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Renzi combina le nozze e abbandona la cerimonia: quale futuro per il Pd di Zingaretti?

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Dopo il matrimonio Pd-M5S nasce Italia Viva, nuovo partito guidato dall’ex segretario del Partito democratico, Matteo Renzi. Piuttosto che figlio della coppia penta-piddina, questo nuovo soggetto politico ha già le sembianze di quella suocera occhiuta, attenta e vigile, con la sua suasion di voti determinanti, pronta a intervenire nelle “vicende coniugali” qualora dovessero prendere pieghe poco confacenti agli interessi renziani. Si delinea in questo senso quasi una riedizione del Pentapartito a sostegno di questo nuovo governo, con IV, M5S, Pd, LeU e Maie, il quale di fatto si risolve in un tripartito fra i primi tre in cui Italia Viva vuole atteggiarsi a regista delle attività di governo, sopra le parti contraenti. Siamo già arrivati al “Giuseppe, stai sereno”.

I numeri, soprattutto al Senato, sono evidentemente stretti, la mozione di fiducia è passata con 169 senatori su 161, numero minimo. Proprio Italia Viva, come movimento centrista, attraendo pezzi del gruppo di Forza Italia o altri moderati scontenti, permetterebbe a Renzi non solo di allargare la maggioranza con cui tenere il governo a riparo per il tempo necessario da eventuali scossoni o ripensamenti di alcuni degli azionisti, ma anche e soprattutto di rafforzare il potere contrattuale del suo fondatore al tavolo delle nomine che contano negli enti e nelle partecipate statali, nonché in vista del rinnovo del Quirinale, in continuità con quanto avvenuto nei primi mesi del governo di cui è stato presidente del Consiglio. 

La vittoria politica dell’ex segretario del Pd è un gioco di prestigio: il fatto di poter ancora contare sull’appoggio dei gruppi parlamentari Dem eletti sotto la sua segreteria, dove Marcucci è ancora capogruppo al Senato e altri renziani non hanno abbandonato il Partito democratico (Lotti, Guerrini, Morani e altri), permette al fiorentino di mantenere il piede in due scarpe: controllare due partiti, senza averne concretamente nessuno. Esemplare è l’attanagliamento del suo vecchio segretario per costringerlo, contro la sua manifesta volontà di andare al voto, ad appoggiare il governo giallo-rosso. Ma quanto a lungo potrà reggere una situazione del genere?

Zingaretti ha perso la prima battaglia, ma non è detto che abbia perso la guerra: pur rilasciando al Corriere della Sera dichiarazioni concilianti circa la fuoriuscita di Renzi dal partito e sul futuro del governo, è proprio in questo scenario che può far valere il suo potere di segretario in questo patto non più bipolare, ma tripolare: per rafforzare la sua posizione nel partito sa di avere la necessità di apportare discontinuità nel Pd e per farlo serve passare dalle elezioni, proprio ora che l’influenza renziana si affievolisce. 

Un’altra carta a favore del segretario del Pd è che la nascita di Italia Viva porta a sfumare le ambizioni di Carlo Calenda di creare un suo partito. Si complica la situazione anche per Cambiamo! di Giovanni Toti, ora che quello spazio al centro è stato occupato da un nuovo soggetto. Uno stallo del genere può anche indurre l’europarlamentare neoeletto a ricucire con uno Zingaretti più proiettato verso il voto e un Partito democratico in via di de-renzizzazione, che ha ora la possibilità di pensare a ritirare la fiducia ad un esecutivo nato fra i malumori del suo segretario, presidente del Lazio. Approvata la manovra, potrebbero aprirsi scenari interessanti in questo senso.

L’alternativa sarebbe la vita lunga del governo, magari fino all’elezione del prossimo capo dello Stato, cambiare la legge elettorale in senso proporzionale per assicurarsi una buona maggioranza nel Palazzo dal centro alla sinistra, da IV al M5S passando per il Pd, ma con una controindicazione per la già fragile segreteria della presidente della Regione Lazio: come per Giuseppe, anche per Nicola vale in un certo senso il fatidico “stai sereno”. Altri tre anni di presidenza del Lazio valgono veramente la possibilità di tentare la spallata al governo con lo scopo di accreditarsi come vero e proprio segretario, capo di partito con una forte delegazione di parlamentari sotto il suo controllo, senza aspettare di essere spolpato da Renzi con Italia Viva e dagli altri partiti di sinistra?

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Daniele Ciarlo


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