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Si prepara una tempesta perfetta in Medio Oriente: come la riapertura di un valico può accendere il conflitto

Avatar di Michael Sfaradi, in Esteri, Quotidiano, del

Che in Medio Oriente si stia preparando una tempesta perfetta che potrebbe esplodere da un momento all’altro, e che potrebbe essere fermata solo dalla diplomazia o da un miracolo, è chiaro a tutti coloro che si occupano di ciò che accade nella regione. Sono troppi i segnali che arrivano in ordine sparso, segnali che se letti nell’insieme danno un quadro desolante dove è impossibile trovare il bandolo della matassa. Le azioni di forza dei contendenti si alternano a periodi di stallo che, nella maggior parte dei casi, servono solo a rafforzare le posizioni acquisite. La lista è lunga, ma vale la pena ricordare almeno le parti più importanti: dopo aver avuto in mano le prove che l’Iran, nonostante l’accordo dei 5+1 sul nucleare tanto voluto dall’ex presidente Obama, ha continuato imperterrita sulla strada dell’arma atomica gli Stati Uniti di Trump non solo sono usciti dall’accordo, ma hanno anche inasprito le sanzioni contro la Repubblica Islamica. Mossa questa che da una parte sta mettendo in ginocchio Teheran dal punto di vista economico, ma che dall’altra dà forza agli irriducibili della corte degli ayatollah che aspettano solo il momento per dare il via allo scontro. Ecco allora che cominciano i sabotaggi delle petroliere dirette in Arabia Saudita o negli Emirati Arabi a cui fa seguito il blocco della la Grace 1, petroliera iraniana, fermata dalla Royal Navy con l’accusa di contrabbando e che, a distanza di molti giorni, è ancora alla fonda davanti a Gibilterra. Ma non finisce qui, perché per ritorsione i Pasdaran dirottano, senza ragione e con un vero atto di pirateria, la petroliera inglese Stena Impero, fatto questo che innesca la decisione di Downing Street di inviare navi da guerra britanniche nello stretto di Hormuz per garantire il libero passaggio, cosa che gli Usa, presenti in zona con navi aerei e truppe di terra hanno tutta l’intenzione di far rispettare con le buone o con le cattive, anche se fino ad ora hanno dimostrato di avere molta pazienza.

Pazienza che, dato le continue frizioni – i barchini veloci dei Pasdaran che navigano sulla linea di confine delle acque territoriali saudite ed emiratine sono continuamente avvistati tutti dai droni di sorveglianza – rischia di consumarsi rapidamente. Poi c’è Israele, o “entità sionista” come viene chiamata a Teheran, con la quale il conto è aperto da anni. Se fino a non molto tempo fa lo scontro si limitava a una guerra psicologica o per delega, armi iraniane in mano a Hamas o a Hezbollah usate contro lo Stato Ebraico in occasione degli ultimi scontri armati nel Libano del Sud o nella Striscia di Gaza, ultimamente il conflitto si sta facendo sempre più reale e diretto. L’Iran, con il pretesto di aiutare il presidente Assad contro i rivoluzionari, ha trasferito in Siria migliaia di soldati che, alla fine della guerra civile, si sono stabiliti nel Paese costruendo teste di ponte da utilizzare nella possibile e prossima guerra contro lo Stato Ebraico. Ed è per questo che da mesi l’aeronautica militare israeliana bombarda in Siria i siti dove gli iraniani stanno ammassando missili terra terra a lungo e a medio raggio. Bombardamenti che recentemente hanno allargato il loro raggio di azione arrivando in Iraq. È notizia di pochi giorni fa che un grande magazzino di stoccaggio missili iraniano alle porte di Bagdad è stato fatto saltare durante un raid notturno. Quello che potrebbe far alzare ulteriormente l’asticella dello scontro è la notizia, riportata dai media israeliani, che la Siria vuole riaprire il valico Albukamal uno dei due valichi, quello più a nord e più lontano da Israele, l’altro è Al Tanef, sulla strada che collega Teheran con il Libano passando per Bagdad. Sono state anche pubblicate delle fotografie aeree dove si vedono mezzi al lavoro per la costruzione del terminal doganale. La strada, secondo i report dell’intelligence israeliana, sarebbe principalmente utilizzata per trasferire via terra armi a Hezbollah, come se quelle trasferite dagli aerei e dalle navi che arrivano in Siria e Libano non bastassero, in quantitativi molto più importanti di quelli trasferiti fino ad oggi.

Nonostante da anni l’ambasciatore di Israele all’Onu denunci le continue violazioni da parte di Hezbollah alla risoluzione 1701, che prevedeva il disarmo della milizia sciita, il riarmo prosegue a ritmo incessante senza che ci siano reazioni da parte della comunità internazionale. Della prossima apertura del valico ne ha dato notizia il Meir Amit Intelligence and Terrorism Information Center, poi ripresa da alcuni organi di stampa. Nel suo resoconto si prevede l’intensificarsi in futuro di azioni mirate dell’aeronautica israeliana sui convogli di passaggio, azioni che potrebbero scaturire reazioni che porterebbero a uno scontro frontale fra Israele da una parte e Hezbollah, esercito iraniano presente in Siria e quello che rimane dell’esercito siriano dall’altra, riaccendendo per l’ennesima volta il confine fra Libano e Israele e anche la linea del “cessate il fuoco” sulle Alture del Golan, che dal 1974 fino ad oggi, prima dell’arrivo degli eserciti stranieri, ha goduto di una calma relativa.

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Michael Sfaradi


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