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Silenzio, parla Angela. Ecco la vera bomba dell’intervista alla Merkel: fa sua la sentenza di Karlsruhe

Musso di Musso, in Esteri, Quotidiano, del

Talmente esplosiva da essere stata “censurata” sia da La Stampa che da Le Monde nelle edizioni cartacee. La Merkel ha fatto sua la sentenza di Karlsruhe… Tre paletti al Recovery Fund e nessun incoraggiamento ad usare il Mes. L’obiettivo della cancelliera è la difesa di “ciò che unisce gli Stati europei”, il mercato unico. E basta, euro mai nominato. Perché è grazie al peso dell’intero mercato europeo che Berlino può meglio negoziare con Washington e Pechino per tutelare gli interessi tedeschi

La cancelliera tedesca Angela Merkel ha rilasciato una lunga intervista. Ci occupiamo qui della parte dove ella risponde in materia di politica europea, interpretandola pure alla luce delle contestuali dichiarazioni del membro tedesco del Consiglio di Bce, Isabel Schnabel, nonché del presidente di Bundesbank, Jens Weidmann.

Gli obiettivi di Merkel – La frase centrale, attorno al quale tutto ruota, è la seguente:

“È in grande misura nell’interesse di tutti gli Stati membri mantenere un forte mercato interno europeo e presentarsi compatti sulla scena internazionale. [Pur] In una situazione così eccezionale, conto sul fatto che gli Stati membri abbiano un grande interesse nelle cose che ci uniscono”.

Laddove si apprende che le cose che uniscono gli Stati europei sarebbero due: il mercato unico e la politica estera. Ma, siccome la politica estera invero non esiste, resta che ciò che unisce gli Stati europei è il mercato unico. E basta.

Merkel è preoccupata dal protezionismo mondiale, perciò “oggi, dobbiamo fare tutto ciò che possiamo per impedirci dal cadere nel protezionismo. Se l’Europa vuole essere ascoltata, allora deve dare un buon esempio. Io faccio affidamento su questo”. Cioè, fa affidamento sul fatto che l’Europa conservi il mercato unico. Asseritamente, al fine di dare il buon esempio. Ma, siccome parliamo di commercio e non di morale, invero al fine di usare il peso dell’intero mercato europeo per tutelare meglio gli interessi tedeschi, nei negoziati con Usa e Cina.

Il mercato unico unisce gli Stati europei, nel senso che reca loro vantaggio. Alla Germania senz’altro, Merkel non ha remore a sottolinearlo: “È nell’interesse della Germania che il mercato unico sia forte e che l’Unione europea cresca insieme, che non si disgreghi”. Noterà il lettore come la parola ‘Euro’ non venga menzionata, né qui, né altrove nel testo. Al resto d’Europa non si sa, perché Merkel ammette l’esistenza di “una disoccupazione molto elevata” in taluni Stati membri, talmente elevata che “può diventare politicamente esplosiva” ed addirittura “aumentare così i rischi per la democrazia” in quegli Stati membri, con la seguente chiosa, “perché l’Europa sopravviva, la sua economia deve sopravvivere”. Ma, siccome non ha manco menzionato l’Euro e, invece, ha appena detto che l’Europa è il mercato unico, la frase di Merkel non può che significare: ‘perché il mercato unico sopravviva, pure l’economia degli altri Stati membri deve sopravvivere’… sennò se ne usciranno dal mercato unico, con gran danno della Germania.

