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Il rischio: vedere il “pericolo russo” dove non c’è, e ignorarlo dove invece c’è

Avatar di Stefano Magni, in Esteri, Quotidiano, del

Da quattro anni almeno, dalla rivoluzione del Maidan in Ucraina e la successiva occupazione russa della Crimea, l’Europa torna a guardare con apprensione verso Est. La Russia, dal 2014, non è solo un partner difficile, a volte ingombrante, a volte inaffidabile, ma un vero avversario politico e militare. Contrariamente alla guerra fredda (1946-1989), questa volta lo scenario non è affatto chiaro a tutti. C’è chi, fra i vertici europei, parla a sproposito di pericolo russo dove questo non c’è. E chi, al contrario, non vuol vedere il pericolo russo dove questo è già ben evidente. Purtroppo l’Unione Europea e la classe politica democristiana e socialista che la rappresenta a tutti i livelli, commette entrambi gli errori. E andando avanti di questo passo, rischia di perdere il nuovo confronto con Mosca.

Quando si parla a sproposito di “pericolo russo”? In questi ultimi due anni, quando si accusa la Russia di aver “manipolato” l’esito di elezioni per far vincere istanze e partiti contro l’integrazione europea. Da un punto di vista ideologico, se è vero che tutti i filo-russi sono euroscettici, è però anche altrettanto vero che non tutti gli euroscettici sono filo-russi. L’esempio più eclatante è costituito dal Partito Diritto e Giustizia polacco (PiS) attualmente al governo a Varsavia: esso è tanto euroscettico quanto anti-russo nelle sue posizioni. Ma altri esempi evidenti sono costituiti dal Partito Conservatore britannico, la maggioranza del quale sosteneva la causa del Leave nel referendum sulla Brexit, ma che è e resta un partito molto attento alla difesa del confine orientale europeo, spesso ancor più “falco” delle sue controparti nell’Europa continentale. Associare la Russia alla vittoria di cause o partiti euroscettici, dunque, è una forzatura mediatica.

Ancor di più lo è il “Russiagate”, l’inchiesta, prima solo giornalistica, poi anche giudiziaria, sui presunti legami della campagna di Donald Trump con la Russia, l’ipotesi che il voto delle presidenziali del 2016 sia stato ampiamente manipolato dalla Russia. Che Trump sia una sorta di “Manchurian Candidate”, il classico del cinema della Guerra Fredda dove il candidato presidente era in realtà un burattino nelle mani dei servizi segreti comunisti? Gli autori dell’indagine sul Russiagate ne sono convinti e hanno pure vinto il premio Pulitzer… pur senza aver dimostrato l’esistenza dello scandalo. Un po’ come se gli autori del Watergate fossero stati premiati sulla fiducia, prima ancora delle dimissioni di Richard Nixon. Eppure il Russiagate non è affatto dimostrato. Probabilmente non è nemmeno dimostrabile: come si può definire la “manipolazione” di un elettorato libero di informarsi e soprattutto libero di votare? La prova regina manca: non è stata accertata alcuna intrusione russa nelle operazioni di voto. Gli hacker di Mosca non sono entrati nel segreto dell’urna. Non hanno messo le mani sul conteggio dei voti. Di fatto la Russia ha investito in un unico settore: la propaganda elettorale. Ma il voto è rimasto libero, così come l’informazione. Il resto è scelta: un elettore adulto e vaccinato è o non è libero di scegliere fra la propaganda conservatrice russa e quella progressista? Quante volte, fra l’altro, le nostre campagne elettorali sono state condizionate da propaganda di Stati esteri, come il Qatar, l’Arabia Saudita, gli stessi Stati Uniti nelle elezioni in Europa? Come dimenticare i toni minacciosi di Barack Obama contro la Brexit, in piena campagna referendaria? Manca anche la contro-prova. L’amministrazione Trump, ormai in carica da più di un anno, non ha affatto dimostrato maggior vicinanza agli interessi russi. Un “Manchurian Candidate” di Putin avrebbe armato l’esercito ucraino con lanciamissili anti-carro (beccandosi le critiche di “anti-putiniani” come Macron e la Merkel)? Un uomo di Putin avrebbe lanciato missili contro le postazioni siriane, col rischio di colpire anche quelle dei russi, in ben due occasioni? Un “burattino” nelle mani dell’uomo del Cremlino, avrebbe annunciato un riarmo nucleare, o un rilancio della difesa antimissile, cioè di entrambi i settori militari che i russi temono di più?

