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Perché Trump ha fatto bene a ritirarsi dal Trattato INF, rottamato dalle violazioni russe e dalla minaccia cinese

Avatar di Stefano Magni, in Esteri, Quotidiano, del

Con il ritiro degli Usa dal Trattato Inf muore un pezzo importante di storia recente. La Guerra Fredda finì informalmente con la caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989. Ma due anni prima, nel 1987, Ronald Reagan e Michail Gorbachev avevano firmato il Trattato per le Forze Nucleari a raggio Intermedio (Inf, l’acronimo inglese) che proibiva a entrambe le superpotenze di possedere missili con capacità nucleare con un raggio d’azione dai 500 ai 5.500 km. Fu un passo importantissimo per far cessare la tensione nucleare in Europa. E ora si è chiuso quel ciclo di pace nucleare sul nostro continente.

Perché mai proprio le armi a raggio intermedio e non quelle intercontinentali (capaci di colpire in tutto il mondo) o tattiche (sotto i 500 km di raggio d’azione)? Perché quelle intercontinentali sono armi suicide: se lanciate, causano una quasi automatica rappresaglia massiccia. Possono essere individuate nella fase di lancio e la nazione bersaglio ha tutto il tempo di rispondere. Le armi tattiche, invece, con la loro corta gittata, possono influenzare in modo decisivo l’esito di una battaglia, ma non minacciare di distruzione la nazione nemica. Le armi a raggio intermedio, da un punto di vista strategico, costituivano una minaccia più realistica e per questo erano molto più destabilizzanti. Con missili come gli SS-20 (schierati dal 1978), i sovietici avevano la possibilità di colpire tutti i Paesi europei, ma non gli Usa. Questo creava una complicatissima asimmetria: l’Urss poteva minacciare, in modo credibile, di incenerire tutte le città europee e le basi Nato in Europa, in caso di guerra, mentre gli Usa non potevano minacciare in modo altrettanto credibile una rappresaglia sull’Urss… che avrebbe comportato automaticamente una contro-rappresaglia sugli Usa stessi. Insomma, in caso di guerra (che fortunatamente non ci fu), gli Usa si sarebbero trovati di fronte all’impossibile dilemma se accettare passivamente l’annientamento dei propri alleati europei, o subire una completa distruzione delle proprie città.

Dopo le prime proteste dell’amministrazione Carter, fu Reagan a disinnescare questa bomba, con l’opzione zero: o i sovietici accettavano un disarmo totale bilaterale di tutte le armi a raggio intermedio, o gli Usa avrebbero schierato le loro in Europa. I sovietici, sotto Andropov, non accettarono il disarmo e dal 1983 i Pershing 2 e i Cruise vennero schierati in Europa, anche in Italia, puntati sull’Urss. Dopo soli quattro anni, quando era Gorbachev alla presidenza dell’Urss, Mosca accettò il disarmo. Non è un’esagerazione affermare che la firma del Trattato Inf fu l’inizio della fine della Guerra Fredda.

La crisi nucleare di allora era iniziata con lo schieramento, da parte dei sovietici, dei missili SS-20, ma l’opinione pubblica europea si mobilitò, con marce di centinaia di migliaia di manifestanti, solo quando gli Usa schierarono i propri missili in Europa. Oggi assistiamo a un fenomeno simile. I media, quasi all’unanimità, puntano il dito su Trump, che ha deciso il ritiro degli Usa dal Trattato. Manca la mobilitazione di massa dei pacifisti, perché le armi nucleari interessano stranamente meno di altri problemi politici. Ma è comunque la Russia che sta violando il trattato, da almeno cinque anni.

Dal 2014 (anno dell’annessione della Crimea e dell’inizio della guerra nel Donbass) i russi stanno sviluppando un nuovo missile da crociera, con base a terra, il 9M729 Novator. Già nei primi test, nel luglio del 2014, venne lanciato da postazione fissa a una gittata ben superiore ai 500 km consentiti. Secondo le stime attuali, il missile russo ha una gittata di 2500 km. Nel novembre del 2016, gli Usa chiesero una commissione di verifica per un sospetto di violazione russa del Trattato Inf. Finì in un nulla di fatto, perché i russi consentirono solo ispezioni a missile fermo. Trump, che si era insediato da un anno, il 19 ottobre del 2018 annunciò che gli Usa si sarebbero ritirati dal Trattato, se i russi non fossero tornati in regola. Il 23 gennaio 2019, i russi mostrarono il missile in pubblico per la prima volta, vantandone le prestazioni. A questo punto gli Usa si sono ritirati all’inizio di febbraio, ma da allora all’entrata in vigore del ritiro sono passati altri sei mesi. Durante i quali i russi avrebbero potuto cambiare rotta, ma non l’hanno fatto. Lungi dall’essere una posizione presa unilateralmente da Donald Trump, la Nato sta sostenendo pienamente la linea statunitense: “Finché la Russia non onorerà gli obblighi previsti dal Trattato Inf, con la distruzione verificabile di tutti i suoi sistemi missilistici da crociera 9M729 basati a terra (…) la Russia sarà l’unica responsabile per la fine del trattato”.

La lite, tuttavia, non è limitata a Usa e Russia. In realtà c’è un terzo incomodo che può essere stato determinante nello spingere Trump a compiere una scelta così drastica. Questo terzo incomodo è la Cina. Per ora non esiste una Guerra Fredda o una tensione militare conclamata fra Washington e Pechino, ma il regime cinese sta sviluppando, da decenni, il suo programma di armi nucleari a raggio intermedio. I cinesi schierano già due modelli di missili balistici a raggio intermedio, il Dong Feng 21 e 26 e due modelli di missili da crociera con gittata analoga, lo Hong Niao 2 e 3. Con queste armi la Cina può (potenzialmente) tenere sotto tiro tutti gli alleati asiatici degli Usa e le basi statunitensi nel Pacifico occidentale: Filippine, Taiwan, Corea del Sud, Giappone e Guam. In caso di Guerra Fredda con la Cina, si creerebbe una situazione analoga a quella dell’Europa alla fine degli anni ’70. Con la differenza fondamentale che la Repubblica Popolare non è vincolata da alcun trattato sulle armi a raggio intermedio, mentre gli Usa sì. Un’asimmetria troppo forte per poter durare ancora a lungo.

L’effetto della fine del Trattato può essere anche tragico: è lecito pensare che l’Europa torni ad essere il campo di una nuova tensione nucleare e di una rinnovata corsa agli armamenti. E aspettiamoci nuove oceaniche manifestazioni pacifiste. Ma non è da escludere un esito positivo: un nuovo trattato che includa anche la Cina. In questo caso, la rottura di una vecchia architettura ormai vecchia e fragile può far da premessa alla costruzione di una nuova più solida.

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Stefano Magni

Giornalista e saggista. Redattore esteri del quotidiano L’Opinione, collabora con La Nuova Bussola Quotidiana, Atlantico quotidiano e diverse altre testate.

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