Per questo motivo, la cancelliera ha proposto il cosiddetto Recovery Fund: “Le risorse del fondo servono ad aiutare Paesi investiti dalla pandemia con intensità diverse” nonostante le obiezioni dei Paesi dell’Est; più specificatamente, “per i Paesi che hanno già un livello di indebitamento molto elevato ha più senso ricevere sovvenzioni anziché ulteriori prestiti” nonostante le obiezioni dei Paesi del Nord; ancor più specificamente, “per Italia e Spagna, ad esempio, la pandemia del coronavirus significa un carico enorme, in termini economici, medici e, ovviamente per via delle numerose vittime, pure emotivo” (noterà il lettore la prevalenza dell’aspetto economico, mentre l’aspetto tragico venga derubricato ad ‘emotivo’, espressione normalmente riservata alle prefiche mediterranee e cattoliche). Ma, siccome ‘carico economico’ significa ‘disoccupazione molto elevata’, a sua volta presupposto perché la situazione diventi ‘politicamente esplosiva’ e metta a rischio il mercato unico, ne segue che la Germania ha proposto il Recovery Fund, al fine espresso di tutelare il mercato unico. Ciò che, infatti, i politici degli Stati membri e brussellesi da mesi non fanno altro che ripetere.

I limiti posti da Merkel – Detto ciò, comincia a piantare paletti.

(1) Primo paletto, le circostanze sono straordinarie ed il contributo è “straordinario”: Il fondo è “una risposta eccezionale ad una situazione eccezionale”. Straordinario-eccezionale significa irripetibile: che accade solo una volta, che non sarà ripetuto. Con tanti saluti agli Enrico Letta che descrivono l’ipotetico Recovery Fund come “l’Europa sociale di Delors e poi Prodi… una nuova Europa”. Nein vuol dire Nein.

(2) Secondo paletto, “se volessimo dare alla Ue il diritto di prelevare tasse, allora dovremmo modificare i Trattati”, ma “per noi è molto importante che il programma resti nel quadro dei Trattati europei”, sicché “sono certa che se ne discuterà nei prossimi anni, ma lo si dovrà fare con cautela”. Con tanti saluti a Sergio Fabbrini con la sua “tassazione dell’Unione per finanziare il Recovery Fund”. Nein vuol dire Nein.

(3) Terzo paletto, i soldi del Recovery Fund sono pochi: “Pure se stanziamo, ad esempio, l’1 per cento del Pil dell’Ue, si tratta sempre solo di un 1 per cento… Pertanto, la chiave per il successo consiste nell’amministrare bene in tutti i nostri Paesi e parallelamente incrementare la convergenza nell’Ue”. Laddove si apprende che i soldi dobbiamo trovarceli da soli, come fa la Germania… sul cui esempio siamo appunto invitati a ‘convergere’. Lo ripetiamo: l’espressione tedesca ‘convergere’, in italiano significa ‘arrangiarsi da soli’. Nein vuol dire Nein.

(4) Quarto paletto, il Mes, cioè la Troika, non è un modo per ottenere più soldi dalla Germania: Merkel fa un riferimento distratto al solo Mes-Sanitario e solo su domanda espressa della corrispondente de La Stampa, con una espressione, “questa è una decisione che deve assumere l’Italia”, che tutto può essere tranne che un incoraggiamento.

Il Mes – Quest’ultima risposta sul Mes ha acceso in Italia una curiosa discussione. È accaduto questo: l’intervista veniva rilasciata ad una serie di giornali nazionali; fra di essi La Stampa che la pubblicava sabato, facendola precedere da una sintesi pubblicata venerdì, stravagante, nella quale si suggeriva che Merkel avesse suggerito all’Italia di sopperire alla limitatezza del Recovery Fund rivolgendosi al Mes. Il che, come abbiamo appena visto, non è. Al punto che la stessa La Stampa cercava di chiudere l’incidente con un diverso articolo, nel quale derubricava le parole di Merkel a “battuta”.

