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Sito Inps in crash e circolari deliranti: ostaggi di una burocrazia scassata ma prepotente

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Niente da fare. Viviamo nel Paese in cui la burocrazia è il vero potere, l’opaco “Deep State” nel quale tutto s’affossa, s’infogna, si perde nei meandri delle scartoffie imposte ai cittadini per troppo tempo. Il vero ostacolo tra i contribuenti e la macchina statale, prepotente ma scassata e farraginosa, è la burocrazia. La mostruosa macchina statale delle circolari, dei modelli standardizzati, dei moduli da compilare adattando il cervello umano alle logiche contorte della burocrazia e, ciò nonostante, non riuscendo mai a compilare un modulo che non ci abbia lasciati incerti nel riempire alcuni campi. Ieri sono stati aperti i cancelli ai troppi italiani, autonomi e Partite Iva, che, all’impazzata, stanno cercando di ottenere l’aiuto di miseri ma necessari 600 euro ad essi destinati in questa emergenza nazionale da Covid-19. Se qualcuno di voi avesse provato ad accedere, superate le forche caudine dei pin di accesso, al sito Inps credo che concorderà con me quando sostengo che l’irrazionalità, l’estremo disordine, il linguaggio in stretto burocratese di tale sito istituzionale è tale da scoraggiare chiunque. Se ci si aggiunge, poi, la quasi irraggiungibilità del sito stesso, dovuta ad una infrastruttura informatica a dir poco vergognosa, lo scopo che si voleva (forse) ottenere, ossia quello di permettere l’accesso collettivo ai modestissimi contributi economici previsti per gli autonomi in difficoltà causata dal fermo totale delle attività, è miseramente fallito.

Sapete quale dovrebbe essere una delle primissime cose da fare, una volta usciti da questa calamità nazionale? Liberarci una volta per tutte di questa mentalità contorta che ha partorito una modulistica fiscale assurda e quasi incomprensibile ai più, come sarebbe bellissimo liberarci dei funzionari che l’hanno prevista e creata. Ma resterà una pia illusione, come tale si è rivelata, nei decenni passati, ogni iniziativa volta a semplificare. Abbiamo persino creato strutture, ossia altri baracconi senza senso, dedicati alla semplificazione, con tanto di ministero dedicato, che ha puntualmente subito provveduto a costruire l’ulteriore complicazione burocratica che avrebbe dovuto risolvere il problema della troppa burocrazia. Una contraddizione in termini che a molti è sfuggita e che larga parte delle opposizioni hanno colpevolmente trascurato di combattere come avrebbero dovuto, perché complicare ulteriormente la vita agli italiani, già soffocati da montagne di scartoffie, è delittuoso. Ma siamo sinceri, suvvia: quanti dei soloni che inventano sempre nuovi moduli da compilare hanno mai trascorso ore in coda davanti ad un sportello statale? Nessuno di loro, statene certi. Obbligare i cittadini a risolvere via internet importanti questioni fiscali, salvo essere prontissimi a dare loro degli evasori fiscali, è ancora peggio. Non basta una laurea per destreggiarsi tra le voci, contraddittorie e mal raggruppate, che troviamo nei siti web istituzionali per permetterci di usufruire di un contributo sancito dalle norme. Si concedono aiuti agli italiani in difficoltà, obbligandoli ad avere internet e un computer (meglio se dotato di stampante con le cartucce d’inchiostro piene), per farsi generosamente elemosinare dallo Stato qualcosa che, prima ancora di intravederlo col binocolo, riesce perfettamente a complicarci la vita da rinunziarvi dopo qualche ora di scoraggianti scritte “sito non raggiungibile” oppure “il server non risponde”, quando non sia addirittura la balla totale del “la pagina creata non esiste”. Un accidente, non esiste! Esiste eccome, e l’avete creata proprio voi, incapaci ed inutili burocrati! Doveste campare con ciò che effettivamente e personalmente avete messo di sensato nel vostro lavoro, fareste la fame.

Mi vorrete perdonare i toni accesi e la trattazione che mette in evidenza tutto il peggio, che chiunque può tuttavia constatare personalmente. Che, poi, ci siano anche funzionari che fanno il loro dovere e magari qualcosa di più, per semplificare la vita ai cittadini tartassati, è altrettanto vero, ma l’andazzo generale è quello descritto. Insomma, questa stramaledetta burocrazia che complica tutto all’inverosimile, avvolta su se stessa come un boa constrictor che ci soffoca tra le sue spire, sembra proprio vivere su un pianeta che non è il nostro e che temo non esista nemmeno in altre galassie. Perché la burocrazia vive, evidentemente, di vita propria, e chi venga ammesso a farne parte, con il piacevole risvolto di un posto di lavoro garantito a vita, diventa funzionalmente parte di essa prestandole le braccia, senza mai prestare anche il cervello, perché non sarebbe nemmeno ammesso farlo. Si parla con gli spregevoli cittadini in termini ridicoli e contraddittori, obbligando chiunque voglia accostarsi ad un sito web istituzionale a farsi prima un robusto ripasso delle ultime terminologie ufficiali adottate, perché le stesse non sono nemmeno longeve. Se non sai che oggi si dice “parasubordinato” perché non puoi più dire “co.co.co” (che già sapeva tanto di Cocoricò) e domani sarà “collasfigato” o chissà quale altro termine, non accedi alla funzione giusta del sito web, col risultato di aver perso un’ora almeno a cercare nel posto sbagliato.

Siamo stufi, arcistufi di tanta complicazione, di emeriti teorici incapaci che si trincerano dietro formule e termini incomprensibili ai più. Abbiamo il sacrosanto diritto di capire bene ciò che leggiamo e di sapere dove e come muoverci nel mare magnum dei siti istituzionali, senza aver ricorrere a terzi per capire cosa diavolo ci sia scritto in essi. Non è cosa da poco, ma un nostro diritto costituzionalmente garantito. Molti anni fa, m’imbattei per lavoro con un Ente di Stato col quale scambiai alcune lettere. Alla fine di una di esse, scrittami da un Ministero, trovai la dicitura: “pregasi rispondere per attergato”. Confessando di non aver la minima idea sul significato del termine “attergato”, telefonai ad un amico, funzionario dirigente di tale Ministero. Mi spiegò, ridendo come un matto, che significa “scritto a tergo” e che lo facevano per non doversi prendere la briga, dopo aver ricevuto la mia risposta, di andare a cercare la loro lettera e sapere, quindi, cosa cavolo mi avessero chiesto. Scrivendo io, materialmente, a tergo della loro richiesta, avrebbero capito perché avessi scritto a loro. Semplice no? L’attergato.

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Roberto Ezio Pozzo


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