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Perché “fare come la Germania” ora non ha senso: imitiamo la chiusura, ma non la strategia anti-Covid

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“Fare come in Russia”, dicevano i comunisti del secolo scorso. “Fare come in Germania”, predicano i loro eredi più o meno legittimi del 2020. Fare come in Germania, in che senso? Nel senso che la Merkel ha detto ancora una cosa che piace alla sinistra, che oggi non è più “apriamo le porte ai profughi siriani” (quella era del 2015, preistoria ormai), ma “state a casa”. Stare a casa è l’azione preferita della sinistra odierna che, per sentirsi responsabile e all’altezza del compito, adesso è felice di citare anche la cancelliera conservatrice tedesca.

La Germania è sicuramente un modello di successo, nella lotta alla pandemia, e pare strano che finora non sia mai stata imitata nella sua strategia: moltissimo decentramento nella gestione (ogni Land ha le sue regole), tamponi e tracciamento a tappeto hanno permesso ai tedeschi di vivere molto più liberamente degli italiani, con molti meno morti. Per rendere un’idea della differenza: l’Italia registra 1.090 morti per 1 milione di abitanti, la Germania 278 (dati aggiornati al 15 dicembre 2020). La perdita del Pil è stimata in Italia a -9,1 per cento, in Germania -5,5 per cento. Ma perché, solo adesso, si cita ad esempio la Germania? Perché Angela Merkel ha annunciato un lockdown per le feste natalizie, fino al 10 gennaio.

È solo questo il motivo. Nessuno, nel governo Conte, ha intenzione di lasciar più autonomia alle regioni e più liberi gli italiani aumentando tamponi e tracciamento, posti in terapia intensiva e in generale posti letto in ospedale, ma semplicemente si vuole lanciare il messaggio che, siccome gli italiani sono stati “cattivi” nel primo weekend di parziale apertura delle regioni principali, adesso si deve chiudere, come fanno in Germania. C’è un piccolo problema di realtà: in Germania chiudono nel periodo natalizio perché è stato individuato un aumento dei contagi, ma finora sono stati relativamente liberi. In Italia la situazione è l’opposto: il contagio sta gradualmente diminuendo, dopo due mesi di lockdown, più o meno rigido a seconda delle regioni, duro in quelle rosse, abbastanza duro in quelle arancioni, più soft in quelle gialle. Sempre in termini numerici, in Italia la variazione di casi bi-settimanale è -36 per cento, in Germania è +14 per cento (fonte Our World in Data, aggiornamento al 14 dicembre 2020)

Che senso ha imitare un Paese in cui le condizioni sono opposte rispetto alle nostre? Razionalmente nessuno. Ma qui, come abbiamo potuto vedere in tutti questi mesi di pandemia, di razionalità ce n’è ben poca. Conta soprattutto l’emotività e fra le varie emotività, l’impatto delle immagini. Le foto che stanno facendo impazzire il governo sono quelle delle piazze piene. Piazze che si sono riempite grazie agli incentivi agli acquisti decisi dal governo, fra parentesi: il cashback garantisce uno sconto a chi acquista in un negozio (quindi chi affolla le vie e le piazze) e non a chi compra online.

Ad alimentare questa paura sono, come sempre, i giornalisti. I titoli non sono molto sobri e non contribuiscono alla calma, come Piazze piene, obitori intasati, Le foto delle piazze piene fanno paura. Paura che può avere tante ragioni, vuoi per naturale sociopatia dell’intellettuale che rifugge la massa, vuoi per moralità catto-comunista di chi non ammette che qualche persona sana vada a fare shopping mentre tanta gente muore di malattia (“dovremmo sentire ogni giorno dentro di noi il lutto nazionale”, come dice il ministro Boccia). Tanto è vero che le foto delle folle napoletane che rendevano omaggio a Maradona non hanno provocato altrettanto sdegno (era un funerale, quindi morale).

In sintesi: abbiamo fatto quel che il governo voleva, cioè siamo andati a fare acquisti nei negozi, per sostenerli. Ma così facendo abbiamo fatto arrabbiare il governo, perché abbiamo dimostrato di non aver interiorizzato abbastanza il lutto nazionale. E adesso il governo ci punisce, citando la Merkel.

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Stefano Magni

Giornalista e saggista. Redattore esteri del quotidiano L’Opinione, collabora con La Nuova Bussola Quotidiana, Atlantico quotidiano e diverse altre testate.

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