E’ la stessa indagine sul Russiagate a dimostrare che i beneficiari della propaganda russa siano anche i Democratici. Bernie Sanders, in particolar modo, è stato uno dei beniamini dei troll del Cremlino. E anche gruppi di estrema sinistra, islamici e afro-americani, che al momento buono hanno fatto campagna per l’astensione. Questo caos pilotato viene letto da analisti più o meno informati come una deliberata strategia per indebolire le istituzioni democratiche. Probabilmente lo è, anche se il discorso è quasi certamente più semplice: i russi fanno propaganda per tutti i gruppi di pressione e i candidati che si dimostrano più favorevoli, se non altro meno ostili agli interessi nazionali russi. Ovvio. Come non averci pensato prima? Ma allora che c’entra il sostegno russo alle cause “populiste” e ai candidati che non credono all’integrazione europea? Poco o nulla. La convergenza di interessi è solo incidentale, dipende dalla congiuntura internazionale del momento. I russi sarebbero altrettanto contenti, se avessero a che fare con un presidente Usa democratico (come Bernie Sanders) favorevole ai loro interessi nazionali, o con un leader ultra-europeista e filo-russo come Gerhard Schroeder. L’ex cancelliere socialdemocratico, che un noto giornalista italiano vedrebbe bene come futuro presidente di uno Stato unitario europeo, dopo aver concluso la sua carriera politica è diventato presidente del consorzio Nord Stream, il progetto della Gazprom per il gasdotto nel Baltico. Tuttora è uno degli uomini politici più vicini a Putin, assieme a un altro europeista doc: Romano Prodi. “Io ho, ad esempio, ottimi rapporti personali sia con Silvio Berlusconi che con Romano Prodi, che pure si confrontano nell’agone politico”, ha dichiarato il presidente russo, in diretta Tv, l’11 gennaio scorso.

Arriviamo dunque al vero problema: quel che non si dice della minaccia russa. In Europa occidentale è principalmente costituita dalla dipendenza energetica da un unico fornitore di gas. Il Cremlino, che con espressione colorita il senatore americano McCain ha definito “A gas station run by mafia” ha palesemente usato la fornitura monopolistica del suo gas per ricattare, sia i suoi vicini ex sovietici che gli europei occidentali. Visto che i gasdotti passano dall’Ucraina, nel 2009 Mosca ha ricattato l’allora premier Yulia Tymoshenko con un mero aut aut: accettare le condizioni di Mosca o veder interrotto il flusso di gas, anche quello destinato ai clienti europei occidentali. La malcapitata, dopo aver subito pressioni sia da Mosca che dalle capitali dell’Ue, ha capitolato. E per questo è stata processata e condannata in Ucraina per manipolazione del prezzo sul gas contro gli interessi nazionali. Il ricatto, che allora fu esplicito, resta sempre latente. Calpestare troppo gli interessi russi, per gli europei, vuol dire rischiare la riduzione delle forniture o l’aumento (politico) del prezzo. Il singolo più grande successo di Putin in Europa è stato il varo del gasdotto Nord Stream, che collega direttamente la Russia con la Germania, aggirando sia i Paesi baltici che la Polonia. E’ uno smacco per questi membri orientali dell’Ue, nonché un successo russo, perché la sua realizzazione ha ulteriormente aumentato la dipendenza europea dalla fornitura russa di gas, in barba alla concorrenza e alla necessaria diversificazione delle fonti. L’ex cancelliere Schroeder, come abbiamo visto, è stato fondamentale per la promozione del progetto. Ma, pur essendo visto come un baluardo anti-Putin, anche il governo Merkel in Germania, ha dato il via libera, proprio in queste settimane, anche al raddoppio del progetto, il Nord Stream 2.

