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Quale patria? Il casino istituzionale è ormai sistema e di Churchill in giro non se ne vedono

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Qualcuno si chiederà perché, anche nei tempi bui della pandemia gli appelli all’unità e al senso di patria non sembrano funzionare. Temo di conoscere la risposta, non già perché ritenga di avere la sfera di cristallo, ma soltanto perché conosco un pochino ed amo assai la storia. Durante i terrificanti bombardamenti su Londra e sulle principali città inglesi, nell’estate del 1940, quando già gran parte della popolazione stava per rassegnarsi allo strapotere bellico germanico e qualche politico, come il ministro degli esteri, Lord Halifax, già ventilava l’ipotesi di una resa, Winston Churchill pronunciò alla nazione il celebre discorso che riporto in parte: “Ho meditato attentamente se facesse parte dei miei doveri negoziare con quell’uomo”, esordì riferendosi a Hitler, “ma sono convinto che ognuno di voi balzerebbe in piedi e mi scaccerebbe se per un momento contemplassi l’ipotesi di parlamentare o di arrendermi. Se la lunga storia della nostra isola deve finire, finisca solo quando tutti noi giaceremo per terra soffocati dal nostro sangue!”. L’impatto del richiamo al glorioso destino della Gran Bretagna fu tanto forte e coinvolgente, che nessuno più osò nemmeno accennare alle ipotesi di resa e la leggendaria resilienza del popolo d’oltremanica permise quello scatto, quel colpo di reni che la portò alla vittoria finale. Qualcuno, un po’ pateticamente, vorrebbe vedere in Italia, giunta sulla soglia del baratro, e non soltanto dal punto di vista dell’epidemia, lo stesso colpo di reni. Ma quello era Sir Winston Leonard Spencer Churchill, un brillantissimo politico e uomo di sconfinata cultura chiamato al governo anche per essere stato Primo Lord dell’Ammiragliato durante la Prima Guerra Mondiale, e non parliamo dunque di qualcuno che si trovi catapultato alle leve del comando di una grande nazione quasi per caso, non si sa bene per quali altissimi meriti passati o presenti e con quali capacità decisionali.

Mi sia concesso affermare con convinzione che oggi, almeno dalle nostre parti, i richiami ai sacrosanti valori della patria sono poco più che sciocchezze, che persino sconfinano nella cretineria quando ci pervengano da alcuni personaggi che nemmeno sanno cosa sia la patria. Intendiamoci… non è la patria a non esserci più oppure a non meritare più il sangue di coloro che in passato si sono immolati per essa. Ma è forse patria questo nostro sconquassato Paese, ove chiunque mette piede con ogni più fraudolento ed incontrollato mezzo ed infischiandosene allegramente delle nostre regole e della nostra storia ultra millenaria? Come possiamo ancora definire patria quella che stiamo svendendo a pezzetti (nemmeno tanto piccoli) a voraci affaristi internazionali, per non parlare delle nazioni che sembrano volerci addirittura colonizzare, imponendoci le loro regole commerciali e sfruttando il nostro lavoro? Come abbiamo potuto ridurci ad essere l’ultima ruota del carro che noi abbiamo costruito durante i secoli? D’altra parte, parliamoci chiaro, la fame è fame, il totale casino istituzionale è ormai sistema e di Churchill in giro non ne vedono. La gente ne ha le palle strapiene di insicurezza, incertezza, voltafaccia, mancanza totale di Stato dove dovrebbe esserci e troppo stato (minuscolo volontario) dove basterebbe il buonsenso, l’onestà, la voglia e la capacità di fare degli uomini e delle donne del nostro Paese, che ancora non s’arrendono né ad una schifezza di virus, né a un sistema di corrotti e incapaci di cui ancora abbiamo abbondante campionario dal Monte Bianco a Capo Passero.

Già… il Monte Bianco. Persino quello vorrebbero scipparci i simpaticissimi vicini di casa francesi. Più che perdere tempo a contestare le già risibili considerazioni giuridiche che giustificherebbero tale intempestiva e vergognosa rivendicazione, basterebbe una bella pernacchia alla Totò. Decisa, rumorosa, irridente ed emessa a testa ben alta. E invece no, abbocchiamo come pescioloni a queste fesserie, con la stessa supina passività con la quale continuiamo a farci raccontare la storiella dello “stiamo tutti uniti” recitata come una litania da chi fa letteralmente di tutto per dividerci e catalogarci coi cartellini come verdure da mercato.

E la patria dov’è finita? Dio non voglia che la si ritrovi nello stesso momento e nelle stesse circostanze del passato. Un passato dove bastava un attimo per essere accoppati e non esistevano “grandi battaglie di pensiero” ma piccole e grandi battaglie vere, quelle dove bisogna dimostrare di che pasta si è fatti. Altro che le battaglie programmate per il sabato nei centri cittadini da comunistelli con le Hogan ai piedi che sfidano i poliziotti, confidando fortemente nel loro senso di disciplina e autocontrollo. Speriamo non ci capiti davvero di capire cosa sia davvero la patria. Ma ad altri è capitato. Speriamo non tocchi pure a noi, perché li voglio vedere tutti questi fenomeni da tastiera o da flash mob in centro, puntualmente seguito da aperitivo sociale, rigorosamente con spuntini vegani, equi e solidali. Totò dove sei?

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Roberto Ezio Pozzo


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