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Più che al colore delle maglie degli (ex) azzurri, è al tricolore che proprio non possiamo rinunciare

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Francamente, ciò che della vexata quaestio sulle maglie verdi della nostra Nazionale di calcio maggiormente disturba, è il ridicolo ed irrispettoso scudetto a colori verde-oro che le dovrebbe ornare e che, al contrario, le deturpa. I colori sono colori e le sfumature (almeno in politica) mai furono tante come oggi, lo sappiamo. Ma la nostra bandiera no. Quella è e tale dovrà rimanere, ossia tricolore: verde, bianca e rossa. Tanti avvenimenti storici, spesso intrisi del sangue rosso come quello della nostra bandiera, si sono succeduti dall’epoca napoleonica, allorquando il tricolore venne adottato come vessillo della Repubblica Cispadana, ritornato in auge con Mazzini e Garibaldi e definitivamente consacrato come bandiere nazionale italiana all’inizio del XIX secolo.

Che la maglia degli “azzurri” sia effettivamente azzurra o possa virare verso altri colori complementari del ciano (uno dei tre colori fondamentali) alla fine, è questione di gusto personale. Qualcuno s’indigna forse per le Ferrari di F1 diventate decisamente più arancioni che rosse? Ma provate a togliere dalle Ferrari lo scudetto col cavallino rampante di Francesco Baracca e vedrete cosa succederà!

Magari accade perché, a questi furbacchioni dei proprietari del marchio sportivo che produce e sponsorizza le maglie (la tedesca Puma) della storia del nostro tricolore importa un fico secco. Altro che la canzoncina che ci insegnavano i nonni (E la bandiera… di tre colori… è sempre stata la più bella…). Cosa possa rilevare per i tedeschi (ed ahimè anche molti nostri connazionali) del verde delle valli italiane, del bianco delle nostre nevi alpine, del rosso sangue dei nostri martiri è davvero poco. Ma siamo diventati troppo insensibili alla contraffazione di simboli intangibili per tutti al mondo, tranne che per noi. Mi si dirà forse che i musulmani non siano infastiditi dal primo nostro simbolo, la croce cristiana? Non susciterebbe un pandemonio togliere le stelle dalla bandiera statunitense? Per non parlare di togliere o cambiare colore anche solo ad una stella dal simbolo dei grillini.

Insomma, ciò che voglio dire è che i simboli distintivi, come lo è una divisa, dovrebbero essere lasciati sostanzialmente immutati, per non offendere la sensibilità di coloro che ancora credono in quei simboli. Si ricoprono forse le bare dei militari caduti in servizio con bandiere diverse dal tricolore? Gli stessi simboli di partito, con buona pace di tutti, riportano spesso il tricolore. Questa è una delle prime critiche attualmente mosse a Matteo Renzi dai suoi stessi sostenitori per la scelta, già infelice nel nome, del simbolo della sua nuova formazione politica: molti vorrebbero anche un tricolore, siccome il partito si chiama Italia Viva.

Ma perché dovrebbe essere un’azienda estera che si occupa del merchandising delle divise della Nazionale di calcio a sceglierne gli elementi essenziali? E la FIGC ed il CONI cosa ci stanno a fare, se permettono qualunque digressione dal tema fondamentale delle nostre divise della Nazionale? A tanto siamo arrivati? Ricordate che putiferio scatenò la proposta di Bossi di sostituire l’Inno nazionale con il pur bellissimo Va Pensiero? Si scatenarono interpellanze parlamentari, movimenti d’opinione, condanne pubbliche e stigmatizzazione di ogni genere contro i padani. E nessuno toccò l’Inno di Mameli.

Voglio ricordare un episodio accaduto nel lontano 1961. Per commemorare la visita in Argentina, Uruguay e Perù dell’allora presidente della Repubblica italiana, Giovanni Gronchi, le Poste Italiane emisero una serie di francobolli commemorativi che ritraevano in vignetta un aereo che sorvolava il mondo, con evidenziati i confini dell’Italia e del Perù, sennonché vi fu un errore tipografico. Nel francobollo, di colore rosa, i confini del Perù erano sbagliati, in quanto non tenevano conto del cosiddetto “triangolo amazzonico”, ossia di una zona oggetto di annosa contesa tra Perù ed Ecuador. La protesta dell’ambasciatore peruviano, in rappresentanza del suo governo, fu tanto immediata e veemente da costringere il nostro a ritirare immediatamente dalla distribuzione tutti i francobolli “Gronchi Rosa” per sostituirli con una versione di colore grigio con i confini del Perù corretti. Il Gronchi Rosa, oltre ad essere diventato francobollo di gran valore ed assai ricercato tra i filatelisti, fu uno scandalo internazionale e costò all’Italia un bel mucchio di quattrini ed una figuraccia mondiale. Un banalissimo francobollo. Protesta di un ambasciatore. Il Perù. Mi spiego?

Posso anche capire che la sensibilità per questo genere di cose, nel 1961 era un pò diversa. Posso spingermi anche a pensare che oggigiorno sia necessario cambiare spesso aspetto fisico e che in commercio sia necessario innovare, ma le bandiere possono tranquillamente rimanere quelle che furono dall’inizio.

Un ultimo appunto sulla questione delle maglie degli (ex)azzurri. Tutti le chiamano “divise”. Curiosamente, nel parlare comune la divisa è qualcosa che, al contrario di quanto sembrerebbe, unisce. La ragione risiede nell’etimo di provenienza francese, quando nel Medioevo era necessario “dividere” le contrapposte squadre dei contendenti nei giochi d’ardimento. In effetti, di cose che dividono, ne abbiamo già fin troppe. Non per niente i militari non le chiamano mai ufficialmente “divise” (anche se il termine prevale ancora nel parlar comune) ma bensì “uniformi” il cui significato semantico è decisamente più chiaro, ad indicare qualcosa che uniforma le persone facenti parte di un gruppo e che le rende uguali e senza distinzione di ceto sociale o di aspetto fisico. A maggior ragione, dunque, che sia almeno il giusto scudetto (non a caso esposto a sinistra, sul cuore) ad unire chi indossa quell’uniforme sportiva. Anche per rispetto ai tanti che per quella bandiera hanno dato la vita.

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Roberto Ezio Pozzo


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