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“Non siamo pronti a fronteggiare la potenza cinese”. Intervista a Francesco De Luca

Avatar di Adriano Angelini Sut, in Cultura, Quotidiano, del

“Il pericolo è di gettarsi impreparati in avventure di difficile analisi e risoluzione per la foga di uscire da un periodo di crisi”

Francesco De Luca è autore di “Karma Hostel” (Il Foglio Letterario), romanzo di fuga, ambientato in Cina, dove un giovane italiano, deluso dal suo paese, cerca di trasferirsi e rifarsi una vita. Il protagonista fonderà una rivista e aprirà un ostello per surfisti portando il lettore non soltanto fra lo smog di Pechino e le montagne del Sichuan, ma sulle esotiche spiagge del sud della Cina, dal Guizhou ad Hainan. Un sogno di affrancamento dal capitalismo esasperante. Alla luce del recente e contestato accordo commerciale Italia-Cina, siglato nei giorni scorsi da una parte del governo italiano con il dittatore della Repubblica Comunista, XI Jinping, abbiamo chiesto a Francesco alcune cose su quel paese e soprattutto sulle conseguenze dell’espansionismo cinese in un mondo che, a parte Trump, a parere di chi scrive sta prendendo troppo alla leggera il regime di Pechino.

ADRIANO ANGELINI SUT: Ci dici perché la Cina è nei tuoi sogni e soprattutto se, dopo esserci stato, lo è ancora?

FRANCESCO DE LUCA: Non vi è un perché razionale. Sin da piccolo ho sempre nutrito grande interesse per l’Oriente e in particolare per la Cina. Ho una zia cinese, originaria del Fujian, quindi forse da piccolo, ritrovarsi a tavola, durante le festività, con un cinese, sicuramente ha influito sul modo di relazionarmi con loro. La mia ex moglie è cinese, di Tianjin. Posso dire di aver letteralmente fatto l’amore con questo popolo, che ho sempre visto vicino, vicinissimo. E non lontano o alieno. Non siamo così diversi, se si riesce ad andare oltre la superficie. Spesso poi la diversità è una grande ricchezza. Vivere in Cina non basta mai. Ho amato e amo ancora tantissimo questo straordinario Paese, portatore di una delle culture più ricche e misteriose del mondo. Quindi sì, dopo esserci stato, nonostante le tante brutture viste, di cui ho fatto esperienza, sì, la Cina rimane un grandissimo sogno. Almeno per me.

AAS: Quale è stato il momento (se c’è stato) in cui hai detto: ho sbagliato a venire qui? E quale invece quello in cui hai pensato fosse stata la migliore scelta della tua vita?

FDL: Nella vita ci sono sempre momenti in cui si pensa di aver sbagliato tutto. Che si sia partiti o che si sia rimasti, siamo sempre vittime, tutti, di dubbi e paure. Ma parafrasando Castaneda “una strada se ha un cuore non è mai una strada sbagliata!”.

AAS: Come vedi gli accordi italo cinesi che il governo italiano (nella sua componente grillina) ha fortemente voluto con la Cina?

FDL: Premetto di non essere un esperto di geopolitica, ma un mediatore di lingua e cultura cinese. Uno studioso di lingua e psicologia cinese a cui ho dedicato tutti questi anni. Anche se non bastano né basteranno mai. Questa è una questione delicata. Sono sicuramente a favore del dialogo, questo sempre. Il dialogo è la migliore forma possibile per evitare i già facilissimi fraintendimenti tra esseri umani, figuriamoci tra culture così diverse. Oltre la Cina non c’è niente. Lo spazio! Certo, in base alla mia esperienza lavorativa, posso dire che non siamo pronti a fronteggiare la potenza cinese. Ho lavorato nell’import-export per diversi anni, e poi al Dipartimento del Turismo italiano, all’Ufficio Immigrazione italiano, Tribunale di Roma, Centri Espulsione ecc… non siamo pronti a dialogare a livello sistemico; non ascoltiamo neanche noi stessi, non comprendiamo neanche le nostre necessità, perché non le soddisfiamo. Figuriamoci avere a che fare coi cinesi! “L’arte della guerra” dovremmo leggerlo non come un libro, ma come un manifesto programmatico. Un sistema operativo della mente e del modo di agire cinesi. Sono dei grandissimi strateghi. E noi, dai tempi di Cesare, abbiamo perso moltissimo. Loro invece si sono rafforzati. Anche se ogni forza spesso nasconde qualche fragilità, e la più grande fragilità cinese è sempre stata interna. Lo insegna la storia del muraglia.

AAS: Qualcuno dice, la Cina fa le cose semplicemente per soldi; sono dei mercanti, il loro espansionismo è di tipo puramente economico. In realtà è la sua forza militare che spaventa. Sembra, a me, un copione da incubo orwelliano che ci stanno facendo passare per sviluppo, progresso e quant’altro. Tu che ne pensi?