Della battuta, però, si era nel frattempo impossessato il primo ministro pro-tempore Giuseppe Conte, rispondendo immediatamente venerdì e ponendo cura nel mostrarsi piccato: “Sul Mes non è cambiato nulla. Rispetto l’opinione di Merkel, ma a far di conto per l’Italia è il sottoscritto”. A prima vista per insipienza (come se credesse di rispondere a Merkel mentre invero rispondeva a La Stampa), al punto da indurre i supporter a trovargli un alibi: lo avrebbe fatto per tattica negoziale, scrive La Repubblica. Più plausibilmente per farsi bello come improbabile oppositore al Mes: ergersi ad oppositore di una pretesa tedesca che la Germania non ha avanzato è un guadagno propagandistico a costo zero. Operazione riuscita, visto la grancassa con la quale praticamente tutti i giornali hanno ripreso e ripetuto la stravagante interpretazione contenuta nella anticipazione de La Stampa, pur con la protesta solitaria de Il Fatto Quotidiano. Ex-multis, citeremo il Corriere della Sera (“la cancelliera ha provato a spingere il governo giallorosso verso il sì ai 37 miliardi del fondo salva-Stati… l’offensiva tedesca”), che si è fatto attrarre dal proprio sostegno appassionato per il Mes (vedi Fubini, Ultimo Giapponese ad honorem) nel tranello della propaganda di Conte.

Da domenica, infatti, gli stessi giornali hanno finalmente cominciato a scrivere come appaia improbabile che Merkel abbia voluto mettere in difficoltà l’altrimenti docile Conte, il quale, per far votare dal Parlamento il Mes, sarebbe costretto ad un ardito cambio di maggioranza, sostituendo i voti dei più coraggiosi fra i grillini con quelli di Forza Italia, dunque rischierebbe una crisi di governo. Essi giungono finalmente alla conclusione che di Mes-Sanitario non si parlerà nella risoluzione a breve in Parlamento e di seguito almeno fino a settembre, cioè nel giorno del mai perché successivo alla prossima conclusione della vicenda di Karlsruhe.

Merkel per Karlsruhe – Perché la vera bomba della intervista di Merkel, è la risposta sulla sentenza di Karlsruhe. Risposta talmente esplosiva, da essere stata espunta (censurata) dal testo pubblicato nella edizione cartacea, non sono de La Stampa (!) … ma persino di Le Monde (!!). Vale, perciò, la pena di riportarla per intero:

“Non è che questo tema non sia mai stato discusso prima che la Corte Costituzionale Federale emettesse la propria sentenza sulla Bce. Senza alcun dubbio, la legge europea ha precedenza sulla legge nazionale – ma ciò non ci dice dove la giurisdizione del diritto europeo inizi e finisca. L’essenza della Ue risiede nelle competenze trasferite dagli Stati membri. Nelle zone di confine tra la sfera di giurisdizione della legge nazionale ed europea, possono crearsi degli attriti se il livello europeo definisce i propri limiti più generosamente che, ad esempio, il Parlamento tedesco. Questo è ciò che stiamo vedendo nel caso della Bce. Se la Corte Costituzionale giudica che un confine sia stato superato, si rivolge alla Corte di Giustizia dell’Ue e richiede una verifica. Sino ad ora, ogni disaccordo è stato ricomposto. Ora abbiamo un conflitto. Ciò è nella natura della bestia, poiché uno Stato nazionale sarà sempre in grado di rivendicare particolari competenze, a meno che tutti i poteri non siano trasferiti alle istituzioni europee, il che sicuramente non accadrà”.

Abbiamo preferito ritradurre la versione pubblicata da The Guardian, in quanto la versione pubblicata (solo sul sito internet) da La Stampa sembra aver accorciato la domanda e traduce ‘sfera di giurisdizione del diritto europeo’ con ‘zona di regolamentazione del diritto europeo’, il che pare inesatto.

La competenza trasferita alla Ue è la politica monetaria, la competenza non trasferita alla Ue è la politica fiscale, la zona di confine sono gli effetti asseritamente fiscali della politica monetaria, il livello europeo che definisce generosamente i propri limiti è Bce, l’attore nazionale che ha il potere di fermarla è il Parlamento tedesco, il conflitto è quello che ben conosciamo, la soluzione del conflitto non sarà una resa tedesca (“sicuramente non accadrà”). In una parola, Merkel ha fatto sua e per intero la sentenza di Karlruhe… ne recita la sintesi a memoria, addirittura. A chi ne fosse scosso, dedicheremo il detto del presidente Barra Caracciolo: “Siamo nel pieno di un’estate in cui, in un modo che pare molto diverso da quanto è accaduto in quella del 2011, i nodi stanno venendo al pettine”.

