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Aspettando Bolsonaro? Perché la sua vittoria spiazza e spaventa l’Europa

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Non temo Bolsonaro in sé, temo il Bolsonaro che è in me. Questo sembra essere l’umore, come tale del tutto irrazionale, che ha accompagnato la vittoria del candidato conservatore in Brasile. Se non ci ha stupito che gli organi di stampa della sinistra, da Le Monde al Guardian al Pais, si siano messi a ululare, colpisce che anche media in teoria conservatori, dal Times al Figaro alla FAZ, abbiano seguito il mainstream, con pezzi e soprattutto commenti non molto diversi da quelli offerti dai fogli progressisti. Quanto al riconoscimento dei governi, i primi a congratularsi sono stati Trump e Salvini (ma pure Macron), mentre lo sventurato ex premier Gentiloni ha commentato augurandosi che non torni la dittatura in Brasile! Sia mai che egli ricapitasse al governo, il Brasile se lo ricorderà, come Trump si è ricordato il suo scriteriato endorsement a Hillary Clinton.

Questa ricostruzione fantasmatica non è una novità quando è rivolta verso i Paesi dell’America Latina. Nonostante la prossimità linguistica, culturale, religiosa e commerciale con l’Europa, tendiamo spesso a guardare quella parte del continente, anche quando vince la sinistra, con gli occhi più rivolti all’ombelico europeo che al vasto mondo, e sempre con un forte approccio estetizzante. In questo caso però la paura e lo sconcerto con cui molti hanno accolto un’elezione regolare, siglata da un ampio margine di vittoria, in un Paese ormai da tempo democratico, è rivelatrice di qualcosa d’altro: la sottile sensazione, che per il momento è solo un frisson alla schiena, che un modello Bolsonaro possa sbarcare in Europa. La vittoria di Bolsonaro è, in effetti, sotto ogni punto di vista, clamorosa. Prima di tutto bisogna dire che, anche in questo caso, pochi l’hanno vista arrivare. Ancora a una settimana dal primo turno non Repubblica e Corriere della Sera ma giornali ben più autorevoli ritenevano improbabile che Bolsonaro potesse vincere, convinti com’erano che al secondo turno contro di lui si sarebbe formato un “fronte antipopulista”. E bisogna ricordare che i sondaggi hanno fortemente sottostimato il futuro vincitore, quotandolo attorno al 30 per cento, quando invece ha sfiorato il 50. Nonostante le diverse lezioni della storia recente, nelle élite occidentali è scattato insomma il solitomeccanismo it can’t happen here, anche se accaduto già un sacco di volte. Né è servita molto la demonizzazione di Bolsonaro via media: che semmai ha polarizzato maggiormente l’elettorato, rafforzando così un candidato dalle sue
caratteristiche.

Il secondo elemento clamoroso della sua vittoria è l’effetto sul piano della collocazione dell’America Latina rispetto agli Usa. Fu proprio la elezione di Lula nel 2003 a inaugurare la stagione del socialismo latino americano: e anche se il vento è già girato da tempo (si pensi all’Argentina) il ruolo e la potenza del Brasile faranno da battistrada, sia nella diffusione del modello politico sia per i rapporti stretti che Bolsonaro stringerà con Washington. Se la vittoria di Lula aveva portato a un avvicinamento del Sud America ai regimi nemici agli Usa, con Bolsonaro il riallineamento è cominciato. Non sono però più gli Usa di Bush jr. o di Obama: sono quelli di Trump, che richiede ai suoi stretti alleati precise scelte di campo, ad esempio sull’Iran (con cui il Brasile di Lula aveva stretto ottimi rapporti) e con una Ue considerata nemica se non avversaria da Washington.

Il terzo elemento che spiazza l’Europa è il cosiddetto liberismo del programma di Bolsonaro, stilato da Paulo Guedes, formatosi alla Scuola di Chicago, mecca del monetarismo friedmaniano. E in effetti il suo programma ricalca esattamente i manuali dei Chicago Boys degli anni Ottanta e Novanta. Questo sconvolge lo schema mentale degli open societers, secondo i quali i populisti come Bolsonaro sarebbero statalisti, interventisti, una sorta di socialisti nazionali. Questo aspetto ha messo in allarme anche alcuni del cosiddetto campo sovranista, delusi dal “reaganismo” di Bolsonaro. Ebbene, ai globalisti e ai sovranisti bisognerà svelare la amara verità: quelli che volgarmente vengono chiamati populisti sono, in realtà, nella maggior parte dei casi, nazionali-liberali e nazional-conservatori, favorevoli al libero mercato, a una leva fiscale contenuta, a un fair trade (ma non a un no trade), ai patti tra produttori: e che anche per queste ragioni sono eurocritici. Chi cerca collettivismo o socialismo nazionale può invece rivolgersi a Mélenchon, a Corbyn, a Podemos e a Maduro.

Il quarto elemento importante della elezione di Bolsonaro sta nella modalità della sua apparizione. Fino ad ora lo strong man è venuto al di fuori della classe politica (Putin, Trump, per alcuni versi lo stesso Macron), oppure era già un politico da tempo, trasformatosi in strong man durante il mandato (Erdogan, Orban). Con Bolsonaro abbiamo invece un politico di professione, oscuro deputato per numerose legislature e a capo di un piccolo partito, che una situazione eccezionale ha proiettato sulla scena in breve tempo e con un effetto di trascinamento attorno alla sua figura.

E viene il quinto elemento: quello che più inquieta gli europei. La possibilità che, anche in alcuni Paesi della Ue, possa sorgere un Bolsonaro. Guardiamo infatti alle ragioni del successo del candidato “populista”: 1) la corruzione, aumentata con i governi di sinistra, e la richiesta da parte degli elettori di figure di rottura con il sistema; 2) un sistema politico inceppato e indebolito dall’intervento di poteri esterni (i giudici); 3) un impoverimento della classe media, prodotto dalle conseguenze inattese (ma in realtà attendibilissime) delle politiche economiche del “laburismo” carioca; 4) l’implementarsi della criminalità e la richiesta, da parte di tutte le fasce sociali senza distinzione, di politiche di “legge e ordine”. Ebbene, siamo proprio sicuri che alcuni, se non tutti questi parametri, non li possiamo ritrovare oggi o in un prossimo futuro in molti Paesi europei? La criminalità ad esempio, e la richiesta di legge e ordine, sono oggi un tema essenziale, non solo in Italia ma in Francia, nel Regno Unito, nella stessa Germania. Quanto all’incepparsi dei sistemi politici, tutti i principali sembrano girare a vuoto e produrre governi inefficaci: mentre un governo come quello spagnolo di Sanchez è figlio dell’intervento della magistratura, che ha fatto cadere il governo precedente. Molto importante è poi la richiesta di una nuova offerta politica, a cui le forze tradizionali non riescono più a rispondere.

Ciò spiega in parte il successo dei movimenti cosiddetti populisti. Ma se questi, laddove siano andati al governo, dovessero a loro volta fallire? Se non sapessero rispondere a sufficienza alla richiesta di rottura, di efficacia politica, di riassetto economico della classe media e soprattutto di protezione e di ordine, che succederà? Difficile che tornino i vecchi, quelli che i populisti hanno spodestato. Facile che si formi un populismo ancora più hard: di tipo compiutamente bonapartista. E, visto che il nostro è per il momento il solo Paese a essere governato dai “populisti”, è proprio quello in cui vi sono più chance che emerga un Bolsonaro italiano. Che, come quello originale, potrebbe in breve tempo sbucare dal nulla.

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Marco Gervasoni


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