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Spinto dalla piazza, il governo libanese comincia a ribellarsi all’interferenza iraniana

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“Se Israele commette un piccolo errore verso l’Iran, noi raderemo al suolo Tel Aviv dal territorio libanese”. Ad usare queste parole minacciose è stato il generale dei Pasdaran Murtada Qurbani, rilasciando un’intervista all’agenzia di stampa Mizan News. Minacce interessanti non tanto per il loro contenuto – visto che, purtroppo, l’Iran minaccia di distruggere Israele quasi ogni giorno – quanto per le reazioni che hanno scatenato all’interno del Libano.

Questa volta, infatti, forse anche grazie al coraggio dei libanesi che stanno protestando contro il settarismo, la corruzione e l’interferenza di Teheran, le minacce anti-israeliane provenienti dall’Iran, hanno determinato la ferma reazione del ministro della difesa libanese Elias Bou Saad.

Con un tweet sul suo account ufficiale, Saab ha reagito condannando le parole di Qurbani e sottolineando come queste affermazioni siano inaccettabili, perché rappresentano una chiara violazione della sovranità del Libano. Insomma, pur sottolineando l’amicizia tra Iran e Libano, finalmente un rappresentante ufficiale del governo libanese si ribella all’interferenza iraniana sul proprio suolo. Interferenza che, lo ricordiamo, va avanti da oltre trent’anni.

È dal 1982 infatti che la Repubblica Islamica non permette al Libano di essere uno stato realmente indipendente, con un governo capace di imporre la propria sovranità su tutto il territorio e un esercito capace di agire liberamente (nel rispetto dello stato di diritto), nei propri confini. Al contrario, tramite Hezbollah, l’Iran ha creato un vero e proprio Stato nello Stato, con un esercito parallelo che risponde a Teheran e che rifiuta di disarmarsi, nonostante la richiesta delle stesse Nazioni Unite (risoluzione 1701).

La reazione di Saad, si unisce alla condanna durissima arrivata dal patriarca greco-ortodosso libanese Elias Aude, proprio all’indirizzo del gruppo terroristico Hezbollah. Parlando davanti ai manifestanti libanesi, Aude – senza menzionarlo – ha condannato il fatto che il Libano sia “comandato da una persona che tutti conoscono e da un gruppo armato” (chiaro riferimento a Hassan Nasrallah e Hezbollah). Le sue durissime parole hanno determinato la reazione di molti sostenitori di Hezbollah, tra cui quella del patriarca greco-ortodosso Sebastian Hanna Atallah, noto da anni non solo per il suo sostegno al Partito di Dio, ma anche al terrorismo palestinese.

Al di là delle fratture politiche libanesi, la notizia è che finalmente qualcuno in Libano comincia a reagire all’ingerenza iraniana nel Paese. L’Occidente, se vuole definirsi ancora tale, dovrebbe sostenere attivamente coloro che in Libano si oppongono alla Repubblica Islamica e ad Hezbollah. È solo eliminando l’ingerenza iraniana e disarmando Hezbollah, infatti, che il Libano potrà definirsi un vero Stato, fondato sul diritto, il rispetto delle minoranze e i valori democratici. Un messaggio che deve capire bene in Europa soprattutto l’Italia, impegnata direttamente nella missione Unifil 2, al confine tra Israele e Libano. Non sarà un percorso facile e, probabilmente, non immune dalla reazione violenta di Hezbollah e dell’Iran. Nonostante tutto, è la sola via maestra per assicurare a quell’area del mondo stabilità e pace.

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