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Regali di Biden a Mosca e Berlino, ma Merkel resta filo-cinese (e filo-russa)

di Musso, in Esteri, Quotidiano, del

La questione russa – Il 17 marzo 2021, Biden dava a Putin dell’assassino, con probabile riferimento al capitolo dei “diritti umani”. Per risposta, Mosca conduceva esercitazioni militari al confine ucraino. E faceva dire al vice-ministro degli esteri che “la Russia respingerebbe con forza ciò che considera una inaccettabile interferenza nella propria sfera geografica di influenza”.

Tre settimane dopo averlo definito un killer, Biden invitava Putin ad un faccia-a-faccia. Nel comunicato era ben attento a spiegare la differenza fra gli interessi nazionali (“gli Stati Uniti agiranno con fermezza in difesa dei propri interessi nazionali in risposta alle azioni della Russia, come le intrusioni informatiche e le interferenze elettorali”) e l’Ucraina (“l’impegno incrollabile degli Stati Uniti per la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina. Il presidente ha espresso le nostre preoccupazioni per l’improvviso rafforzamento militare russo nella Crimea occupata e ai confini dell’Ucraina e ha invitato la Russia a ridurre le tensioni”). Come si vede, non diceva affatto di voler agire con fermezza a difesa della integrità territoriale dell’Ucraina.

Concetto in quei giorni chiarito pure dal segretario di Stato, Blinken, al ministro degli esteri ucraino. Nonché dal fatto che il presidente ucraino Zelenskiy sia stato invitato sì, il prossimo mese, alla Casa Bianca, ma non al vertice Nato appena tenuto a Bruxelles. E, alla vigilia del faccia-a-faccia, da Biden stesso: “Faremo tutto il possibile per mettere l’Ucraina nella posizione di poter continuare a resistere all’aggressione fisica russa”, ma “l’Ucraina deve reprimere ulteriormente la corruzione e soddisfare altri criteri [non specificati, ndr] prima di poter essere presa in considerazione per l’adesione alla Nato”.

Provocando la sentita reazione del presidente ucraino Zelenskiy: “Tutti dovrebbero capire che siamo in guerra, che difendiamo la democrazia in Europa e difendiamo il nostro Paese, e quindi non possono semplicemente parlarci con frasi sulle riforme”. Certo, Biden lo avrebbe rassicurato così: “non farò degli interessi dell’Ucraina un oggetto di scambio” con Putin. Ma a Kiev non basta, vuole un impegno ad essere accolta nella Nato.

A Zelenskiy converrebbe rammentare l’esempio degli interessi finlandesi: assai ben protetti, e per diversi decenni, dalla neutralità. Invero, non si comprende molto bene perché l’Ucraina non dovrebbe accettare la finlandizzazione. Certo, v’è la sacralità dei confini (“diritto internazionale”); ma è stata già violata con la secessione del Kossovo. Certo, essa avverrebbe al prezzo di cessioni territoriali che l’Ucraina naturalmente rifiuta; ma nessuna potenza occidentale ha mai pensato di andare in guerra per Viipuri-Vyborg.

Invero, a prevalere sembra essere l’interesse di tutti gli attori a tenere aperta la questione, come poco costosa forma di pressione reciproca (vedi i consueti richiami di prammatica nel comunicato finale del vertice Nato). Da attivarsi di tanto in tanto ed alla bisogna. Come testé ha dimostrato Putin, appunto.

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À côté, la questione dei polacchi e dei Paesi baltici, apparentemente terrorizzati dal rischio che Mosca faccia loro ciò che ha fatto all’Ucraina. Profittando del vertice Nato di lunedì 14, Biden ha assicurato in pubblico che, per lui, l’impegno ad intraprendere, in caso di “attacco armato” contro un membro dell’Alleanza, l’azione che “giudicherà necessaria, ivi compreso l’uso della forza armata” (art. 5 Nato) è un “obbligo sacro”. Oltre a ciò, le lunghe conclusioni hanno pure esteso il concetto di “attacco militare” agli attacchi informatici, almeno in potenza; e questo può interessare ai Paesi baltici (oltre che allo spazio, ma questo li interessa assai di meno). E tanto è bastato.

