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Spygate al Copasir. Il premier Conte sulla graticola: noi estranei, di Mifsud non sappiamo nulla

Nega tutto, smentisce Trump, copre i governi Renzi-Gentiloni e tenta la carta del diversivo attaccando Salvini sul caso Metropol per compattare la maggioranza. I giornaloni abboccano, ma la sua versione – totale estraneità e nessuna informazione – rischia di essere contraddetta dagli sviluppi delle indagini Usa

Il caso Russiagate/Spygate sulle cui origini, e presunto coinvolgimento di Paesi alleati, sta indagando l’amministrazione Trump, approda finalmente al Copasir (Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica) con l’audizione di ieri del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. Un “incontro ordinario” in qualità di autorità delegata ai servizi, come ha spiegato lui stesso in una conferenza stampa a Palazzo Chigi: “Non sono stato convocato sul caso Barr, ma con l’occasione non mi sono sottratto alle domande”.

L’audizione, segretata, è durata oltre due ore e mezza e si è svolta in un clima estremamente teso, soprattutto nella seconda parte, dopo la relazione sui servizi ai sensi di legge e la breve introduzione del premier sull’argomento più scottante. Conte è stato incalzato dai commissari sulla decisione di autorizzare incontri “irrituali” tra interlocutori non di pari status – da una parte il ministro della giustizia Usa, quindi un politico, dall’altra i vertici dei nostri servizi segreti – e per non aver avvertito i ministri competenti, in particolare l’omologo italiano di Barr, il ministro della giustizia Alfonso Bonafede. Il sospetto avanzato, poi, è che il premier abbia barattato la collaborazione che segretamente accordava alla delegazione Usa con un sostegno da parte del presidente Trump in un momento decisivo per la sua riconferma a Palazzo Chigi dopo l’apertura della crisi di governo.

Conte si è difeso, da una parte concedendo che in effetti non è stata seguita la prassi, ma dall’altra sostenendo che in qualità di Attorney General Barr è anche responsabile delle attività dell’FBI, uno dei 16 “comparti” dell’intelligence americana (quindi, in un certo senso, quasi un collega del capo del Dis Gennaro Vecchione), e ricordando che comunque non è stata violata alcuna norma ed è lui ad avere la “responsabilità” della delega ai servizi segreti. Anche in conferenza stampa, al termine dell’audizione, il premier ha confermato che gli incontri si sono effettivamente tenuti il 15 agosto e il 27 settembre, spiegando però che la richiesta americana di “uno scambio preliminare di informazioni” non è arrivata ad agosto durante la crisi di governo, ma “risale a giugno”. Chi segue il nostro Speciale ricorderà che alcuni governi alleati avevano già iniziato a cooperare a giugno, quando l’indagine era stata da poco avviata dal Dipartimento di Giustizia Usa.

Nessun collegamento, quindi, con il tweet di Trump all'”amico Giuseppi“, chiarisce il premier, che smentisce anche che il presidente Usa gli abbia mai parlato di questa inchiesta. “La richiesta non è pervenuta dal presidente Trump ma dal ministro Barr” e “non a me, ma attraverso canali diplomatici”, precisa con implicito riferimento al nostro ambasciatore a Washington Armando Varricchio, ex consigliere diplomatico di Palazzo Chigi ai tempi del Governo Renzi e nominato ambasciatore negli Usa proprio a inizio 2016…

A giugno, quindi, risale la richiesta di collaborazione da parte americana, ma anche la richiesta di fissare un incontro con i vertici dei nostri servizi? L’interrogativo resta.

I commissari del Copasir non si sono limitati a chiedere conto al premier della sua condotta e dei motivi per i quali ha autorizzato questi incontri, ma hanno chiesto chiarimenti anche sulle informazioni in possesso dei nostri servizi su un loro presunto ruolo nelle vicende che a Roma, a partire dal marzo 2016, hanno dato origine al Russiagate e sulla figura del professor Joseph Mifsud, che ha fatto perdere le sue tracce, sempre a Roma, dal novembre 2017.

