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La “politica del sedere” del Conte Silveri

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In uno dei suoi ultimi lavori, Capriccio, il cui debutto avvenne il 28 ottobre 1942, quando già infuriava la Seconda Guerra Mondiale, nella casa di un Conte si discute di musica e di politica per due ore e mezza – il lavoro, il cui libretto è in gran misura dello stesso Strauss pur se su un’idea di Stefan Zweig, non è un’opera lirica ma una ‘conversazione in musica’. Uno dei protagonisti afferma che in teatro, come nella vita, non è importante come si entra in scena, neanche cosa si fa quando si è in scena, ma come se ne esce. Le ‘uscite’ denotano lo stile di ciascuno di noi. Le ‘uscite’ sono l’aspetto che più si ricorda.

Il Conte Paolo Gentiloni Silveri, dopo essere stato un piacevole presidente del Consiglio, ligio alle indicazioni del segretario del partito a cui appartiene, è uscito di scena male, forse per seguire pedissequamente i suggerimenti dell’ex segretario Pd (Partito distrutto). Ha in un sol colpo nominato tutti i consiglieri del Cnel, ben 48 nomine indicate da parti sociali e settori produttivi, oltre a dieci ‘esperti’ di nomina della Presidenza del Consiglio e del Presidente della Repubblica. Sotto il profilo giuridico, il governo Gentiloni non è stato sfiduciato dal Parlamento e non si è dimesso. Tuttavia, i risultati delle recenti elezioni hanno comportato una severa sconfitta per le forze politiche che lo compongono. Probabilmente unicamente la Corte Costituzionale può dire se in queste condizioni può ricostituire un intero organo di rilevanza costituzionale.

Il passo, di dubbia costituzionalità e certamente non rispettoso dei principi di base della democrazia, è un esempio della “politica del sedere” che caratterizzato l’azione di governo in questi ultimi anni: sedersi su tutte le poltrone disponibili, annunciando riforme non fatte o mal fatte. Contro questa “politica del sedere” si è rivoltata mezza Italia; l’ultima ondata di nomine è un regalo agli estremismi populisti contro la casta. I ‘nominati’ avranno difficoltà ad incidere proprio in quanto ormai bollati ‘renziani d.o.c.’ o allievi del prof. Treu.

Secondo il Corriere della Sera (smentito dal presidente del Cnel Tiziano Treu) il provvedimento prevede anche il ripristino delle indennità abolite nel 2014. Allora, ventitré consiglieri diedero le dimissioni sia per rispetto nei confronti di chi li aveva nominati sia per continuare ad espletare, pur in condizioni difficili, i compiti loro affidati, sia per impedire che con le dimissioni di tutti i consiglieri, il governo dell’epoca riuscisse nel suo intento di chiudere l’organo, nonostante i risultati del referendum costituzionale. In questi anni, il Cnel ha contribuito puntualmente all’azione legislativa con pareri e proposte ed ha elaborato, con l’Istat, gli indicatori di benessere equo e sostenibile per arricchire quelli derivanti dalla contabilità economica nazionale. Il Cnel ha urgente esigenza di riforma; a questo fine è stata predisposta una proposta di legge. Senza una riforma, il lavoro di una nuova Consiliatura potrebbe risultare poco utile, ove non futile. Data la levata di scudi da parte della ampia maggioranza del Parlamento, non credo che la nuova Consiliatura possa sperare nelle agognate indennità.

In breve, una politica del sedere non degna di un Conte e che non giova a nessuno.

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Giuseppe Pennisi


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