Interessante che di eguale inclusione non abbia goduto l’arma più recentemente usata contro i Paesi baltici: l’immigrazione clandestina. Iracheni e siriani volano a Misk e vengono accompagnati al confine lituano, spingendo Vilnius a gridare alla “forma di attacco ibrido contro l’Europa”. Può darsi abbia ragione ma, se l’avesse, allora pure la Turchia faceva e fa guerra ibrida all’Europa e, in tal caso, la Nato dovrebbe dichiarare guerra alla Turchia. Il che non è dato.

Invero, la minaccia militare ai Paesi baltici è chiaramente sopravvalutata. Quando prese la Crimea, Putin intendeva assicurarsi la propria base navale principale sul Mar Nero, dunque sul Mediterraneo … non sul Baltico; il membro Nato più direttamente minacciato è la Turchia … non i Baltici. Del pari, la ribellione del Donbass serve a Putin per contrastare l’accesso dell’Ucraina nella Nato … ma i Baltici nella Nato ci sono già. Insomma, la questione dei polacchi e dei Paesi baltici è solo un side-show e, giustamente, come tale è stata trattata.

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Della questione dei “diritti umani” non sapremmo dire, salvo il gustoso siparietto messo su dai due quando si sono visti a Ginevra: con Biden che diceva “Navalny” e Putin che rispondeva “Guantanamo”. L’avvertimento del primo (se Navalny morisse in carcere “le conseguenze sarebbero devastanti per la Russia”) pare aver fissato un ostacolo molto basso, facile per Putin da accettare.

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V’è poi la questione dei cyber-attacchi. Categoria cui appartiene anzitutto l’intromissione nei sistemi informatici pubblici e privati, con lo scopo di rubare dati o infettare le reti. Per esteso, al capitolo cyber-attacchi ci sia consentito annoverare le annose polemiche sull’intromissione russa nelle campagne elettorali occidentali. Una parte è stata ricondotta ad organizzazioni dello Stato russo, un’altra parte ad imprecisati cinesi. Di un’altra parte ancora non si sa bene, così Ian Bremmer: “incertezze sulla provenienza di molti degli attacchi informatici. L’FBI è risalita all’origine di alcuni, ma nella maggior parte dei casi ci sono forti indizi, un tracciato della provenienza ma non prove certe”. Oppure no, trattandosi di cose di spie è impossibile sapere.

Le due parti hanno convenuto un comitato di contatto, che discuterà pure un qualche accordo di estradizione reciproca. Più importante, Biden ha fissato una lista di infrastrutture che non devono essere toccate: pure qui, un ostacolo molto basso, facile per Putin da accettare.

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Tutte queste concessioni, in cambio di cosa? Di una comune azione di contenimento della Cina, dicono tutti. A Putin si chiede di mettersi con gli Stati Uniti contro la Cina o, quanto meno, di assumere una posizione neutrale. Accetterà? Un feroce documento del molto conservatore Center for Security Policy dice di no: “The deal is doomed to failure”. Quanto a noi, non sapremmo dire. Immaginiamo dipenderà dalla disponibilità americana alla neutralizzazione dell’Ucraina, a riconoscere la sfera geografica di influenza che i russi rivendicano. Disponibilità che ci pare tutto meno che certa.

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La questione tedesca – C’è chi dice che gli Stati Uniti usino la minaccia russa per tenere insieme l’Alleanza. Ma ciò è smentito dal comportamento del principale alleato europeo, la Germania, la quale, proprio negli anni seguiti allo scoppio della crisi ucraina, ha portato quasi a termine il raddoppio di un notevole gasdotto, il North Stream 2 che, passando sotto il Mar Baltico taglia fuori l’Ucraina dal grande gioco del gas. Concetto chiarissimo al segretario di Stato Antony Blinken: “È un progetto geopolitico russo, destinato a dividere l’Europa e indebolire la sicurezza energetica europea”. Parimenti, la Germania è lontanissima dal rispettare i propri impegni in materia di spese militari e non mostra alcuna intenzione di correggersi. Nel 2018, questi due fatti avevano innescato la durissima presa di posizione dell’ex presidente Trump: “Anche l’America può andare per la propria strada”, aveva detto al vertice Nato. Biden, al contrario, ha rinunciato alle sanzioni contro la società operativa del gasdotto e, quanto alle spese militari, ha sostenuto che gli alleati in ritardo siano “sulla buona strada”.