FDL: Concordo. La Cina ormai ha venduto la propria anima al dio denaro più dei tanto criticati (spesso giustamente, a mio avviso) Stati Uniti. Tra l’altro sono dei grandissimi commercianti, avidi, sempre pronti a contrattare e a ottenere il massimo vantaggio. Come avrebbe potuto crescere così enormemente in pochi decenni un Paese arretrato com’era la Cina degli anni Cinquanta e Sessanta se non mettendo in atto tutta una serie di “atteggiamenti interni” volti al disequilibrio sociale, al conflitto sociale, alla supremazia del più abile ai danni del più debole? Ecco, applichiamo lo stesso sistema alla politica di espansione economica e troveremo coerenza. Non sempre si mostrano le proprie pedine, le proprie carte, quando si compete. Ovviamente questa rimane la mia opinione in merito, per come ho avuto modo di conoscere i cinesi che ho incontrato, mangiando al loro tavolo, interagendo con loro; insomma, parlando in cinese tra cinesi in Cina, guardando i loro film, leggendo i loro libri, i giornali, lavorando con loro, studiando. Riporto la mia esperienza da sociologo, diciamo. All’università studiai comunicazione e l’approccio mi è sicuramente rimasto. Certo, com’è vero che alcune leggi fisiche a livello macroscopico non trovano conferma a livello microscopico, potrebbe valere lo stesso in ambito economico e politico. Il pericolo è di gettarsi impreparati in avventure di difficile analisi e risoluzione per la foga di uscire da un periodo di crisi economica e generale.

AAS: Durante la cena di stato al Quirinale, la giornalista del Foglio Giulia Pompili è stata quasi minacciata dal responsabile della comunicazione dell’ambasciata cinese a Roma per via delle posizioni critiche espresse del giornale di Ferrara proprio sulla Cina e la sua politica economica e sulla totale mancanza di diritti umani. Una semplice caduta di stile o un minaccioso segnale?

FDL: Difficile dirlo. Né posso azzardare ipotesi. Sono faccende delicate, ma certo non possiamo mettere in discussione le parole della nostra giornalista. Ci sono altri testimoni? Certo è un fatto grave, su cui riflettere. Bisogna però guardare ai fatti. In Cina sono ancora in atto atteggiamenti aggressivi nei confronti di alcune minoranze etniche, pensiamo al Tibet e al Xinjiang. Quest’ultimo tra l’altro si trova proprio lungo quell’antica Via della Seta che oggi tanto vorremmo ripercorrere; oppure pensiamo alle testimonianze di sinologi che hanno approfondito le discriminazioni e le persecuzioni religiose: le chiese nascoste o sotterranee. Un Paese che non si comporta democraticamente con i propri cittadini come può dare garanzia di comportamenti democratici con i figli delle altre Nazioni? Semplice proprietà estensiva. E noi, Stato democratico – perché lo siamo, giusto? – come possiamo sederci al tavolo con leggerezza, parlando di scambi commerciali lungo percorsi espropriati con la forza. In Tibet e in Xinjiang è in atto una vera e propria sinizzazione coatta. Da decenni, ma dovremmo saperlo già. Non sono novità. Quindi, al di là delle possibilli ragioni economiche, politiche, militari, di evoluzione sanitaria, sociale, e quant’altro, dico: andiamoci molto cauti. Anche perché in Italia, abbiamo già tanti problemi interni irrisolti che non sono riducibili al semplice aspetto economico…

AAS: Ci descriveresti “Karma Hostel” in poche frasi, se puoi?

FDL: Un romanzo che non vuole essere uno di quei tanti libri che parlano della vita dell’autore perché ha sofferto, non è andato bene questo o quello. È un libro di condivisione di nozioni e situazioni che stanno stracciando lo spirito della società contemporanea in Oriente come in Occidente. La Cina è divenuta riflesso dell’Ovest, ma in peggio: per tanti aspetti sociali, umani, antropologici. Mostro alcuni angoli di Cina su cui non si è mai scritto prima, alcuni strati sociali ignorati: gli sbandati, i ribelli, gli hippy, i surfisti che lasciano lavori stratosferici da milioni perché ormai schiacciati da una società vampiro assetata di sangue. Perché è di vero sangue che parliamo e la mia non è una metafora alla Stoker. E noi siamo Dorian Gray. Il capitalismo, la società di massa, di produzione hanno trasformato la società del benessere nella società del malessere. È un libro ecologico, homologico, un abbraccio tra Occidente e Oriente. Oggi, sempre più persone non si riconoscono più nei modelli proposti dalla società di fine Novecento, perché ci stiamo rendendo conto dell’insostenibilità valoriale e formale di tali modelli. “Karma Hostel” è un grido per tutti coloro che non hanno voce, perché schiacciati dal non senso della mercificazioni delle anime. Così l’ho inteso e lo intendo. Una radiosveglia.

AAS: È vero che stai scrivendo un altro libro sulla Cina?

FDL: Sì. Sto scrivendo un altro romanzo sulla Cina, in cui delineo quel che a mio avviso potrebbe essere un possibile scenario futuro. Un libro apocalittico per alcuni versi, ma sono solo all’inizio. Vedremo come evolverà. Nel contempo sto traducendo, con onore, un grande poeta cinese di fine Novecento, Haizi, di cui quest’anno tra l’altro ricorre il trentennale della morte avvenuta nel 1989, a pochi mesi dal massacro di Piazza Tiananmen. La società di oggi è troppo distratta, forse volontariamente distratta, e sta perdendo il focus. Gli scrittori, gli intellettuali, gli artisti, dovrebbero essere le campanelle di allarme della memoria dimenticata. Le antenne di una società con troppe frequenze, quindi nessuna frequenza. Una società atona, alla Orwell, in cui si ama il Grande Fratello. Ma intravedo sempre una luce al di là del tunnel, nonostante tutto sono un profondo ottimista. Vedremo presto di che colore sarà questa luce.

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Adriano Angelini Sut


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