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Non saranno moduli chilometrici e burocrazia a garantirci la nostra privacy, ma l’autodifesa

di Roberto Ezio Pozzo, in Cultura, Media, Quotidiano, del

Già vi parlai, tempo fa, e proprio su Atlantico Quotidiano, delle contraddizioni in merito alla normativa a tutela della cosiddetta privacy. I miei timori erano fondati ed i miei dubbi confermati dall’osservazione dei fenomeni sociali in corso. Proprio in questi giorni assistiamo ad innumerevoli dispute teoriche su quanto poco rispettosi della nostra privacy siano i media ed il web. Si passa dalle sciocche e penalmente irrilevanti indiscrezioni sulla vita privata altrui che ci veicolano i reality show, al sempre più pervasivo utilizzo dei nostri dati personali incautamente affidati alle app che installiamo sui nostri smartphone e persino su quelli dei nostri figli.

Nonostante anche in Italia si siano create strutture ad hoc, prima fra tutte l’Autorità Garante della Privacy, sulla scorta di una normativa europea non sempre, per non dire quasi mai, chiara ed univoca, il problema rimane in larga parte irrisolto. Non sono dunque sufficienti chilometrici moduli da compilare per la più banale delle interazioni commerciali e non basta di certo riempire i siti web di avvertimenti che ci informino sull’eventuale utilizzo esterno dei cosiddetti cookies di cui essi sono infarciti. Non avevo il minimo dubbio allora e non ne ho adesso: se non si può limitare l’illegalità con l’apposizione di cartelli e manifesti, figuriamoci se riusciremo mai ad impedire a chi del web ha fatto la prima fonte di reddito, di trarre profitto dai dati altrui, soprattutto quelli che permettono la cosiddetta “profilazione”, che consente di tempestarci di offerte commerciali ben mirate, sulla base dei contenuti che abbiamo richiesto nella nostra navigazione telematica. Non ci voleva certo un gran solone a dirlo e non era nemmeno necessario mettere su l’ennesimo baraccone di stato per constatare che sul web ed in molte altre circostanze siamo attentamente tracciati e seguiti. È il progresso, bellezza.

La dura realtà risiede nel nostro comportamento sociale diffuso, ossia nella nostra insopprimibile voglia di essere in rete, di mostrarci, di dire la nostra con i mezzi più accessibili e veloci d’oggi. Quello che è cambiato velocemente nella società è proprio l’estrema facilità di renderci pubblici, anche oltre ragione e convenienza, ed è proprio questo ad aver aperto nuovi orizzonti, non sempre scevri da pericoli. Abbiamo santificato la rete e addirittura spendiamo sempre più danaro pubblico nelle infrastrutture informatiche, quelle user-friendly per permetterci di stare connessi 24 ore al giorno, qualunque siano il nostro grado di cultura e la nostra disponibilità economica, ma, purtroppo, quale che sia il nostro livello di civiltà. Di qui non ci muoviamo e non potrà che andare peggio, dal punto di vista dei rischi di sempre maggiori intrusioni nella nostra sfera privata. Mica per niente, in molte organizzazioni criminali vengono ancora utilizzati i pizzini!

Anche in questo campo, ripetendo un errore di metodo e mancando di strategia, siamo proprio noi a sempre più inserire i nostri dati più personali, salvo poi lamentarci che qualche malfattore ne faccia un uso scorretto. Sarebbe come consigliare a tutti di lasciare sempre aperto l’uscio di casa, rafforzando però il pattugliamento da parte delle forze dell’ordine, piuttosto che raccomandare anzitutto di chiudere a chiave la porta di casa, e non soltanto quando noi non ci siamo. Per quanto ogni forma di censura sia sempre odiosa e mai giustificabile, escludendo quindi ogni sorta di controllo statale indiscriminato nei confronti dei suoi cittadini, non rimangono molti altri mezzi a nostra difesa.

Ma, allora, che facciamo? Se ognuno di noi può dire e fare ciò che preferisce (mi riferisco soprattutto alla nostra vita telematica) e si voglia evitarci di trovarsi nei guai, parrebbe ai legislatori europei che la soluzione adeguata sia il rispetto di una normativa contraddittoria e confusa che ci costringe a manifestare decine di consensi prima di poter cercare su internet il volantino del supermercato. È, in sostanza, il paradosso del “tutto possiamo tutti” nella più smaccata contraddizione del virgiliano “non omnia possumus omnes”, benché tornare all’epoca delle Bucoliche non si può di certo, ma ben più pericoloso sarebbe illuderci di non avere limite alcuno nell’uso di mezzi di comunicazione inimmaginabili soltanto una ventina d’anni fa. Dovrebbe quindi entrare in gioco il raziocinio, il prudente discernimento tra bene e male, l’autodeterminazione positiva del buon cittadino, il quale, lasciato, sì, libero si comunicare con chi vuole quando vuole e col mezzo che vuole come sancito dall’art. 21 della nostra Costituzione, ma molto spesso ciò non avviene.

