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Raffreddamento tattico tra Ue e Cina: è la Germania il vero anello debole dell’Europa con Pechino

Federico Punzi di Federico Punzi, in Esteri, Quotidiano, del

Non è andato bene il vertice Ue-Cina tenuto ieri in videoconferenza. Le relazioni Ue-Cina si stanno raffreddando. E mentre Pechino si sforzava di imprimere il suo spin alla narrazione sul summit – con il presidente Xi Jinping che, tramite l’agenzia Xinhua, parlava di una inesistente “accelerata” dei colloqui sul trattato per gli investimenti, con l’obiettivo di concludere entro il 2020, e chiedeva “cooperazione” e “multilateralismo” – dalla conferenza stampa dei vertici Ue arrivava una doccia fredda.

Gelide infatti le dichiarazioni della cancelliera tedesca Angela Merkel, presidente di turno dell’Ue fino a fine anno, della presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen, e del presidente del Consiglio europeo Charles Michel. “Dobbiamo riconoscere che non condividiamo gli stessi valori, sistemi politici, né lo stesso approccio al multilateralismo”, ha scandito quest’ultimo.

La cooperazione con Pechino “deve essere basata su determinati principi” e devono esserci “regole” per il multilateralismo, ha ammonito la cancelliera – che si è comunque ben guardata dall’affondare sul tema dei diritti umani, che già gli sta costando più di un grattacapo con Putin.

E d’altronde, come può chiedere cooperazione e multilateralismo il capo del regime che ha mentito al mondo sul virus di Wuhan?

Ma è sulla partnership che Berlino sembra sempre più scettica negli ultimi giorni. La vorrebbe, eccome, una partnership strategica con Pechino (“è positivo e importante cercare di avere rapporti strategici con la Cina”), “ma dobbiamo anche guardare la realtà e non possiamo farci illusioni”, ha riconosciuto la Merkel.

Perché negli ultimi due decenni almeno, di illusioni su Pechino in Occidente, e in Europa in particolare, ci abbiamo tirato avanti fin troppo…

Una domanda diretta alla cancelliera, che ha condotto le danze con la Cina per il suo Paese ma in buona misura anche per l’Unione europea, l’ha posta ieri Stuart Lau, il corrispondente per l’Europa del South China Morning Post: avrebbe fatto qualcosa di diverso negli ultimi 15 anni di politica con la Cina? Emblematica la risposta: “L’azione politica è sempre nel momento in cui ha luogo”. Sembra il manifesto di una politica giorno per giorno, di breve termine, non certo la visione lungimirante di una “statista”, come il corrispondente unico tende entusiasticamente a presentarcela.

Quando Michel afferma che l’Ue è “un giocatore e non un campo di gioco”, sta implicitamente ammettendo che fino ad oggi è stata proprio un campo di gioco, anzi terra di conquista. Con quattro anni di ritardo rispetto all’America di Trump, l’Ue sembra essere arrivata alle stesse conclusioni: ora basta farsi sfruttare. Potevano almeno risparmiarci le prediche al presidente americano e le lodi a Xi Jinping del 2017-2018…

Anche ieri le divergenze su diritti umani e clima sono rimaste sullo sfondo, con le solite dichiarazioni di circostanza. La vera partita si gioca tutta sull’economia, in particolare il trattato sugli investimenti reciproci che Bruxelles e Pechino stanno negoziando ormai da circa sei anni e una ventina di round negoziali. “Economicamente la Cina è diventata molto più forte” del passato, ha osservato la Merkel, “pertanto gli appelli alla reciprocità e a regole per una concorrenza leale sono più che giustificati”. “Non può più essere trattata come un Paese in via di sviluppo”, con tutti i vantaggi che ciò comporta.

Se qualche anno fa in Germania si poteva chiudere un occhio sulla concorrenza sleale cinese, oggi, suggerisce Francesco Galietti, il mondo industriale tedesco prim’ancora di quello politico sembra averli aperti entrambi: Pechino punta al sorpasso, mira al primato industriale e tecnologico. E a Berlino lo vivono come un sacrilegio.

L’aggressiva propaganda con la quale Pechino ha cercato di volgere a proprio vantaggio la narrazione della pandemia e la repressione a Hong Kong non hanno certo aiutato a migliorarne l’immagine in Occidente, né a “portare l’Europa dalla sua parte” nel confronto con gli Usa (o non ancora…). Si è anzi rivelata disastrosa la missione del ministro degli esteri Wang Yi nel Vecchio Continente, dove si è preso un rimbrotto pubblico dal ministro degli esteri tedesco Heiko Maas (non esattamente un falco…) per aver minacciato un politico ceco su Taiwan.

