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Populismo, democrazia diretta e crisi della democrazia rappresentativa

Matteo Marchesi di Matteo Marchesi, in Politica, Quotidiano, del

In un’intervista di qualche giorno fa, in un noto salotto televisivo, di una nota rete privata, ho potuto apprezzare la lucidità e la ragionevolezza di Corrado Augias nel correggere gli altri uditori e urlatori dell’establishment disquisire sul fenomeno del populismo.

Nonostante il prof. Marco Tarchi e compagnia provino, ormai da qualche anno, a tracciarne una descrizione sociale e storica, rimango scettico. Ebbene Augias, senza nessuna presunzione, dice che “populisti sono un gruppo di persone che mirano al raggiungimento politico di una democrazia diretta a discapito di una democrazia rappresentativa”. Banale? Forse sì, eppure a mio avviso in questa affermazione c’è molta sostanza.

Innanzitutto, sfatiamo il mito che il populismo sia un riflesso soltanto sociale o storico, derivante da una situazione di particolare crisi economica in un occidente già pluri-industrializzato e maturo dal punto di vista democratico. Perché se così fosse, allora dovremmo dire, ad esempio, che i Luddisti britannici fossero populisti. Ebbene sì, anche loro in effetti erano portavoce e trascinatori delle istanze popolari dei ceti più disagiati, in un preciso contesto storico e sociale, da urla e schiamazzi di piazza, sino alle stanze del potere. Quello che condivido più di tutto della descrizione di Augias è la connotazione politica. I luddisti erano fondamentalmente dei sindacalisti, vicini alla politica, ma concettualmente tangenti. Di Maio, Salvini, Trump, Farage e tutti coloro di cui immaginiamo il volto, non appena sentiamo la parola “populismo”, sono invece politici di primo piano, rappresentanti eletti e leader dei loro rispettivi partiti.

Ora, se ha una connotazione politica, significa che porta con sé almeno una idea di fondo, dato che, oserei dire per fortuna, le ideologie in stile anni Quaranta sono superate. Augias ci invita a considerare la discussione della stessa forma delle nostre democrazie occidentali, che a mio modesto parere è un tema verosimile.

I populisti hanno sfondato laddove hanno portato i consuetudinari disertori a votare, laddove hanno raccontato le elezioni quali bivio fra più “scelta” e più “essere scelti” da altri. Il sovranismo è il filo rosso di questa logica: è chiaro che, ad esempio, sovranismo nazionale a discapito di quello europeo, significa che avremmo uno step di meno: si passa da rappresentanza europea-rappresentanza nazionale-cittadini, a solo amministratori e popolo.

Per far scegliere di più, per sentire maggiormente la voce, la disposizione e la rabbia dei cittadini, la Lega e il Movimento Cinque Stelle hanno addirittura (e permettetemi di dire che sono stati decisamente innovativi) creato e lanciato dei meccanismi interni per sottoporre le lore scelte politiche e i loro politici stessi direttamente all’analisi dei loro elettori: i gazebo, presenti sul territorio, e rilanciati settimanalmente per la Lega e la piattaforma Rousseau quale vera e propria votazione digitale per gli iscritti al movimento. L’essere rivoluzionari sta nel fatto che, aldilà della vera e propria valenza di quei voti, essi hanno addirittura sottoposto un contratto di governo direttamente al popolo che ha potuto dire la sua: “sì” o “no”.

I populisti, infatti, hanno sfondato dove c’è stata una formula elettorale del “dentro o fuori”. E’ chiaramente il caso dei referendum, in particolare della Brexit, così come delle elezioni statunitensi: Trump o Hillary. Ci sono riusciti di meno nei paesi dove il sistema elettorale è intrisecamente rappresentativo e proporzionale. In Spagna, Podemos è un paritito subalterno. In Italia, ad esempio, l’accordo tra le due forze cosidette populiste non era per niente scontato, perché quella stessa idea di fondo, che qui stiamo analizzando, non era così chiara né agli eletti né agli elettori, e di conseguenza la convivenza è stata comunque frutto di una trattativa estenuante.

Dunque, concludendo, se le forze populiste hanno un impatto elettorale nelle campagne in cui si verifica uno storytelling fra un team A contro un team B, è chiaro che ci ricolleghiamo ad un fenomeno sociale, che ha come cardine la crisi della democrazia rappresentativa e la necessità di abolire passaggi tra elettori e amministratori.

Matteo Marchesi

Matteo Marchesi


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