Si aggiunga la tregua commerciale, con la sospensione dei dazi incrociati seguiti alla disputa sui sussidi a Boing ed Airbus e di altri dazi su alluminio e acciaio. Ancorché restino differenze, anche profonde, con riguardo alle nuove tasse europee (carbon-tax alle frontiere e digital tax) che Bruxelles immagina di voler imporre.

Su tutte queste materie, e come riguardo l’Ucraina, naturalmente Washington non ha ritirato le proprie richieste, anzi le mantiene. Ma tratta. E questa è, oggettivamente, una concessione di enorme portata nei confronti della Germania; nonché di Putin, oggettivamente alleato di quest’ultima.

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La questione Merkel – In cambio di che? Pure qui, di una comune azione di contenimento della Cina, dicono tutti. Un primo passo si è avuto a maggio, con la sospensione dell’accordo di principio Ue-Cina in materia di investimenti, firmato il precedente dicembre pur con la forte opposizione della amministrazione americana entrante. All’epoca, le posizioni di Biden e Merkel erano frontalmente opposte.

Oggi, dai giornali tedeschi emerge una sfumatura diversa. L’obiezione non riguarderebbe più la Cina, ma la Russia: pure “gli Usa importano energia dalla Russia, più precisamente petrolio … e più petrolio di quello che gli Stati Uniti importano dall’Arabia Saudita”, perché la Germania non dovrebbe importare gas? E poi, “la cancelliera ha richiamato l’attenzione su un altro problema: la sempre più stretta cooperazione militare e politica tra Russia e Cina” cioè, mica vorrete contenerli tutte e due insieme?

Fiati, voci dal sen fuggite. Niente che possa indicare una strategia matura. Infatti il comunicato finale del vertice Nato contiene espressioni di messa in guardia ma, sottolinea Die Welt: “Biden è stato notevolmente riluttante a criticare Pechino. In questa giornata, egli ha fatto di tutto per non provocare la Merkel. Perché la cancelliera punta soprattutto sul dialogo con la Cina … bisogna ‘non negare’ i problemi con la Cina, ma anche ‘non sopravvalutarli’, ‘dobbiamo trovare il giusto equilibrio’”. Merkel resta tanto filo-cinese quanto è filo-russa.

Ma la vecchia è in uscita, a settembre sarà finalmente consegnata alla storia. Un secondo articolo di Die Welt chiosa: “il 15 luglio Biden riceverà Merkel per l’ultima visita alla Casa Bianca. Washington può giustamente sperare che il successore della Merkel consentirà una politica debitamente critica nei confronti della Cina”. E, alla luce delle molte concessioni fatte da Biden, pare essere una previsione abbastanza attendibile.

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La questione Macron – Infine, Macron. Il poveretto si è visto crollare il mondo addosso. Pochi giorni fa “sottolineava, con fare ironico, che la Cina non è, a priori, nel raggio di azione di un’alleanza chiamata a difendere il territorio europeo”, ma pure al vertice Nato insisteva sul principio della autonomia strategica dell’Europa. Evidentemente il vaso era colmo e si è meritato una replica durissima dell’olandese Rutte.

In effetti, la minaccia russa non serve tanto agli americani per tenere insieme l’Alleanza, quanto alla Ue per tenere in piedi il baraccone di una difesa europea, che non esiste e non esisterà mai. Non ultimo, perché gli americani non la vogliono.

Le ricadute, sul resto della mitica costruzione europea, di questo ennesimo fallimento saranno indiretti. Ma, certo, non si potrà più pretendere che l’Europa stia andando avanti. Non si potrà più blaterare che la moneta unica prefigura una mitica federazione, che non esiste e non esisterà mai. È buon tempo che pure Macron, oltre a Merkel, venga consegnato alla storia. Di entrambi, essa farà polpette.

Musso


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