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Richard Pipes e Bernard Lewis: il vero volto dei nemici dell’Occidente, Urss e Islam radicale, attraverso i loro occhi

Avatar di Stefano Magni, in Cultura, Esteri, Quotidiano, del

Per una brutta ironia della sorte, sono morti nella stessa scorsa settimana, due fra i migliori storici contemporanei di fama mondiale: Richard Pipes e Bernard Lewis. Entrambi in tardissima età, il primo a 94 anni, il secondo aveva appena passato il traguardo dei 101, hanno contribuito fino all’ultimo giorno ad arricchire la nostra conoscenza sui due fenomeni politici e religiosi più importanti del nostro tempo. Richard Pipes ha svelato il volto del comunismo, attraverso lo studio di documenti originali, libero da ogni incrostazione ideologica. Bernard Lewis ha invece introdotto un pubblico internazionale allo studio della storia ultra-millenaria dell’Islam e delle sue numerose evoluzioni e frammentazioni. Parrebbero due campi di studi completamente differenti e non paragonabili. Eppure, sia Pipes che Lewis hanno molto in comune.

In primo luogo si tratta di due storici importanti per la politica conservatrice anglo-sassone. Richard Pipes venne cooptato nel Pfiab (President’s Intelligence Advisory Board), organismo di analisi di dati di intelligence formato da studiosi non inquadrati nei servizi segreti, dunque civili a tutti gli effetti e liberi dagli schemi tipici della burocrazia di Washington. Questo gruppo di consiglieri esterni era voluto dall’amministrazione Ford, a metà degli anni ’70, dopo che, nel precedente decennio di guerra del Vietnam, la Cia aveva costantemente sotto-stimato la minaccia dell’Unione Sovietica. Pipes, attraverso la sua lunga esperienza di studi sulla Russia e sulla rivoluzione, ribaltò la prospettiva classica: l’Urss non “reagisce” ad attacchi e provocazioni esterne, ma “agisce” per diffondere il comunismo nel mondo. Il regime sovietico, secondo Pipes, non era classificabile neppure come un regime “russo”, né la sua azione poteva essere letta come la continuazione della classica politica imperiale zarista sotto altre bandiere. La classe dirigente sovietica, infatti, era internazionalista. Il suo scopo era quello di esportare la rivoluzione comunista nel mondo. E il modo migliore per affrontare una potenza rivoluzionaria non è tanto (e non è solo) il contenimento militare, ma la guerra ideologica. Ad una rivoluzione si doveva rispondere con una contro-rivoluzione. Fu essenzialmente questa la strategia poi adottata da Ronald Reagan, dal 1981, che cooptò Pipes nel nuovo Consiglio per la sicurezza nazionale.

Anche Bernard Lewis “nasce” nell’intelligence militare britannica, nel corso della Seconda Guerra Mondiale ed esordisce come analista del Ministero degli Esteri. La sua nemesi principale, Edward Said, che non era neppure uno storico, lo sfidava sostenendo che Lewis avesse pur sempre una visione colonialista del mondo, che il suo “orientalismo” (inteso come studio della civiltà orientale) fosse solo strumentale agli interessi dell’imperialismo. Eppure Lewis non ha fatto altro che scrostare la storia dell’Islam dalle categorie ideologiche tipiche europee di destra e sinistra. Non è caduto nella trappola di chi vede ogni fenomeno mediorientale come una reazione al colonialismo occidentale e alla politica di Israele, ma si è concentrato sulle dinamiche interne al vasto mondo musulmano e alla sua storia più che millenaria. Dal 1979 (anno della rivoluzione in Iran) ha visto nel “risveglio dell’Islam” un movimento politico e rivoluzionario nato da una reazione alla decadenza dell’Islam. La stessa crisi che nel corso del Novecento aveva indotto i leader musulmani ad abbracciare la “modernizzazione”, importando idee europee quali il nazionalismo e il socialismo, dalla fine degli anni ’70 provocò una reazione di ritorno alla purezza dell’Islam, alla sua antica legge coranica, alla sua espansione imperiale attraverso la spada.

Dall’appiattimento, fallito, sulla modernità, insomma, il mondo islamico stava passando alla reazione contro la modernità. Ed è lo stesso fenomeno che, quindici anni dopo la rivoluzione iraniana, anche nel mondo sunnita ha dato origine a un movimento terrorista e rivoluzionario quale è Al Qaeda. Lo stesso che motiva i Fratelli Musulmani e tutte le loro numerose ramificazioni in Asia, Africa, Europa e America. Lo stesso che ha causato l’impazzimento del radicalismo islamico nell’Isis in Iraq e in Siria. L’amministrazione Bush, subito dopo lo shock dell’11 settembre ha iniziato a studiare i libri di Lewis e ad ascoltare i suoi pareri, se non altro per cercare di capire le cause dell’odio islamico per l’Occidente.

Pipes e Lewis ci hanno insegnato soprattutto questo: capire i nemici dell’Occidente guardando attraverso i loro occhi, parlando la loro lingua, leggendo i loro testi. Lungi dall’essere sciovinisti, ci hanno insegnato l’umiltà: non dobbiamo vedere tutto quel che accade nel mondo come una reazione alle nostre politiche occidentali, ma come un prodotto interno alle dinamiche di altre ideologie e civiltà. La seconda grande lezione è: sii libero di giudicare. Perché, una volta che si è capito cosa sia il comunismo o il risveglio islamico, una volta analizzati i fatti, si può passare al giudizio di valore. Sia Pipes che Lewis giudicavano i fatti. Un regime che mette in piedi un arcipelago di gulag ed esporta la sua ideologia col terrore, è oggettivamente criminale. Un risveglio islamico che vuole esportare la sua legge medievale col terrore, è oggettivamente pericoloso. Pericoloso per tutti, non solo per chi subisce l’aggressione. La loro è una lezione inaccettabile per i relativisti, secondo cui tutti i fatti sono filtrati attraverso i punti di vista di chi li osserva e, soprattutto, tutti i valori sono soggettivi, dunque il giudizio è impossibile.

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Stefano Magni

Giornalista e saggista. Redattore esteri del quotidiano L’Opinione, collabora con La Nuova Bussola Quotidiana, Atlantico quotidiano e diverse altre testate.

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