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Social Network da spazi di libertà a nuovi censori: si sono piegati alle pressioni della sinistra e dei media tradizionali

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Forse avete notato che, su Facebook, ogni post mandato online da Trump, o su quel che dice Trump riguardo le elezioni, viene pubblicato con un commento. Questo commento rimanda spesso a ulteriori informazioni, su siti che sono quasi sempre ostili a Trump, con l’intento di smentire le sue dichiarazioni. In altri casi Facebook si sente come in dovere di specificare che “le elezioni negli Stati Uniti sono storicamente libere ed eque”, affermazione per altro non vera (anche nell’elezione di Kennedy nel 1960 furono contestati brogli) tratta dal think tank bipartisan Policy Center. Su Twitter, invece, questi commenti si vedono meno: i post di Trump o di chi lo sostiene sono semplicemente rimossi.

Ma guai a dire che i social network sono di parte. Nati come vere e proprie bacheche virtuali, dove poter attaccare liberamente immagini, notizie, pensieri personali, i social network sono diventati, nell’arco di un solo decennio, la spina dorsale dell’informazione online. Se non ci sei, non esisti. Come è possibile che delle bacheche virtuali siano diventate degli organi di informazione politicizzata (ovviamente di sinistra, come tutti i media mainstream)? Il New York Times ci racconta la storia di quel che è successo nello staff di Facebook, con gli stessi toni con cui si narra una fiaba a lieto fine. C’era una volta un’azienda felice che però iniziò a vivere tempi bui. Tempi in cui sempre più dipendenti iniziavano a sentire che quel che facevano era sbagliato, non migliorava il mondo ma peggiorava. I sapienti analisti all’interno dell’azienda scoprirono con sommo raccapriccio che le notizie “cattive per il mondo” prevalevano su quelle “buone per il mondo”. E allora si chiesero: e se trovassimo il modo di nascondere le notizie cattive? Il test andò bene. Ma i dipendenti tristi continuarono a lamentarsi perché non si faceva abbastanza per contrastare le informazioni, false e tendenziose come sempre, dell’Orco (cioè Donald Trump). E ad un certo punto, i dipendenti incrociarono le braccia, in sciopero. Anche in questo caso, allora, i sapienti analisti misero alla prova un nuovo algoritmo e tutte le notizie provenienti dall’Orco divennero invisibili.

Purtroppo il mondo non è una fiaba e l’Orco è un presidente eletto democraticamente nel 2016, che ancora nel 2020 ha ottenuto più di 70 milioni di voti. Ciò che i professionisti dei media non prendono neppure in considerazione è che, nelle elezioni, esistono pareri diversi. Al contrario, loro considerano che vi sia una sola verità e che ciò che non vi si conforma è “falso”, o peggio è “una cattiva notizia per il mondo”. I social network, da opportunità per esprimersi liberamente, sono diventati dei censori. Quel che c’è di peggio: sono orgogliosi della loro censura.

Sia chiaro che, in tutta questa vicenda, i social network, per quanto ricchi e possenti possano sembrare, sono il vaso di coccio in mezzo a quelli di ferro. I vasi di ferro sono i media tradizionali e soprattutto la politica. È un apparato politico che ha piegato i social network alla sua volontà, costringendoli a cambiare regole. Non lo ha fatto con la polizia e la censura di Stato, come avviene nelle dittature di destra e di sinistra, ma con la minaccia del tiro incrociato di piazze urlanti, boicottaggi organizzati e lo stigma sociale. I social network sono sempre stati considerati delle oasi di libertà, finché non ha vinto Donald Trump nel 2016. Gli editori tradizionali si sono chiesti da dove venissero tutti quei voti, considerando che erano uniti (incluso Murdoch, di Fox) dalla parte di Hillary Clinton e contro Donald Trump. La risposta è stata immediata: perché la gente è ancora libera di parlare su Facebook e Twitter. Allora è nata la psicosi delle fake news, della propaganda russa e dei big data, raccolti per mandare agli elettori propaganda personalizzata sui social media. Anche qui: finché la pesca a strascico dei dati è stata impiegata da Obama, nella sua campagna elettorale del 2012, la sua è stata “innovazione”. Ma quando Trump ha usato gli stessi metodi, allora è iniziato lo scandalo di Cambridge Analytica. Facebook, per essersi prestato al gioco, è stato subito messo sotto processo.