Al Copasir, e nella successiva conferenza stampa, il premier Conte ha sostanzialmente confermato quanto già trapelato nei giorni scorsi – e cioè che queste erano le questioni a cui gli americani erano interessati, che c’è stato solo uno scambio di informazioni tra alleati, non di documenti e altro materiale, e che comunque i nostri servizi sono del tutto estranei e non sanno nulla di Mifsud.

Si è trattato di uno “scambio preliminare di informazioni”, ha ribadito, sulla base del “presupposto di non mettere in discussione in alcun modo l’operato delle autorità italiane”. Il premier ha spiegato che la richiesta da parte Usa era “in riferimento agli agenti della loro intelligence di stanza a Roma, che avevano operato sul territorio italiano” (gli agenti FBI presso l’ambasciata Usa a Roma erano Kieran Ramsey e Michael Gaeta, di cui ci siamo ampiamente occupati nel nostro Speciale) e riguardava le “attività soprattutto nella primavera-estate 2016” e “Joseph Mifsud, questo professore maltese…”. “In questo contesto, ma non è mai stato offerto alcun elemento, ci poteva essere l’eventualità che avessero lavorato insieme ai nostri servizi”, ma abbiamo chiarito agli americani che “siamo estranei” e “non avevamo informazioni”. “Dalle verifiche fatte – ha spiegato ancora Conte – non è emerso alcun elemento di coinvolgimento della nostra intelligence, né di singoli dipendenti”. Dunque, è “risultata acclarata l’estraneità della nostra intelligence, riconosciuta dalle stesse autorità Usa, che quindi non hanno elementi di segno contrario”, ha insistito. “È stata l’occasione – ha aggiunto – anche per fare una verifica per noi, nei nostri archivi. Se ci fossero state delle attività illecite che coinvolgevano anche nostri agenti avremmo avuto l’obbligo di segnalarlo all’autorità giudiziaria”.

Il premier ha quindi tenuto a distinguere tra un mero “scambio preliminare di informazioni”, e una “indagine criminale”: se in questo senso dovesse evolversi l’inchiesta di Barr e Durham – come già ipotizzato da alcuni media Usa – allora il binario sarebbe diverso, quello della cooperazione giudiziaria con le sue specifiche procedure.

Una versione, quella fornita dal premier Conte, non solo di totale estraneità dei nostri servizi alle origini del Russiagate, ma anche di assenza di informazioni riguardo agenti FBI e Mifsud, che però rischia di essere contraddetta dalle notizie che potrebbero arrivare, anzi stanno già arrivando da oltreoceano, sia dal rapporto dell’ispettore generale del Dipartimento di Giustizia, Michael Horowitz, che potrebbe uscire a breve, che dagli sviluppi dell’indagine del procuratore Durham.

Indagine che come abbiamo già riportato su Atlantico è stata ampliata – più uomini, mezzi e un più esteso periodo sotto esame – e forse già trasformata in “indagine criminale”, proprio pochi giorni dopo il secondo incontro di Barr e Durham con i servizi italiani e, come ha riferito Fox News, proprio sulla base di “nuovi elementi di prova scoperti a Roma”. Il procuratore Durham avrebbe trovato “qualcosa di significativo”, a tal punto da mettere in agenda di interrogare gli ex direttori della CIA Brennan e della National Intelligence Clapper. Tra l’altro, le due visite in Italia sarebbero state preparate nei mesi precedenti da uomini fidati dell’Attorney General mandati in avanscoperta nel nostro Paese.

