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Pandemia e lockdown smontano le teorie anticapitaliste: sono i governi i veri “poteri forti”

Avatar di Stefano Magni, in Economia, Quotidiano, del

Il pericoloso connubio fra statalismo e “consenso scientifico”

Davvero i “poteri forti” sono i grandi capitalisti? Il coronavirus dimostra proprio il contrario. Eppure la narrazione, sia di governo che di opposizione, non solo in Italia, non ha perso il vizio di additare il capitalismo come il primo colpevole e artefice di tutte le più odiose politiche che ci stanno imponendo in questi mesi di pandemia.

Vediamo alcuni piatti forti intellettuali di questo periodo. Il filosofo comunista Slavoj Zizek è tornato alla carica, anche sul quotidiano del Vaticano, l’Osservatore Romano, dove scrive: “Il nostro principio fondamentale non dovrebbe consistere nell’economizzare l’assistenza, ma assistere tutti coloro che ne hanno bisogno, in maniera incondizionata, senza guardare in faccia i costi”. Niente sanità privata, che punta “al profitto”, par di capire. Il discorso di Zizek è molto più ampio, non riguarda la sanità in particolare, ma il sistema economico in generale:

“(…) Quindi non sarà sufficiente trattare l’epidemia come uno sfortunato incidente, sbarazzarsi delle conseguenze e riprendere l’andamento scorrevole del vecchio sistema – dovremo sollevare la domanda: che cosa proprio non va nel nostro sistema, tanto da farci cogliere impreparati dalla catastrofe, malgrado gli scienziati ci avvertissero da anni? Dare una risposta a questa domanda richiederà molto di più che nuove forme di assistenza sanitaria globale”.

E la risposta è, prevedibilmente, il comunismo: “Il coronavirus ci costringerà a reinventare un comunismo basato sulla fiducia nelle persone e nella scienza”. Non sarà centrato in una nuova Unione Sovietica, ma in “un qualche tipo di organizzazione globale che può controllare e regolare l’economia, oltre a limitare la sovranità degli Stati nazionali”.

L’idea che il capitalismo sia addirittura all’origine del coronavirus è il cuore del manifesto degli intellettuali lanciato dall’attrice Juliette Binoche e dall’astrofisico Aurelién Barrau, pubblicato in Francia dal quotidiano Le Monde e firmato da 200 vip, fra cui artisti internazionali (come la cantante Madonna, l’attore Robert De Niro, il regista Paolo Sorrentino, la modella e attrice Monica Bellucci), ma anche tanti scienziati. I firmatari pregano di non tornare alla vita normale pre-lockdown, perché prima c’era (orrore!) il consumismo, una delle tante facce con cui è conosciuto e disprezzato il capitalismo.

“La catastrofe ecologica in corso fa parte di una metacrisi (…) il consumismo ci ha portati a negare la vita stessa: quella dei vegetali, degli animali e quella di un gran numero di umani (…) L’inquinamento, il riscaldamento (globale, ndr) e la distruzione degli spazi naturali portano il mondo a un punto di rottura”.

Poi è stata la volta di altri intellettuali, esponenti del mondo accademico e politici, che hanno firmato, a centinaia, un altro manifesto, pubblicato sull’Independent, con cui chiedono (approfittando della crisi e del lockdown) di cambiare sistema, una volta che si riapra tutto. Chiedono di passare al salario universale minimo, per porre fine al lavoro produttivo così come lo abbiamo conosciuto fino ad ora. A questo proposito, Benoit Hamon leader dell’estrema sinistra francese, scrive:

“Il salario universale per l’esistenza è uno strumento incomparabile di emancipazione. (…) Liberando tutti da una dipendenza esclusiva dallo stipendio guadagnato sul lavoro, il salario universale dà a ogni individuo la capacità di negoziare e scegliere. (…) L’emancipazione sociale passa attraverso questa pratica individuale di libertà. (…) La crisi darà alla luce un mondo nuovo”.

In pratica, secondo questa visione del mondo, se c’è stata la pandemia è stato per colpa di un sistema di produzione e di lavoro che è incompatibile con la salute e il benessere dell’uomo e del pianeta in cui vive. Quindi, prima di pensare a tornare a vivere, si deve pensare a come cambiare il sistema. Lenin coglieva il pretesto della guerra mondiale (frutto, a suo dire, delle contraddizioni del capitalismo) per fare la rivoluzione, agli intellettuali odierni “basta” una pandemia (frutto, a loro dire, del potere distruttivo del capitalismo), ma l’obiettivo è lo stesso: fare il comunismo, seppellire il capitalismo.

La cosa più sorprendente è che anche le poche voci di opposizione alle politiche di lockdown pensano la stessa cosa, con appena qualche sfumatura di differenza. Per la deputata ex pentastellata Sara Cunial la nostra libertà non ci viene sottratta dallo Stato, ma dal “capitalismo finanziario”. Il suo ormai noto discorso alla Camera parte da un giusto anelito alla libertà individuale, ma sfocia ben presto (dal minuto 1:50) in un’omelia anti-capitalista infarcita di teorie cospirative, luddiste e no-vax, che vanno molto di moda. I complottisti no-vax e no-5G (luddisti dell’ultima ora) non odiano gli Stati, ma le grandi aziende farmaceutiche e delle comunicazioni. Semmai lo Stato entra solo di striscio, accusato di essere al soldo delle multinazionali.

Eppure, appunto, questa crisi dimostra che i capitalisti sono impotenti. Tutti gli Stati europei occidentali, con l’unica eccezione della Svezia, hanno adottato politiche più o meno severe di lockdown, bloccando la produzione ritenuta “non essenziale” (secondo un criterio deciso dallo Stato) e costringendo gli imprenditori ad una serrata obbligatoria, a prescindere dall’impatto sui loro profitti. I capitalisti europei hanno dimostrato di non avere voce sufficiente a tutelare il loro interesse. È passato il principio “la salute prima del profitto”, che non è altro che una declinazione del socialismo in chiave salutista. Lo stesso è avvenuto negli Usa, la terra della libertà, in ben 43 Stati su 50. Il richiamo dell’autoritarismo salutista è riuscito, non solo a superare gli interessi di Wall Street, ma anche le continue richieste dello stesso presidente Donald Trump di riaprire e riprendere a lavorare il prima possibile. Si è verificato di nuovo quel connubio fra statalismo e il cosiddetto “consenso scientifico” che in altri tempi aveva portato alla giustificazione della pianificazione economica, quando lo Stato dirige l’economia perché “lo dice la scienza” per “il bene dell’uomo”, ma contro il portafogli. Il grande capitale, in estrema sintesi, non conta nulla. Domandiamoci perché, allora, tutti gli intellettuali più in vista lo accusano di ogni colpa e chiedono più Stato.

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Stefano Magni

Giornalista e saggista. Redattore esteri del quotidiano L’Opinione, collabora con La Nuova Bussola Quotidiana, Atlantico quotidiano e diverse altre testate.

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