Una minaccia di cui si parla ancor meno è quella militare. Ed è soprattutto la componente nucleare che dovrebbe far paura. Mosca, in risposta all’aumento di truppe Nato nei Paesi baltici (comunque limitate a poche migliaia di unità), ha schierato batterie di missili Iskander (che possono portare anche una testata nucleare) nella enclave di Kaliningrad, incastonata fra Polonia e Lituania. Quei missili sono in grado di colpire fino a Berlino. Tuttavia i governi europei, di conseguenza anche i media, si dimostrano poco o per nulla sensibili alla questione. Il Russiagate pare suscitare in loro emozioni molto più forti. Ancor meno si parla delle ormai innumerevoli provocazioni dell’aviazione russa nel Baltico, dove caccia e bombardieri si preparano a colpire navi e bersagli di terra, non solo dei paesi Nato, ma anche di membri neutrali dell’Ue, prima di tutto la Finlandia e la Svezia. Solo gli specialisti (e nessuno in Italia) si preoccupano delle esercitazione russe a ridosso della Finlandia e dei Paesi Baltici. Esercitazioni periodiche, con un immenso impiego di uomini e mezzi, palesemente offensive: si esercitano a invadere, non a difendersi da un invasore esterno. Solo il Regno Unito è preoccupato per le periodiche incursioni di bombardieri a lungo raggio russi a ridosso del suo spazio aereo, talvolta anche dentro al suo spazio aereo.

Non si parla più del caso Skripal, dell’ex agente segreto russo avvelenato in territorio britannico, assieme alla figlia, con un agente nervino che solo le forze armate russe possiedono. Un’arma chimica in un paese europeo. In altri tempi e contro altri nemici, per una provocazione simile sarebbe scoppiata una guerra. Il massimo della solidarietà mostrata dagli europei è stata l’espulsione di pochissimi diplomatici russi: 4 da ogni paese alleato del Regno Unito, appena due dall’Italia. E la metà dei membri dell’Ue, 14 Stati su 28, non ha neppure aderito a questa blanda forma di protesta.

Per il resto, sia i governi che l’opinione pubblica in Europa hanno “digerito” e dimenticato il fatto che la Russia abbia occupato manu militari intere regioni europee. E tuttora ne mantenga il controllo diretto, dissimulato dall’esistenza formale di piccole repubbliche riconosciute solo da Mosca. Le repubbliche “popolari” di Donetsk e Luhansk, le repubbliche di Ossezia del Sud e Abkhazia, la Transnistria, sono tutti territori formalmente autonomi, di fatto occupati dall’esercito russo, o da milizie locali armate e addestrate dai russi. In tutto questo, sia l’Ue che la componente europea della Nato, preferiscono il negoziato ad oltranza (nel caso delle repubbliche di Donetsk e Luhansk, occupate da milizie irregolari ma non da unità regolari russe) o l’accettazione di fatto delle nuove realtà politiche (in tutti gli altri casi, dove l’esercito russo è presente). La Crimea è stata direttamente annessa dalla Russia. E si tratta della prima annessione militare di un territorio europeo dai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Eppure la tesi del Cremlino, secondo cui la “Crimea è sempre stata russa” è ormai penetrata nel tessuto sociale e politico di tutti i paesi europei. La questione Crimea è addirittura esclusa dai negoziati di Minsk per la pace in Ucraina.

Alle (blande) sanzioni, scattate a seguito della Crimea, la Russia ha risposto con un embargo. Le sanzioni colpiscono solo limitatissimi settori strategici: armamenti, tecnologia per l’estrazione petrolifera, il commercio e il turismo nella sola penisola di Crimea occupata. Più che altro fanno clamore le sanzioni individuali, contro oligarchi e uomini della cerchia di Putin, anche se, pure su queste ultime, l’Ue è stata molto più cauta rispetto agli Usa. L’embargo russo, in compenso, colpisce intere categorie di export dei paesi europei, specialmente nel settore agro-alimentare. Ebbene, in questo scenario, le associazioni di categoria più colpite dall’embargo russo, protestano contro le sanzioni europee. Non contro quelle russe. Prima ancora dei partiti populisti ed euroscettici, sono soprattutto gli imprenditori europei occidentali a fare lobbying per Mosca, usando la madre di tutte le fake news: quella secondo cui le sanzioni che li danneggiano sono quelle dell’Ue, non quelle “scattate come risposta automatica” imposte dalla Russia.

Enfatizzare le presunte “manipolazioni” russe nelle elezioni occidentali e ignorare le autentiche minacce energetiche, economiche, militari e nucleari può rivelarsi la via maestra per la sconfitta dell’Europa nel XXI Secolo. Perché si crea un’ingiustificata spaccatura interna ai paesi europei, delegittimando l’avversario politico. E al tempo stesso si permette al Cremlino e alla sua classe dirigente formatasi nel KGB, di rovesciare, senza troppo clamore, l’ordine internazionale democratico e liberale nato dal 1989.

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Stefano Magni

Giornalista e saggista. Redattore esteri del quotidiano L’Opinione, collabora con La Nuova Bussola Quotidiana, Atlantico quotidiano e diverse altre testate.

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