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Occidente in crisi: ecco perché agli europei non conviene ampliare il solco con gli Usa

di Michele Marsonet, in Esteri, Quotidiano, del

Il disastroso ritiro dall’Afghanistan induce a chiedersi se l’Occidente, così come l’abbiamo concepito (ed esaltato) finora, davvero esista. Nessun dubbio che, sul piano teorico, tale quesito meriti una risposta positiva. Tuttavia, nella politica internazionale tra teoria e pratica corrono delle differenze, e la situazione appare così grave da meritare qualche riflessione.

A dispetto della fallimentare politica estera di Joe Biden, nessuno negli Stati Uniti si è azzardato a dire con chiarezza che la massima potenza mondiale intende ritirarsi entro i propri confini, ritornando così all’isolazionismo già più volte emerso nella storia americana.

Tuttavia si percepiscono segnali allarmanti. Alcuni ambienti di Washington hanno invitato Taiwan – nel frattempo diventato il principale obiettivo dell’espansionismo neo-maoista di Xi Jinping – a seguire l’esempio di Israele, provvedendo in modo diretto alla propria auto-difesa.

Ma, chiediamoci, Israele è davvero in grado di difendersi da solo? O non è forse vero che lo Stato ebraico ha, invece, sempre avuto bisogno dello scudo americano per garantire la sua sopravvivenza, con gli Usa più volte accorsi in suo soccorso nei momenti di grave difficoltà?

Non parliamo, poi, dell’Europa che, attraverso la Ue, si è data strumenti di governo estremamente farraginosi, frenata dai permanenti dissensi tra i suoi tanti Stati membri. L’Unione europea è incapace di parlare con una voce unica nei consessi internazionali. Né la Commissione europea è un vero governo, limitata com’è da veti e contro-veti che giungono da questa o quella capitale.

Del resto la sua grande debolezza militare è sotto gli occhi di tutti. Autocrazie e dittature non la prendono affatto sul serio, tranne quando si tratta di questioni economiche e commerciali. Perché in quel caso – ma solo in quello – i Paesi anti-democratici fanno ponti d’oro a Bruxelles.

La Cina continua imperterrita il suo shopping sul suolo europeo impadronendosi, senza neppure troppe difficoltà, di porti e asset strategici di grande importanza. Si tratta di uno shopping assai simile a quelli che Pechino mette in atto da anni in Africa e America Latina. Non è certo un caso che Xi Jinping, nel suo recente colloquio con Draghi, abbia invitato con forza l’Italia a riprendere in considerazione il progetto della “Nuova Via della Seta”, malauguratamente firmato ai tempi del governo Conte.

E che dire del mitico “esercito europeo” che i visionari nostrani vagheggiano ormai da tempo? Quale struttura dovrebbe avere un simile esercito e, soprattutto, a chi spetterebbe comandarlo? Anche qui veti e contro-veti sono all’ordine del giorno.

Solo due Paesi europei hanno conservato un apparato militare almeno rispettabile. Uno è il Regno Unito che, però, della Ue non fa più parte. L’altro è la Francia. E infatti Macron sta alacremente lavorando per convincere gli altri partner che un esercito europeo avrebbe senso solo se fosse a guida francese.

Il problema è che britannici e francesi non comprendono che il loro pur rispettabile apparato bellico non è affatto in grado di competere con giganti militari quali la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese. E, in ogni caso, l’ostilità che sempre divide gli Stati europei – ivi inclusi quelli più piccoli, che spesso la fanno da padroni – rende problematico oltre misura lo stesso concetto di “esercito europeo”.

Per quanto si tenti di trovare una soluzione, è evidente che non si può prescindere, se si vuole essere onesti, dalla presenza americana. L’Occidente è cresciuto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale solo grazie all’impegno e all’assunzione di responsabilità da parte degli Stati Uniti. I quali sono anche riusciti, attraverso il loro soft power, a diffondere nel mondo l’idea della liberal-democrazia, esaltandone i vantaggi sul piano della libertà economica, dello Stato di diritto e dei diritti umani.

Se l’America dovesse farsi cogliere da una “sindrome afghana”, ancora più pericolosa di quella vietnamita degli anni ’70 del secolo scorso, dell’Occidente resterebbe ben poco. E soprattutto ne resterebbe ben poco agli europei, prescindendo dai loro fiorenti commerci.

Proprio per questo fa paura la profonda spaccatura della società (e della politica) Usa. Ora siamo giunti al punto che gli Archivi nazionali degli Stati Uniti avvisano i loro utenti che la Costituzione americana è scritta con un linguaggio potenzialmente offensivo (sic). E per quale motivo? Perché è stata redatta esclusivamente da bianchi.

A me pare, però, che un dato sia certo. Pur avendo oggi a che fare con un presidente debole e quanto mai incerto come Biden, e con una vice-presidente che potrebbe rivelarsi anche peggiore di lui qualora dovesse entrare in carica, agli europei non conviene per niente ampliare ancora il solco con gli Stati Uniti. Se lo facesse, l’Unione, gigante economico ma pure nano politico e militare, sarebbe più che mai esposta alle brame e alle scorrerie di qualsiasi autocrate disposto a sfidarla.

Michele Marsonet


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