Schnabel contro Karlsruhe – Altrettanto impressionante è che la cancelliera non faccia il benché minimo riferimento alla soluzione nel frattempo ideata da Bce, la quale, questa settimana, ha inviato a Bundesbank i famosi 50 chilogrammi di documenti dei quali parlammo su Atlantico, in modo che poi Bundesbank li giri al Bundestag. Soluzione formale ad un problema sostanziale: il silenzio di Merkel suggerisce come il punto del conflitto non sia che Bce abbia o meno eseguito una ponderazione fra i vantaggi del QE ed i suoi svantaggi collaterali, bensì l’esito di tale ponderazione. Esito che è positivo per Bce, negativo implicitamente per Karlsruhe ed esplicitamente per Bundesbank. Per verificarlo, basti confrontare il discorso del membro tedesco del Consiglio Bce Isabel Schnabel sabato, con quello del presidente di Bundesbank Weidmann della domenica precedente.

Schnabel, (1) pretende che il PEPP sia smantellabile come, secondo lei, sarebbe stato smantellato il QE a fine 2018; ma ciò è pacificamente falso in quanto Bce non ha mai smesso di reinvestire i proventi delle obbligazioni acquistate nell’ambito del QE.

(2) Aggiunge che le limitate capacità di indebitamento, nella crisi del Covid, dei Paesi più indebitati mettono a rischio “la coesione della Unione Monetaria e, perciò, della politica monetaria unica”; il che è pacificamente vero, ma irrilevante per il governo di Berlino, il cui unico interesse è (lo abbiamo visto nelle parole di Merkel) ‘mantenere un forte mercato interno europeo’ (e manco cita l’Euro).

(3) Definisce una politica monetaria come proporzionata “se, alla luce del nostro mandato, i benefici delle misure adottare superino il loro costo”. Ecco un caso dove l’inciso prevale sulla principale: Karlsruhe, infatti, ha suggerito che i benefici di politica monetaria delle misure adottare superano il loro costo di politica fiscale. Nulla esclude che un costo modesto in termini di politica monetaria, sia esorbitante in termini di politica fiscale. Anzi ciò diviene automatico quando si accetti una definizione di politica fiscale esorbitante, come ha fatto Karslruhe. Manifestamente, Bce e Germania continuano a parlare due lingue diverse.

(4) Anticipa, infine, la dimostrazione contenuta nei 50 chilogrammi di documenti. Quanto agli effetti distributivi del QE, che impoverisce i creditori ed arricchisce i debitori, ella concede che siano inevitabili, ma pretende che sarebbero stati molto maggiori se Bce avesse ulteriormente abbassato i tassi a breve, anziché acquistato titoli di stato. Quanto al risparmio sulla spesa per interessi della quale profittano gli Stati, di nuovo ella concede che sia inevitabile, ma pretende che la crescita degli avanzi primari (sino al Covid) dimostri che gli Stati non ne abbiano profittato. Ad anticipare la risposta di Berlino a questi ultimi argomenti, ha provveduto Weidmann.

Weidmann per Karlsruhe – Weidmann dice e ribadisce che la proporzionalità pretesa da Karlsruhe deve essere manifesta, cioè non basta che Bce dica che c’è; aggiunge che per lui tale proporzionalità pretesa da Karlsruhe non c’è; non trascura di estendere la critica al PEPP, del quale in soprannumero denuncia la flessibilità (anatema per Karlsruhe). Afferma che la politica di Bce, oltre ad essere sproporzionata, è pure finanziamento monetario, anzi aggiunge di considerare gli acquisti di titoli di Stato tout court come una forma di politica fiscale. Il che è come dire Weidmann va oltre Karlsruhe, è più Karlsruhe di Karlsruhe, ciò che non deve stupire, visto che la sentenza è una pallida imitazione del pensiero economico dei Weidmann.