Come già osservato, il premier Conte si trova in una posizione delicatissima su un duplice fronte: se smentisce i presupposti dell’inchiesta americana, come ha fatto ieri, almeno in conferenza stampa, rischia di deludere il presidente Trump, che sotto attacco dei Democratici ha fame di prove che possano dimostrare come l’indagine sia giustificata e non un tentativo di rigirare la frittata contro i suoi avversari politici. D’altra parte, se emerge che ha fornito informazioni tali da giustificare i sospetti di un nostro coinvolgimento nelle origini del Russiagate/Spygate (“l’Italia potrebbe essere stata uno di questi”, ha detto lo stesso presidente Trump pochissimi giorni fa, con Mattarella al suo fianco, riferendosi ai Paesi alleati che potrebbero essere coinvolti), rischia di terremotare la sua attuale maggioranza, oggi ben diversa da quella che lo sosteneva quando, nel giugno scorso, era arrivata la richiesta di collaborazione da Washington. Se infatti qualcuno a Roma ha collaborato con i Democratici e l’amministrazione Obama per fabbricare false prove di collusione tra la Campagna Trump e la Russia, lo ha fatto sotto i governi Renzi e Gentiloni, mentre Minniti aveva la delega ai servizi, mentre sono ormai noti i rapporti della Link Campus con il mondo dell’intelligence, ma anche con Pd e Movimento 5 Stelle. C’è consapevolezza nei partiti sia maggioranza che di opposizione che questa vicenda è esplosiva, va maneggiata con cura, perché potrebbe trasformarsi in uno dei vettori di una crisi di governo.

Ieri il premier Conte ha cercato di uscire dall’angolo non solo negando su tutta la linea, smentendo Trump che ipotizza un coinvolgimento dell’Italia, coprendo quindi i governi Renzi-Gentiloni, ma anche tentando la carta del diversivo, contrattaccando duramente sul caso Metropol per compattare la sua maggioranza. Un messaggio diretto a Salvini: non insistere, l’unico Russiagate è il tuo. Bisogna chiedersi tuttavia non tanto se ciò basterà a raffreddare i bollenti spiriti del leader della Lega, ma se basterà a convincere l’amministrazione Trump.

Bisogna sempre ricordare che il coinvolgimento del nostro Paese nelle dinamiche politiche, persino elettorali americane, non nasce oggi, quindi non è limitato alla discutibile condotta del premier Conte, ma risale alla primavera del 2016, come evidenziato nelle numerose puntate del nostro Speciale. E a dirlo non sono solo ipotesi ma anche dati di fatto. L’incontro tra il professore della Link Campus University Joseph Mifsud e l’allora consigliere della Campagna Trump George Papadopoulos, da cui è scaturita formalmente l’inchiesta dell’FBI, è avvenuto in Italia, a Roma. Che fosse opera di un agente russo per colludere con la Campagna Trump a danno della Clinton, come però l’inchiesta Mueller non è riuscita a provare (Mifsud non è stato accusato di nulla e non è mai stato “trattato” come una minaccia russa), o al contrario di un agente provocatore dei servizi Usa o di ambienti politici italiani, che ha cercato di fabbricare un elemento di collusione, incastrando Papadopoulos, per danneggiare Trump e favorire la Clinton, in entrambi i casi l’operazione è partita dal nostro territorio, in un istituto come la Link che ha stretti legami con agenzie di sicurezza e di intelligence occidentali (CIA, FBI, MI6, polizia e servizi italiani).

Estranei o meno ai contatti Mifsud-Papadopoulos, estranei o meno alla successiva scomparsa del professore maltese, visto l’ultima volta a Roma, i nostri servizi sono esposti, il nostro Paese è coinvolto dalla primavera del 2016 (e forse anche prima). Il punto ora è capire da chi e chiedersi, semmai, perché solo ora ci si preoccupi di questo coinvolgimento. Quello che si teme oggi, collaborando con le indagini di Barr e Durham, cioè di interferire nella politica Usa “a favore” Trump, potrebbe essere già accaduto nel 2016, solo “a favore” della Clinton. Ma questo evidentemente non preoccupa… Come minimo, quattro anni fa un’interferenza nel processo elettorale Usa è partita da qui, sotto i nostri occhi. Anche se i nostri servizi fossero del tutto estranei e ignari, come hanno potuto far finta di nulla durante questi tre anni, anche una volta emersa la centralità di Mifsud e dopo la sua misteriosa scomparsa?

Federico Punzi

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

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