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Dalle grandi opere all’autonomia, il vento del Nord agita le acque romane, ma può dare una mano a Salvini

Dario Mazzocchi di Dario Mazzocchi, in Politica, Quotidiano, del

Il Partito democratico è in preda ad una perenne crisi di nervi, Forza Italia risulta ancora imbambolata dall’esito elettorale, mentre i Fratelli d’Italia relegati ai margini non rappresentano una concreta minaccia. Eppure il governo Conte deve fare i conti con un’opposizione che non alza la voce, ma allo stesso tempo si fa notare e lascia messaggi estremamente chiari. Perché se Matteo Salvini è ormai riuscito a rendere la Lega un movimento nazionale, è altrettanto vero che dal Nord arrivano folate di vento che agitano le acque romane: sono le dichiarazioni di figure di spicco come il presidente lombardo Attilio Fontana, il governatore veneto Luca Zaia e il forzista Giovanni Toti, presidente della Liguria grazie ai voti chiave guadagnati dai leghisti alle Regionali del 2015 e da sempre tessitore di rapporti con gli alleati storici.

Che si parli di infrastrutture o di autonomia o di come gestire l’emergenza rifiuti piuttosto che i lavori in seguito al crollo del Ponte Morandi, le steccate più pesanti al Movimento 5 stelle arrivano sempre da settentrione ed è difficile supporre che, in un partito strutturato com’è la Lega, manchi l’avvallo del Capitano Matteo: una strategia consolidata per rimettere ordine nei rapporti contrattuali di governo.

Il dibattito sulla Tav Torino-Lione è solo l’ultimo pretesto in ordine di tempo, dopo le bordate autunnali con le quali Toti rispondeva alle altisonanti dichiarazioni di Luigi Di Maio e Danilo Toninelli su tempi e modalità per la ricostruzione del fondamentale viadotto genovese, senza essere di fatto contraddetto o per lo meno ridimensionato dagli esponenti leghisti nella maggioranza. Quanto alla linea ferroviaria lungo la Val di Susa, se l’esecutivo temporeggia nel presentare la famosa relazione su costi e benefici, sia Fontana che Zaia non hanno atteso un attimo di più a prendere posizione, approfittando della nuova manifestazione dei “Sì Tav” a Torino nello scorso fine settimana. “Se si dovesse fare il referendum sulla Tav per dare la possibilità alla gente di esprimersi io sono pronto a promuoverne uno in Lombardia”, ha commentato Fontana, lasciando sottintendere un massiccio voto a favore del completamento dell’opera. “Mi riservo di vedere questo mega studio sui costi-benefici della Tav”, ha invece affermato Zaia, “ma mi sorge il dubbio che se si fosse seguita questa strada nel passato non si sarebbe costruita, ad esempio, l’Autosole”. E di fronte alle perplessità grilline sull’opportunità di concludere i lavori per le Pedemontana tra Vicenza e Treviso, già a novembre aveva tagliato corto: “E’ la maggior opera pubblica in Italia, vale 2 miliardi e 258 milioni per 94 chilometri di superstrada tra 36 Comuni con 14 caselli. Al servizio di un territorio che, pur essendo la vera pompa del pil, non dispone di un grande bypass”.

Le vie di comunicazione, che siano strade o ferrovie, sono boccate d’ossigeno per la aziende del Nord e per il loro export che da tempo contribuisce a tenerle a galla e ad ambire a pensare più in grande e l’approccio leghista è racchiuso nell’intervista con cui ad ottobre proprio Fontana, dalle colonne del Corriere della Sera, poneva punti fermi sul destino), almeno lombardo, del centrodestra: “Io sono convinto che investire sui territori sia indispensabile per tornare a crescere e per non implodere, perché in fin dei conti è sempre l’economia che traina la crescita, non bastano gli aiuti statali”, aggiungendo di essere ben contento di essere a capo di una coalizione tradizionale “dove posso confrontarmi con componenti politiche che condividono la mia visione”.

La grande partita si gioca però sull’autonomia. “Noi abbiamo dovuto deglutire il reddito di cittadinanza, ora i Cinque stelle dovranno deglutire l’autonomia”, commentavano lo scorso mese dal Pirellone dopo le critiche sollevate dalla senatrice pentastellata Paola Nugnes che considera le pretese lombardo-venete anticostituzionali. “Divagazioni sul tema non ci devono essere. Se così non fosse, vorrebbe dire che i cittadini sono presi in giro”, aveva replicato Zaia a riguardo.

Produttività, investimenti e le aziende, piccole, medie o grandi che siano, fiore all’occhiello dell’ormai fu idea di Padania, sono i capisaldi attorno ai quali si accendono i dissidi all’interno della maggioranza e dove le clausole del contratto stipulato a maggio paiono piuttosto vaghe, con il rischio che tra gli imprenditori aumentino perplessità e insoddisfazione, specialmente di fronte a certe misure economiche assunte dall’esecutivo in carica. Ma davvero poi questo malumore potrebbe nuocere a Salvini, proiettato in cima al podio dai sondaggi, come suggeriscono alcune analisi giornalistiche?

Supporlo sembra più che altro un esercizio stilistico per scatenare una guerra di penne tra retroscenisti e opinionisti e il motivo è presto detto: per quanto possa diffondersi delusione tra chi ha confidato nella Lega lo scorso marzo, tra cui una larga fetta di imprenditori, è altrettanto palese che a quest’ultimi non restano molte alternative sulle quali eventualmente confluire, con le altre principali forze politiche impegnate a leccarsi le ferite. Così finiscono per essere esponenti della stessa Lega, quella originaria, con base al Nord, a sollevare le problematiche, senza però mettere minimamente in discussione la leadership salviniana e salvaguardando il bacino di voti dimostrando compattezza, affidabilità e comunione di intenti per raggiungere la consacrazione finale: un centrodestra schierato al gran completo al governo, guidato dal Capitano.

Se poi si vuole aggiungere del pepe alla querelle, basta dedicarsi alla lettura di “Barbari foglianti”, la rubrica di Roberto Maroni ospitata settimanalmente dal Foglio. Libero da particolari vincoli perché momentaneamente fuori dall’agone politico, l’ex governatore confida spesso nel ritorno del centrodestra per come è conosciuto e punzecchia con pensieri dal sapore lombardo i grillini. Quello riservato a inizio anno per il ritorno sulla scena di Alessandro Di Battista suonava così: “Eravamo anche un po’ preoccupati, noi della vecchia scuola: che lezione ci ha dato questo Dibba, il ‘nuovo che avanza’ è nuovo per davvero! Ma il tuo rientro in campo ci dà conforto e ci rassicura: le buone vecchie abitudini della politica romana non cambiano mai. Quelli come voi, noi del rito ambrosiano li chiamiamo casciabàll. Serve la traduzione?”. Anche al Nord sanno essere sagaci.

Dario Mazzocchi

Dario Mazzocchi

Giornalista, nato a Piacenza, vive in Lombardia. Guareschiano, conservatore. Insegna anche inglese.

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