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Perché la Lega non poteva dire no a Draghi: ora la sfida è governare restando primo partito

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L’ingresso della Lega-Salvini Premier nel governo Draghi ha messo a soqquadro la politica italiana. Non molti si aspettavano una simile mossa da parte di Matteo Salvini. Tra questi sicuramente non c’erano i leader dell’ormai defunto governo giallorossorosa, e, forse, nemmeno alcuni esponenti di spicco del centro-destra. Salvini ha sparigliato, correndo un rischio non da poco. Si è appellato al motto anglosassone my country first, l’unica etichetta a cui deve appellarsi un partito che da due anni è primo nelle preferenze di voto degli italiani per compiere una scelta così controversa.

In questa legislatura si sta scontando sin dall’inizio lo sfarinamento del partito di maggioranza relativa in Parlamento, il Movimento 5 Stelle, e l’assurgere della Lega come nuovo baricentro del sistema politico italiano. Una novità che è stata suggellata dalle elezioni europee, dalle regionali – la Lega e il centrodestra governano 14 regioni su 20, come ha ricordato lo stesso Salvini uscendo dal Quirinale – e da tutti i sondaggi di opinione che continuano a premiare il Carroccio. Poteva il primo partito italiano restare fuori dal governo Draghi, dalla stesura del Recovery Fund, da un momento epocale per la vita pubblica italiana determinato dalla pandemia e dal successivo piano vaccini? La risposta è semplice: no.

Vi sono altre ragioni che hanno determinato la scelta della Lega. Seppure forza di governo dal 1994 e alla guida delle due principali regioni del nord da anni, la Lega salviniana scontava una conventio ad excludendum all’interno dell’arco costituzionale, ben dimostrata dalle modalità di caduta del primo esecutivo di Giuseppe Conte e dalla nascita del Conte bis, sponsorizzato da Bruxelles e dal Quirinale. Quirinale che si è mosso anche in questa occasione, apprezzando lo spirito di responsabilità con cui Salvini ha dato il suo placet alla nascita del governo Draghi.

La fine della presidenza Trump negli Stati Uniti ha causato un terremoto nella politica italiana. Alcuni partiti possono vantare un rapporto molto stretto con Joe Biden e con i Democratici, altri si sono ritrovati senza un appoggio in politica estera. Non è un caso che Giancarlo Giorgetti si sia subito espresso per una rinnovata amicizia tra Italia e Usa non appena è stata annunciata la vittoria di Biden. I rapporti internazionali di una nazione vanno oltre la politica. Perdendo il riferimento trumpiano – ma attenzione: ci sono 74 milioni di voti a dimostrare che il trumpismo è tutt’altro che tramontato – la Lega ha dovuto cambiare passo e trovare nuove alleanze transnazionali. L’appartenenza al gruppo di Identità a Democrazia al Parlamento europeo non consente a chi ambisce a essere Partito della Nazione di giocare un ruolo decisivo negli schemi della politica europea. Così Salvini ha dato l’ok all’approvazione del piano Next Generation EU da parte dei suoi europarlamentari, marcando il primo atto di quello che, verosimilmente, sarà il distaccamento della Lega dal gruppo e il suo avvicinamento al Partito Popolare Europeo, il gruppo che più conta nelle dinamiche bruxellesi (attenzione: avvicinamento non significa per forza adesione).

La scelta diversa della Lega rispetto a Fratelli d’Italia si può spiegare però anche con la distribuzione del consenso e degli eletti a livello regionale. Rappresentando le due regioni più produttive del Paese, Salvini non poteva restare a guardare un Pd e un Movimento 5 Stelle – due partiti piuttosto freddi rispetto alle esigenze del mondo dell’impresa e del lavoro autonomo – stabilire la ripartizione dei fondi del PNRR. Draghi è il garante di una ripresa economica che la Lega vuole sfruttare per rinsaldare i rapporti con alcuni settori che rappresentano le sue constituencies di riferimento. Con Massimo Garavaglia al neonato Ministero del turismo e Giancarlo Giorgetti alle Attività produttive i leghisti presidiano due dicasteri-chiave per la riapertura del Paese.

Sia Garavaglia che Giorgetti sono politici navigati che hanno già avuto importanti incarichi nel governo gialloblu del 2018-2019, rispettivamente come viceministro dell’Economia e sottosegretario alla Presidenza del Consiglio. Giorgetti al Mise potrà anche dare corso a un nuovo assetto economico per l’Italia, ricalibrando la Golden Share, e definendo un nuovo perimetro per l’attività dello Stato in un tempo in cui, anche sulle maggiori riviste anglosassoni come ad esempio l’Economist, il dibattito tra neo-statalisti e post-liberisti sta occupando buona parte delle discussioni sul tema. Le prime uscite e i primi incontri del neo ministro sembrano tutti andare in questa direzione.

Naturalmente, le rose del governo Draghi sono anche piene di spine per la Lega. Il timore di perdere consenso in favore di FdI sarà controbilanciato dall’ingresso nel governo e dall’accettazione del nuovo corso salviniano nella Roma che conta e a Bruxelles? Non dimentichiamoci che in Italia chi governa ha sempre perso le elezioni. Trovare il giusto equilibrio tra Lega di lotta e Lega di governo non sarà facile. Il partito poi è vittima del suo stesso successo. Solo qualche anno fa la Lega era un partito single-issue (il nord) e il passaggio da quello a un partito-contenitore catch-all liberal-conservatore presente in tutte le regioni è avvenuto con una velocità sbalorditiva. Non è facile adattare le strutture e il personale di un movimento che aveva il 4 per cento a quelle di un movimento che è diventato il primo partito di centrodestra nel 2018 e ha raggiunto il 34 per cento alle elezioni europee dell’anno dopo. Per restare il primo partito d’Italia la Lega deve differenziarsi all’interno dell’esecutivo Draghi, continuare a insistere sul “ritorno alla vita” – come ha fatto ieri Salvini dopo l’incontro a Palazzo Chigi con il Presidente del Consiglio – e mantenere un po’ di quel revanscismo contro l’establishment che ha sempre contrassegnato il suo percorso sin dai tempi di Umberto Bossi.

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Daniele Meloni


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