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Perché il progressismo iconoclasta e “talebano” è il vero nemico della società plurale

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Oggi il progressismo rappresenta una delle ideologie più culturalmente aggressive e meno disponibili a tollerare forme di dissenso… Ma questo attacco ai nostri valori deve trovarci in piedi. Noi non ci inginocchieremo, perché sappiamo che, come scriveva Étienne de La Boétie, “i tiranni sono grandi solo perché noi siamo in ginocchio”

Il movimento Black Lives Matter e le sue sue declinazioni che abbiamo visto, in varie forme, all’opera in tanti Paesi occidentali rappresenta, purtroppo, un fenomeno molto preoccupante anche perché la sua natura liberticida è troppo spesso sottovalutata.

Una lettura “comoda” e superficiale del movimento di protesta si limita ad accettare pari pari le sue semplificazioni linguistiche e concettuali. Loro sarebbero gli “antirazzisti”. Il razzismo è il male. Loro sono “contro il razzismo”. Chi è contro di loro è “a favore del razzismo”. È evidente che, finché si resta nell’ambito di questa “neo-lingua”, qualsiasi partita argomentativa è persa in partenza.

La verità è che la visione oleografica del progressismo come ricerca di una società “neutrale” all’interno della quale poi possono esprimersi una pluralità di libere scelte non ha più alcuna attinenza con la realtà, se mai l’ha avuta in passato.

Oggi, piuttosto, il progressismo rappresenta una delle ideologie più culturalmente aggressive e meno disponibili a tollerare forme di dissenso.

Nei fatti, nelle moderne società occidentali, è sempre più raro che vengano da destra richieste di censura, di limitazione della libertà di espressione e di “sanificazione” del linguaggio e del pensiero. Il riconoscimento della “valenza limitata” delle scelte culturali – come espressioni di un certo tempo e di una certa comunità regionale o nazionale – è molto più facile che si trovi tra i conservatori che tra i progressisti. I primi, infatti, il più delle volte si accontentano di coltivare bene il proprio giardino, mentre i secondi sono sovente ossessionati da pericolosi propositi di palingenesi cosmica.

Il moderno conservatore è a proprio agio con la libertà altrui e tende a farsi una ragione di preferenze differenti. Raramente pretende di imprimere per via politica qualche sua “concezione” e le poche volte che ciò avviene si accontenta di farlo su un territorio geograficamente limitato e in un ambito circoscritto, normalmente legato ad alcune questioni più “borderline” dal punto di vista bioetico. Contrariamente a quello che la sinistra asserisce, non c’è mai, invece, alcuna messa in dubbio delle grandi questioni di uguaglianza tra i cittadini.

Insomma, quel quadro di neutralità in cui gli individui operano liberamente le loro scelte non sta nella retorica di Black Lives Matter, né è un ideale lontano a cui arrivare attraverso una rivoluzione.

Al contrario, è piuttosto il quadro di riferimento di un medio partito conservatore dell’Occidente: l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge, unita ad un’economia dinamica che consenta la mobilità sociale. Alla fine della fiera, è il programma di un Donald Trump e di un Boris Johnson e, in effetti, molte delle più vivaci “società aperte” si trovano proprio in Paesi che sono stati marcati, negli ultimi decenni, da governi conservatori di successo.

Il problema è che questa cornice di istituzioni race-blind e gender-blind all’interno della quale far convivere legittime scelte individuali e comunitarie non è quello a cui il mondo progressista punta. Al contrario, esso ha disperatamente bisogno della “razza”, del “sesso” e di qualsiasi altra identificazione di interesse di classe come attrezzi politici al servizio del progetto rivoluzionario.

Il vero nucleo del discorso è che la sinistra è, in sé, portatrice di un messaggio “assolutista” che non può accettare preferenze sociali e culturali che siano difformi rispetto alla sua lettura del senso della Storia e delle dinamiche sociali.

Per la sinistra la Storia ha “una direzione” e tutto quello che pare andare di traverso rispetto a quella direzione rappresenta, a prescindere, una “stortura” che deve essere corretta. Così il progressismo è ricerca continua di sempre nuovi, più alti, livelli di “purificazione” dei costumi, del linguaggio e del pensiero.

Questo tipo di concezione fa sì che la strategia di lotta politica dei progressisti passi quasi sempre dalla negazione di qualsiasi dignità alla posizione avversa – dalla “de-umanizzazione” dell’avversario, considerato antropologicamente e moralmente inferiore.

In questo senso la furia iconoclasta di Black Lives Matter, il suo spregio e sfregio di qualsiasi riferimento storico e culturale di matrice moderata e borghese, non è che la manifestazione più apertamente squadrista di una militanza culturale organizzata che assume ogni giorno forme diverse, ma tutte perfettamente convergenti verso un unico obiettivo. Giornali, media, intellettuali, attivisti “liberal” che ogni giorno, anche senza bisogno di impugnare fisicamente la spranga, perseguono l’obiettivo di espungere lo scandalo di opinioni conservatrici, pro-mercato e pro-Occidente.

In questo senso non stupisce che il primo nemico da abbattere per questa “internazionale rivoluzionaria” sia Donald Trump, in quanto un presidente degli Stati Uniti repubblicano è per definizione epitomo e leader putativo di tutto quanto è considerato “male”.

Ma se Trump è il bersaglio grosso, la “rivoluzione progressista” ambisce a prendere il controllo di ogni forma di manifestazione culturale, dai libri di scuola alla vita nelle università, dalla televisione al cinema. Non le basta essere già prevalente in certi ambiti; nessuna traccia di un mondo “non conforme” deve rimanere, al punto che persino Churchill e “Via col Vento”, nel continuo sforzo di purificazione ideologica, diventano un passato da guardare con vergogna.

Eppure il mondo, in tutta la sua storia, è andato avanti attraverso forme di organizzazione sociale, civile e comunitaria diverse da quelle del moderno progressismo che, in fondo, ha radici molto recenti. Certo, la storia ha conosciuto anche pagine tristi, ma ne ha conosciute anche di trionfali, che hanno contribuito in modo importante allo sviluppo economico e culturale delle nostre comunità e quindi ad innalzare il livello di vita di tantissime persone. Questo dimostra, in primo luogo, quanto sia assurda la pretesa di fare di un’ideologia politica così “giovane” la chiave di comprensione e di giudizio di tutta la storia.

Ma, se ci si pensa, anche ai nostri giorni, nel 2020, i progressisti in servizio permanente effettivo sono una minoranza su questa Terra e sono minoranza anche nei Paesi occidentali, dove esistono maggioranze silenziose (e silenziate) che vivono e pensano altrimenti – persone che, ispirate da valori “borghesi” e “conservatori” vivono la propria vita, lavorano, costruiscono ed interagiscono costruttivamente con il prossimo contribuendo al capitale economico e sociale delle rispettive comunità. Queste persone chiedono rispetto per i propri convincimenti e non hanno alcuna voglia di essere “rieducate”.

Oggi, questa ennesima ondata di progressismo ideologico rappresenta una grave minaccia, ma il pericolo più grande è quello che importanti settori della nostra società occidentale accettino una “resa culturale”, cioè di fatto si limitino ad adattarsi, per quieto vivere, al vento che tira. Non dobbiamo permetterlo. Alla fine, per quanto la rivoluzione “talebana” possa essere forte, potrà prevalere solo se glielo consentiremo.

Questo attacco ai nostri valori deve trovarci in piedi. Noi non ci inginocchieremo, perché sappiamo che, come scriveva Étienne de La Boétie, “i tiranni sono grandi solo perché noi siamo in ginocchio”.

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Marco Faraci


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