La cancelliera Merkel sperava di chiudere in bellezza il semestre di presidenza tedesca dell’Ue, e la sua lunga carriera politica, lasciando in eredità all’Ue e al suo Paese l’accordo sugli investimenti con Pechino, come saldo ancoraggio dell’Europa (leggi: Germania) “tra le grandi potenze Cina e Stati Uniti”.

Ma a precisa domanda, se questo accordo possa ancora essere raggiunto entro la fine dell’anno come inizialmente previsto, ha risposto onestamente che “una quantità di lavoro enorme dev’essere fatta”. “Potrebbe accadere. Ma non posso dare una garanzia oggi”, ha aggiunto. “Dev’esserci la volontà politica per chiudere l’accordo. E questa volontà politica c’è da entrambe le parti”.

Nel particolare è scesa la Von der Leyen: “C’è ancora molta, molta strada da fare, se la Cina vuole chiudere l’accordo sugli investimenti entro l’anno”. Ma a questo punto “non è questione di tempi, ma di sostanza”. In particolare, occorre che si muova su due aspetti. “Sull’accesso al mercato per telecomunicazioni e computer ci sono restrizioni che devono essere rimosse, e lo stesso vale per il settore dell’automotive, giusto per nominarne due. Lo stesso vale per lo sviluppo sostenibile. Vogliamo dei progressi. È il momento che la Cina dia prova che c’è un vero interesse a rafforzare e migliorare le cose. In altre parole – è la stoccatina finale – la Cina ci deve convincere che vale la pena avere un accordo sugli investimenti”.

Pur apparendo sempre più stanca nelle sue uscite, siamo certi che la cancelliera non si arrenderà facilmente al veder sfumare il suo ultimo capolavoro.

È ancora troppo presto, e troppo poco, per poter concludere che Berlino, e l’Ue, stiano abbandonando la speranza di una partnership forte, strategica con Pechino, anche sfidando le ire di Washington.

Il raffreddamento a cui stiamo assistendo potrebbe rivelarsi non l’inizio di un ripensamento, ma una postura negoziale, favorita dagli eventi (pandemia e Hong Kong) e suggerita dall’esigenza di temporeggiare in attesa delle presidenziali Usa. Per massimizzare l’efficacia di qualsiasi mossa, infatti, in un senso o nell’altro, ad entrambi i giocatori conviene aspettare di scoprire chi sarà l’inquilino della Casa Bianca per i prossimi quattro anni, e in particolare se Trump sarà stato una parentesi o uno spartiacque nei rapporti Usa-Cina.

Come ha osservato Andrew A. Michta sul Wall Street Journal, quella di Xi Jinping è una mano interessante: ha l’occasione di incunearsi nelle divisioni tra Usa e Ue – come fece Nixon negli anni ’70 allontanando la Cina dall’Urss, in modo che le due potenze comuniste non si saldassero contro l’Occidente – giocando la carta dell’accesso al mercato cinese, ritenuto essenziale per la ripresa economica europea.

Al momento infatti, come abbiamo scritto più volte, sia in “Brexit. La Sfida” che su Atlantico Quotidiano, gli europei non vedono nella Cina una minaccia strategica, militare, ma una serie di problemi economici e commerciali. I leader europei, osserva Michta, “sono sempre più preoccupati del bullismo cinese, ma non vogliono essere tirati dentro un’alleanza con Washington contro Pechino”.

“Se queste condizioni si mantengono e la Cina riesce a inserire un cuneo tra Stati Uniti ed Europa – conclude Michta – le relazioni transatlantiche saranno cosa del passato. Un tale cambiamento trasformerebbe l’Europa da porta transatlantica verso l’Eurasia nella coda di una catena di approvvigionamento eurasiatica controllata dalla Cina, permettendo alla fine a Pechino di dominare l’Europa e puntare all’egemonia globale”.

E come ha scritto Jakob Hanke Vela su Politico.eu, il vero punto debole dell’Europa con la Cina è la Germania:

“Quando si tratta di influenzare la politica europea, la vera leva di Pechino non deriva da investimenti di alto profilo in piccoli Paesi come la Grecia o l’Ungheria [né medi come l’Italia, ndr]. Deriva dagli investimenti europei in Cina, in particolare dal desiderio della Germania di non disturbare la sua redditizia relazione economica con uno dei più grandi mercati di esportazione del mondo”.

