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Occhio all’ideologia della “neutralità della rete”: suona bene, ma colpisce mercato e investimenti, e accresce i poteri dello stato e dei regolatori

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Al di là e al qua dell’Atlantico (inteso stavolta come Oceano: non il nostro piccolo vascello online), c’è una grande discussione, negli ultimi tempi più animata (e faziosa) del solito, sul tema della “neutralità della rete”.
L’espressione – ammettiamolo – suona bene: come suona bene il binomio “open and free” che viene ripetuto come un mantra dai suoi paladini.
In realtà, si tratta di un altro dono – ideologico e avvelenato – dell’era Obama, che speriamo sia sempre più coraggiosamente messo in discussione in tempi trumpiani. Qual era l’assunto? Sotto l’ombrello della “non discriminazione dei contenuti che viaggiano sulla rete” (principio ovviamente condivisibile), imporre una regolamentazione sempre più pervasiva e stringente a carico degli operatori tlc.
Su queste basi, è stata costruita una mitologia di corsie veloci e corsie rallentate, accompagnata da una visione demoniaca degli operatori tlc pronti – così si raccontava – a rallentare qualcosa e ad accelerare qualcos’altro, a imporre nuovi pagamenti e trattamenti peggiorativi, a discriminare i contenuti.

Non solo i sacri principi liberali e pro mercato, ma la semplice esperienza ci dice il contrario: quanto più gli operatori sono liberi e in competizione, tanto più possono offrire servizi migliori, più veloci e meno costosi, agli utenti. Quanto più invece la regolamentazione è occhiuta e pervasiva, tanto più servizio e concorrenza ne soffriranno.
Occhio, allora, perché le cose sono molto diverse da come vengono raccontate. Gli operatori – per definizione – vogliono più consumatori e più fornitori di contenuti a usufruire delle loro reti. Sono invece governi e regolatori i soggetti interessati a un maggior potere pubblico, naturaliter distorsivo del mercato oltre che capace di assicurare un potenziale maggiore controllo su tutti, inclusi gli utenti finali.

La regolamentazione Ue del 2015 non è un successo: per molti versi, ha ostacolato gli investimenti privati che sarebbero ancora necessari (nell’ordine di molte decine di miliardi di euro). Sono state ignorate esperienze di successo (scandinave e svizzere, basate su codici di condotta volontari stabiliti dagli operatori) e si sono invece imposte regole troppo rigide, spesso con serissimi problemi di trasparenza. Risultato? Innovazione sacrificata, e un notevole gap negli investimenti.
L’antica sequenza di battute con cui Reagan irrideva gli statalisti, è dunque purtroppo sempre valida per alcuni: “se qualcosa si muove, tassalo; se si muove ancora, regolamentalo; se non si muove più, sussidialo”. L’opposto di ciò che sarebbe ragionevole fare.
Teniamolo presente anche in Italia, quando questa discussione inevitabilmente si riproporrà. Il punto fermo deve essere: più mercato, meno stato, meno regolazione. Non viceversa.

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Daniele Capezzone


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