Per quanto la presente analisi possa apparire troppo semplicistica, soprattutto agli occhi di chi fa della complicazione un’arte sopraffina, difficilmente si sfugge da questa criticità che le norme sulla protezione dei dati personali non dissipano affatto. La struttura intera della privacy, per chiamarla come la chiamano tutti, è basata, in sostanza, su un controllo preventivo (moduli e registri assolutamente non personalizzabili) ed una successiva valutazione, in molti casi soltanto eventuale (organi di controllo). Ma non si dimentichi che nessuno di noi ha veramente chiesto o votato tale normativa a tutela della riservatezza, avendone invece richieste inutilmente ben altre, come una legge chiara e severa che tuteli la nostra incolumità personale, che in ampie zone del Paese e delle nostre città non è affatto garantita. Guarda caso, la normativa sulla privacy ci è stata imposta dall’ineffabile Europa, sempre prodiga di leggi e regolamenti che controllino cosa e come ciascuno di noi faccia a casa propria.

Non fraintendiamo: chi scrive non sta caldeggiando la totale assenza di controlli nel mare magnum di internet, ma è il concetto di accountability, espressamente indicato dalla normativa europea GDPR, inteso come “patente di soggetto che rispetta la privacy” a non piacermi affatto. Per l’ennesima volta, se compili accuratamente un po’ di scartoffie senza nemmeno capire cosa vi è scritto sopra, ottieni l’etichetta di persona per bene, ossia autorizzata a fregiarsi della predetta accountability. Che poi a dichiarare circostanze falsissime nei formulari e nelle autocertificazioni siano la maggioranza assoluta di chi le compila, non importa proprio a nessuno. Da lì dobbiamo passare, ossia tra le forche caudine della burocrazia più resiliente ed autoreferenziale.

Concludo con un esempio che mi pare la prova lampante di ciò che ho provato ad esporre sinteticamente in questo sorvolo sulla materia della privacy. Aprite internet, un sito qualsiasi, e subito v’imbatterete nel formulario sulla privacy, altrimenti non potrete continuare la navigazione su quel sito. Apriamo la finestra a comparsa, piazzata al centro della pagina. Troveremo una lunga serie di autorizzazioni da concedere o negare al responsabile della pagina web, e non voglio nemmeno soffermarmi su quanto la lista dei punti specifici sia chiara. Ciò che è ridicolo ed impossibile da capire è il meccanismo del “Consenti” o “Nega” da darsi ad ogni singola autorizzazione, perché sulla maggioranza dei siti web se non confermate tutto (o quasi tutto) non s’illuminano i tasti che volete scegliere e quello che permette di salvare le preferenze e continuare a navigare sulla pagina, ma se cliccate su “acconsento a tutto”, tac! la finestra si chiude. Conseguenza pratica? Per non perdere mezz’ora a capire il meccanismo e fare prima, mettete tutti “si” ad ogni richiesta di consenso. Mettiamoci anche la questione logica che riguarda le doppie negazioni e la frittata è fatta. Provateci e ditemi se nessuno di voi non conceda tutte le autorizzazioni, senza nemmeno leggerle, almeno una volta al giorno, solo per praticità. Chi dovrebbe controllare c’è (la suddetta Autorità  Garante) ma lo fa davvero? Direi proprio di no, da quanto vedo persino su siti d’importanza internazionale.

E non parliamo dei social utilizzati dallo smartphone, perché non basterebbero molte altre pagine, ma il meccanismo è il medesimo. Più che il controllo dell’età minima (facilmente aggirabile) per togliere quella sconfortante cretinata di Tik Tok dalle mani dei bambini, bisognerebbe fare davvero di tutto perché gli smartphone non vengano dati loro in uso dai genitori. Ma, in questo caso, persino l’onnipresente Europa s’arrende. Siamo cresciuti senza smartphone e senza internet e posso dire di conoscere davvero pochissimi disadattati tra gli over 30. Stiamo esagerando con le scemenze. Altro che scioglimento dei ghiacciai! Un’ondata di totale stupidità diffusa ci sommergerà molto prima.

Roberto Ezio Pozzo


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