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Non si vince la battaglia culturale replicando faziosità e dogmatismo della sinistra

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Con non poco orgoglio personale mi metto sulla scia di Daniele Capezzone, che più di me può permetterselo, e dò anche io “qualche consiglio (rigorosamente non richiesto, e realisticamente destinato a non essere ascoltato)… al variegato mondo intellettuale, di pensatori liberi, di personalità, che – in modo più o meno impegnato – offrono il loro contributo di idee” all’area politica del centrodestra. Sono consigli, i miei, che non solo integrano ma modificano in parte quelli dati dall’amico Daniele, a dimostrazione di quante appunto siano le sfumature nell’area di destra o conservatrice.

Il fatto è che io desidero prendere sul serio l’affermazione di evitare posizioni “troppo ideologiche, dogmatiche, schematiche”: non per quieto vivere ma perché proprio questo esige il liberalismo così come da me concepito. Che non è quello ovviamente dei liberal, a cui giustamente va contestato, come fa Capezzone, non solo una visione chiusa e illiberale del mondo e della vita ma anche il tentativo di imporre a noi, che spesso ci caschiamo, il campo semantico entro cui si definisce ciò che è “veramente” liberale e ciò che non lo è. Ma forse il liberalismo non è nemmeno quello dell’antistatalismo o del liberismo sempre e comunque. In ogni caso, il problema, prima che economico, è culturale: gli schematismi e gli ideologismi possono stare da una parte e dall’altra. Meglio allora porsi in modo rigorosamente laico e pragmatico nei confronti dei problemi effettuali. Essi vanno risolti, nell’ottica a noi cara, della libertà, ma caso per caso.

Questo ci fa capire perché, da liberali siffatti, cioè liberali senz’altro, contestiamo certi toni e un certo stile assertivo e “volgare”, sicuro di sé, che ha oggi corso nella comunicazione politica nel centrodestra, soprattutto sui social. Non è per noi un problema di buone maniere, estetico, politico o morale: è ancora e sempre un problema culturale. Esso è problema solo nella misura in cui comporta proprio ciò che abbiamo sempre contestato, da liberali, ai non liberali, cioè prima di tutto alla sinistra italiana: la delegittimazione morale dell’avversario, il manicheismo (il bene sta solo dalla nostra parte), la faziosità, al limite il fanatismo. Perché, allora, ripetere questi vizi endemici tali e quali, seppur col segno cambiato? Non si vince la battaglia culturale, e in fondo neanche quella politica, se alle verità di parte di una parte noi si oppone la verità di parte della nostra parte. E mi si scusi il gioco con le parole. La si vince solo se si fa trionfare la verità, senza aggiunte. Questo non significa essere ambigui, o non avere posizioni nette e precise. Significa che, per rendere autorevoli le nostre posizioni, occorre saperle argomentare e non gridarle. Dobbiamo continuamente smascherare la “malafede” e l’ipocrisia altrui senza però dare minimamente adito a che si possa anche solo pensare qualcosa del genere di noi.

Il mondo dei liberali è imputo, imperfetto, fatto di chiaroscuri. È un mondo politico, cioè di mediazioni e compromessi. Urlare fanaticamente non è mai politica, ma ideologia. E questo è stato il “male radicale” del Novecento, il secolo che ha messo a più dura prova il liberalismo. Non dobbiamo reiterarlo. Oggi la destra rappresenta la giusta reazione a tutto quanto di ipocrita e illiberale, di ideologico e antipolitico, vige a sinistra, soprattutto nella cultura del politically correct. E i liberali non possono non essere alleati dei “sovranisti” e dei conservatori se questo serve a recuperare il valore della politica e della democrazia, e quindi della libertà (che è sempre situata e mediata) contro i tentativi di omologazione e conformismo propri delle culture cosmopolitiche e multiculturaliste. Non per sostituire un conformismo all’altro ma affermare le diversità reali e concrete di cui è fatta la vita umana. Come giustamente dice Capezzone, lasciamo fare ai politici la politica, che la sanno fare meglio di noi. Quanto a noi facciamo la politica da intellettuali. Faremo cosa utile e gradita anche a loro, e saremo da loro apprezzati e considerati.

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Corrado Ocone


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