Poi, visto che Weidmann è Weidmann, partono le provocazioni. La ripresa in Germania è iniziata, dice, per merito di una politica fiscale nazionale particolarmente espansiva; Bce è invitata ad alzare le mani e lasciare la palla alla politica fiscale pure degli altri Stati d’Europa; Stati che si devono arrangiare ciascuno da solo, in quanto tutta la redistribuzione possibile è quella del normale bilancio Ue, visto che di indebitarlo dice che non si ha voglia (quindi, requiem per il Recovery Fund); oltretutto rispettando la disciplina fiscale, che deve tornare “velocemente” a regime (come prima, peggio di prima); gli Stati che non ce la fanno, sono invitati a fare una patrimoniale. In una parola, se Bce francese cedesse, Berlino non farebbe prigionieri.

Dipoi Bce, così metodicamente demolita, è caldamente incoraggiata a presentare al Bundestag le carte. Anzi sarebbe “delizioso” se potesse presentarle egli stesso al Bundestag, come infatti pare che avverrà. Anche perché, poi si è scoperto, le minute delle riunioni del Consiglio Bce incluse nei 50 chilogrammi di documenti, registrano la opposizione (con gli argomenti che abbiamo visto sopra) di alcuni membri: non nominati, ma facilmente identificabili con lo stesso Weidmann, d’accordo con lo FT.

Infine, il nostro non ha mancato di gettare uno sguardo nel futuro: “È precisamente per sostenere il nostro impegno illimitato nei confronti dell’euro, che dobbiamo stare attenti ai limiti del nostro mandato”, ha detto in un discorso lunedì scorso a Francoforte. Laddove, i limiti del mandato sono ovviamente quelli dettati da Karlsruhe, quindi solo se Karlsruhe verrà obbedita Bundesbank manterrà un ‘impegno illimitato nei confronti dell’euro’… altrimenti, se Bce francese non obbedisse a Karlsruhe, ebbene – dice Weidmann – l’impegno di Bundesbank nei confronti dell’euro diverrebbe ‘limitato’. Espressione ostica ma univocamente riferibile all’impegno di Bundesbank a illimitatamente ricevere i bonifici da altri Paesi dell’Euro nell’ambito del sistema dei pagamenti, il cui nome è Target 2: in altre parole, Weidmann sta dicendo che, o Bce francese si arrende, oppure Bundesbank imporrà il controllo dei movimenti dei capitali fra la Germania e la Francia (entrambe coi rispettivi satelliti), il limes monetario che già avevamo prefigurato su Atlantico.

Fazit – Naturalmente, è sempre possibile che Weidmann vada al Bundestag a dire il contrario di ciò che ha appena detto nell’intervista, di ciò che ha fatto debitamente registrare nelle minute del Consiglio Bce, di ciò che ha anticipato dirà, di ciò che dice da anni… potrebbe pure convertirsi e farsi frate trappista. Naturalmente è sempre possibile che il Bundestag voti contro Karlsruhe e contro la Bundesbank, che Merkel abbia deciso di regalare i propri elettori alla AfD, in nome di una Unione Monetaria alla quale oggi non dedica una parola e che lei stessa prende a cannonate da 20 anni. Naturalmente, è sempre possibile che Bce francese si arrenda e la Francia si sottoponga alla cura Monti. Teoricamente tutto è possibile. Ma non è probabile. Qui vivra verra. Solo, apparirebbe assai arduo interpretare i fatti presenti (la prudenza di Conte, ad esempio), ignorando le parole di Merkel, di Weidmann, di Schnabel. Verrà un giorno in cui potremo tornare a bellamente ignorare il dibattito tedesco, ma non oggi.

Musso

Musso


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