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I risvolti “italiani” del caso Manafort e la lobby pro-Yanukovych: cosa c’entrano Friedman e Prodi

Avatar di Fabio van Loon, in Esteri, Quotidiano, del

Il travaglio politico di Paul Manafort si estende ben oltre le sale di Washington, il Trump Hotel e il Cremlino. In un recente articolo del New York Times sarebbe coinvolto anche “Italy’s Professional American”, Alan Friedman. Il famoso giornalista americano quasi naturalizzato dalla sinistra italiana, critico dell’amministrazione Trump ed autore del libro “Questa non è l’America”, è collegato con l’indagine del procuratore speciale Mueller che coinvolge Paul Manafort, presidente della Campagna Trump per tre mesi, fino al settembre 2016, accusato di aver ricevuto circa 60 milioni di dollari dai russi e sotto processo da questa settimana in Virginia.

Secondo l’inchiesta iniziata dal Washington Post, Alan Friedman avrebbe dato vita all’“Hapsburg Group” nel 2011 insieme a Manafort con lo scopo di creare una lobby a favore del presidente ucraino, ed amico di Vladimir Putin, Viktor Yanukovych. Né Manafort né Friedman si sarebbero registrati come lobbisti, potenzialmente violando la legge statunitense mirata a controllare i gruppi d’interesse. Come rivelato dalle recenti indagini, del gruppo Hapsburg facevano parte alcuni politici europei che (anche questo andrà confermato nel corso del processo) potrebbero aver ricevuto fondi da conti stranieri attraverso il presidente, Paul Manafort. Tra di essi anche l’ex premer italiano, Romano Prodi.

Tutto inizia il 25 giugno del 2011, quando Friedman contatta Manafort per proporgli di creare una strategia per dare aiuto al presidente ucraino Yanukovych, filo-russo, sotto attacco e nel pieno di uno scandalo nazionale. Nel 2011, Manafort e Friedman firmarono un contratto per circa 1,2 milioni di euro, fondi che sarebbero stati depositati in un conto bancario svizzero alle Isole Vergini. Questa prima ma importantissima transazione del gruppo Hapsburg nasce per mirare “media, politici, think tank e business leader negli Stati Uniti e in Europa.” Poco dopo, si fece avanti l’ex cancelliere austriaco Alfred Gusenbauer, un finanziatore principale del gruppo per la causa del presidente ucraino. Quasi ironicamente, secondo una recente scoperta dell’accusa, Manafort avrebbe istruito i membri del gruppo a dire, se contattati dalle autorità di stato, che le loro operazioni erano ‘esclusivamente europee’.

A febbraio del 2014, Friedman coinvolge il suo amico ed ex premier italiano Romano Prodi, chiedendogli di “revisionare” un articolo per il New York Times che Friedman avrebbe fatto pubblicare sotto il nome di Prodi. L’articolo dichiarava il sostegno dell’ex premier italiano per Yanukovych, suggerendo che il presidente ucraino avrebbe potuto salvare il Paese dal disastro economico e che i leader europei dovessero ridurre le sanzioni contro l’Ucraina. In uno scambio di email private con Rick Gates, braccio destro di Manafort, Friedman scriveva che Prodi aveva richiesto “la modifica dell’ultima frase dell’articolo”. Gates, portavoce del rappresentate privato di Prodi, Glenn Selig, dà la conferma di continuare con la modifica in “qualsiasi modo ritieni necessario”.

Settimane dopo, la redazione del New York Times scrive al rappresentante dell’ex premier chiedendo le prove per alcune sue affermazioni contenute nell’articolo. Prodi tutt’oggi dichiara di aver scritto l’articolo e di aver ricevuto denaro dall’ex cancelliere Gusenbauer, senza però sapere che il progetto fosse finanziato dagli ucraini invece che dagli europei. In risposta alle domande dei giornalisti, l’ex premier ha affermato di non conoscere i retroscena riguardanti il gruppo Hapsburg, dicendo: “Se mi chiedete se Friedman ha mai parlato di una lobby o una cosa simile, vi dico mai. Mai, mai, mai.”

Alla fine di una lunga ma ancora poco nota serie di transazioni di denaro, interessi e contatti, Friedman si è assicurato un’intervista a Donald Trump, ispirazione per il suo libro “Questa non è l’America”, celebrato dalla sinistra italiana. Forse pochi si ricorderanno del suo video pubblicato a luglio del 2017 dove parla dell’incontro tra Donald Trump Jr., Paul Manafort ed un avvocato russo. Nel video, il giornalista dichiara: “Quando accetti l’aiuto da un governo straniero ed ostile agli Stati Uniti in una campagna politica, è un crimine.” In uno scandalo veramente internazionale una cosa è certa, l’ipocrisia di Friedman è un libro senza fine.

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Fabio van Loon


2 risposte a “I risvolti “italiani” del caso Manafort e la lobby pro-Yanukovych: cosa c’entrano Friedman e Prodi”

  1. Avatar Alberto ha detto:

    Il braccio destro di Manafort è RICHARD Gates. Robert Gates era ministro della difesa sotto Bush e Obama ed ha vedute assai diverse su Putin e l’Ucraina.

    Consiglio di correggere al più presto

  2. Avatar Giovanni Vegetti ha detto:

    Povero essere, americano, comunista, e testa di sasso, questo è Alan Friedman.

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