Contro Twitter, reo di essere usato da Trump per comunicare la sua politica, contro Facebook, reo di non controllare mai abbastanza le fake news (di Trump e dei suoi sostenitori) sono stati quattro anni caratterizzati da polemiche, riprovazione dei media tradizionali e periodici boicottaggi. Ancora nel 2020, in un articolo di febbraio su Fortune (giusto per fare un esempio chiaro, ma il mainstream era tutto così), un editorialista si lamentava che Twitter non avesse ancora fatto abbastanza per segnalare o censurare le fake news. In un passaggio molto significativo, si legge:

“Il problema è che l’utente medio di Twitter può anche non credere nel processo di verifica, estremamente severo, del New York Times. In effetti, un sondaggio Gallup del 2019 mostra come solo il 41 per cento degli americani si fidi dei mass media, in generale

L’intento era chiarissimo: costringere i social network ad allinearsi agli standard (anche politici) di un quotidiano liberal, a costo di andare contro il parere dei lettori e degli utenti.

Il Covid-19, con la “necessità” di censurare informazioni false sulla pandemia e sulle cure mediche, è stata la prova generale. Governi dotati di poteri emergenziali, possono imporre la censura anche ai social network, tramite l’oscuramento delle “fake news”. Ma l’opportunità definitiva per piegare i social network è stata data dalla campagna contro il razzismo di Black Lives Matter, dalla fine di maggio. In quel caso, le multinazionali vicine alla causa democratica (cioè: tutte quelle che vogliono sopravvivere sul mercato, senza temere boicottaggi a loro volta) hanno lanciato la loro rivoluzione culturale: l’adesione ad un linguaggio “antirazzista”, pena il boicottaggio. In giugno si è piegato Facebook che fino all’inizio dell’estate aveva tenuto duro, difendendo la libertà di espressione. La mazzata è arrivata il 26 giugno, quando Unilever, con tutto il suo gruppo, ha annunciato la sospensione della pubblicità su Facebook sul territorio americano. Già che c’era, la multinazionale ha coinvolto anche Twitter, che era considerato ancora troppo leggero nei suoi controlli. “Data l’attuale polarizzazione politica e le elezioni in arrivo negli Stati Uniti, occorre molto più impegno contro il linguaggio di odio”, aveva dichiarato Luis Di Como, vicepresidente della comunicazione di Unilever. Non appena si era diffusa la notizia, le due vittime del boicottaggio, sia Facebook che Twitter avevano registrato gravi perdite in Borsa: Facebook ha perso l’8 per cento e Twitter il 7 per cento. Unilever è stata solo la ciliegina sulla torta. Prima di essa, altre grandi aziende quali Verizon Communications, Patagonia, VF, North Face, Eddie Bauer e Recreational Equipment avevano già annunciato il boicottaggio. La Coca Cola era poi andata oltre, annunciando uno stop alla sua pubblicità su tutti i social network americani per almeno un mese: niente più spot della bibita più famosa del mondo su Facebook, Twitter, YouTube, Snap, perché “non c’è spazio per il razzismo nel mondo e non c’è spazio per il razzismo sui social media”.

Risultato: i social network si sono piegati. Hanno accettato di selezionare le notizie, come fa qualunque editore online. Adesso però rischiano di pagare anche quest’ultima scelta. Nelle ultime due audizioni al Congresso, i ceo di Facebook e Twitter si sono trovati letteralmente fra due fuochi, con i Democratici che li accusavano di non fare abbastanza contro Trump e i Repubblicani che li accusavano, giustamente, di censurare una delle due parti della scena politica americana. I Repubblicani non hanno a disposizione le armi che hanno i Democratici: non hanno il controllo della piazza e non sanno organizzare boicottaggi su scala nazionale e internazionale. Ma hanno abbastanza legislatori per cambiare le leggi: finora i social network, proprio perché non sono editori, ma mere “bacheche” virtuali, sono esentati dalla responsabilità di ciò che pubblicano, grazie al paragrafo 230 della legge statunitense sull’editoria. Se l’immunità data dal paragrafo 230 salta (e i Repubblicani hanno tutta l’intenzione di farla saltare) i social media saranno responsabili di ogni singola parola o immagine che pubblicano, esattamente come un editore. A questo punto è anche normale che sia così: se selezioni i contenuti, ne sei anche direttamente responsabile. Ma a perderci saremo tutti noi, perché, ovviamente, i social si comporteranno da editori anche con noi. Un articolo come questo che state leggendo non verrebbe mai pubblicato da un editore di sinistra. E neppure quello che pensate voi svegliandovi alla mattina, magari. Avremo tutti molta meno libertà di esprimerci, perché per colpa di qualcuno, non si farà più credito a nessuno.

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Stefano Magni

Giornalista e saggista. Redattore esteri del quotidiano L’Opinione, collabora con La Nuova Bussola Quotidiana, Atlantico quotidiano e diverse altre testate.

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