltanto cittadine, perché sono davvero dei paesoni allargati.

Potranno sembrare per lo più tutti uguali nelle immagini che passano alla televisione e negarlo sarebbe sbagliato, ma ciascuno di essi per chi ci abita e ci proviene ha un tratto tutto suo, che inevitabilmente lo contraddistingue dal resto del gruppo, fosse anche soltanto per alcune inclinazioni dialettali, perché a Castiglione d’Adda risultano ad esempio molto più spigolose che a Codogno, la quale potrebbe fare provincia a sé, se non fosse che ce ne sono già troppe, talmente è punto di riferimento in quell’angolo di mondo. Anche in questa fase così delicata.

Assieme al virus si è diffuso un senso d’impotenza avvolto in una bolla surreale: seguendo i sentieri di campagna e le rogge si salta da un comune all’altro, è un tutt’uno eppure anche l’opposto, perché poi il campanilismo è certamente uno dei nostri punti deboli, ma anche a smussarlo lascia sempre qualche sedimento nel dna. Ora però non c’è voglia di saltare i fossi per il lungo. Ad assistere a tutto ciò da fuori, dalla grande città che sembra sempre così lontana quando dista un’ora di strada, non è che si provi un senso di colpa – e perché mai, specie dopo gli ultimi sviluppi che indicano che se anche a Milano la quarantena non c’è, la gente è comunque certa del contrario? Ma qualcosa che le assomigli sì, perché le generazioni si trasmettono un principio d’identità a tratti malato – le radici sono importanti, ma gli uomini a differenza delle piante hanno le gambe per muoversi – mentre proprio quei paesi invecchiano e molte delle tradizioni che contribuiscono a rafforzare i principi d’identità e appartenenza scompaiono.

Ci si avvia al termine di un inverno mai apparso. La terra è molto polverosa perché non piove come deve da parecchie settimane, di neve non se parlerà nemmeno a questo giro. La primavera è già distesa sui prati, attende che ricompaia anche sui rami degli alberi, su quei bei filari di pioppi che resistono all’abbattimento, per il tripudio di colori, le diverse sfumature di verde illuminate da tramonti con mille tonalità di rosa e rosso, sopra una tavola piatta per chilometri e chilometri, o tra le vie attorno a piazza-chiesa-comune-bar dove sostare prima di rientrare a casa ancora avvolti dal tepore della luce del sole. Cosa non da poco da quelle parti perché è vero che questo inverno non è apparso, ma altrimenti si susseguirebbero giorni e settimane di grigiore, un miscuglio di nuvole, umidità e nebbia, che ringraziando il cielo sono lontane adesso che si è costretti a stare in casa per una roba che nemmeno si vede.

Gli inviati si muovono e riprendono strade che per loro sono anonime e persone sconosciute: un fotogramma ed ecco che riaffiorano i ricordi degli anni di scuola e delle camminate su e giù per un corso ora vuoto e immobile, dei rettilinei percorsi di sera rientrando a casa dopo essere uscito a trovare un amico con il timore di essere fermati da una volante per una birra o due in corpo, mica per aver violato il divieto di spostarsi. Oppure compare il tipo dove si era soliti andare a comprare le pile o a segnalare problemi con il collegamento internet perché si occupa di entrambe, oltre che della pay-tv, e dai suoi spaesati “non so” a chi lo intervista si intuisce che è vero, sta proprio accadendo lì. E il monsignore, uomo di cultura e diritto, di eleganza innata, che dopo la messa a porte chiuse esce sul sagrato da solo per la benedizione ricordando che “pregare è già sperare”, perché la fede è un collante che supera i blocchi stradali.

Ci sono spazi immensi e non viene impedito di mettersi in marcia e camminare allontanandosi dalle case e raggiungendo una delle tante cascine che marcano il territorio, purché con cautela e precauzioni. Almeno quello. Quei grandi spazi sanno diventare stretti già per la noia di sempre – perché non succede mai nulla, sempre le stesse facce e le stesse storie, di poco conto, ripetitive – figuriamoci adesso che si sono trasformati in un confine da non varcare. Occorrerà pazienza, riapriranno i varchi, si potrà rimettervi piede e raccogliere le storie dei “sopravvissuti” che si vanteranno, chi più esplicitamente, chi più timidamente, di esserci passati. Riprenderanno la vita com’era fino a venerdì mattina e torneranno a lavorare, perché alla fine del discorso si arriva sempre qui: è il tassello che manca alla ritrovata normalità, poi il resto si vedrà.

Dario Mazzocchi

Dario Mazzocchi

Giornalista, nato a Piacenza, vive in Lombardia. Guareschiano, conservatore. Insegna anche inglese.

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