“Il punto debole dell’Europa è la Germania, e in Germania è l’industria automotive, e nell’industria automotive è Volkswagen” ha spiegato a Politico.eu Max Zenglein, capo economista del Mercator Institute for China Studies (MERICS). Basti guardare alla crescita del volume di esportazioni tedesche in Cina.

I diplomatici Ue affermano che le relazioni della Germania con la Cina hanno avuto un peso eccessivo nel determinare la strategia del blocco nei confronti del Paese: “È difficile portare i Paesi Ue sulla stessa posizione quando si tratta della Cina”, ha spiegato un alto diplomatico. “La Germania è quella che spinge per una stretta cooperazione”.

Ma Zenglein sostiene che Berlino non sia riuscita a “prezzare” i rischi politici derivanti dal suo coinvolgimento economico in Cina, in termini di tensioni in primis con gli Stati Uniti, ma non solo.

Dunque, come scrivevamo già a luglio, all’Ue a guida tedesca conviene temporeggiare: con Joe Biden, infatti, si aprirebbe una prospettiva di progressivo allentamento delle tensioni Usa-Cina e Berlino potrebbe puntare ad un accordo più ambizioso senza irritare Washington. Fino ad allora, un certo raffreddamento può persino rivelarsi funzionale ad aumentare la leva negoziale Ue in vista della stretta delle trattative con Pechino.

Ma a quanto pare, anche Xi Jinping tiene duro, ha deciso di aspettare le presidenziali Usa prima di calare eventualmente il suo zuccherino agli europei (e ai tedeschi), dosandolo a seconda di chi ci sarà alla Casa Bianca. Con Trump, infatti, potrebbe essere la Cina indotta a concedere di più pur di allontanare l’Ue dagli Usa. E in fondo, nonostante le recenti misure adottate da Bruxelles – le linee guida sulla sicurezza della rete 5G e lo screening sui nuovi investimenti – lo status quo ancora gli consente di proseguire con il suo approccio predatorio.

Il fatto, osserva Wolfgang Münchau riprendendo un’analisi di François Godement (European Council on Foreign Relations), è che agli occhi della leadership cinese l’Ue è “disperatamente divisa e non sufficientemente strategica” e Pechino sta iniziando a mettere i Paesi europei l’uno contro l’altro.

Proprio Angela Merkel è il massimo esponente della “doppiezza europea”: da una parte, “il suo dichiarato sostegno per una posizione comune dell’Ue sulla Cina”; dall’altra, Berlino “agisce con unilateralismo mercantilista nelle sue relazioni bilaterali”. Mentre ciò che dovrebbe fare l’Ue, è avvertire la leadership cinese che se rifiuta di accordare una piena reciprocità nei rapporti economici e commerciali, ciò porterà al “decoupling”. Se ne è parlato in questi giorni in alcuni articoli di stampa, ma non ci risulta che al vertice di ieri l’Ue sia arrivata a minacciarlo.

Con Pechino l’Ue è più dura e fredda nei toni, ma non ci sembra nella sostanza. Non c’è ancora il coraggio di un aut-aut. Cartine di tornasole saranno, nei prossimi mesi, l’accordo sugli investimenti e le decisioni di Berlino sul ruolo di Huawei nella rete 5G.

Godement giunge alla stessa conclusione che da tempo noi di Atlantico vi proponiamo sui rischi dell'”autonomia strategica” e dell’idea di un’Europa equidistante tra Usa e Cina. A Pechino interpretano la discussione europea sull’autonomia strategica non come la prova di un’Europa più unita, più matura e forte, ma, al contrario, come un segno di indebolimento, dato che in questo modo l’Ue si sta allontanando, separando dal principale garante della sua sicurezza: gli Stati Uniti. Lo smantellamento dell’alleanza transatlantica – opera da tempo dell’Ue a guida tedesca, non dell’amministrazione Trump come molti pensano – non è accompagnato da un rafforzamento della sua posizione geopolitica.

Federico Punzi

Federico Punzi

Thatcherite. Anti-anti-Trump. Anti-anti-Brexit. Direttore editoriale di Atlantico. Giornalista per Radio Radicale, dove cura le trasmissioni dei lavori parlamentari e le rubriche Speciale Commissioni e Agenda settimanale. Ha pubblicato "Brexit. La Sfida" (Giubilei Regnani, 2017)

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