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Non eravamo quelli del cappio e del Raphael: Giacomo Chiappori parla della Lega di Bossi

Avatar di Paola Sacchi, in Politica, Quotidiano, del

Tra le poche buone notizie di questi giorni, in cui siamo Mes(si) male, la concessione della grazia da parte del presidente della Repubblica Sergio Mattarella a Umberto Bossi, condannato per le “offese” al presidente emerito Giorgio Napolitano. Il “capo” – chiamato così ancora in Via Bellerio per rispetto verso il fondatore della Lega Nord e presidente a vita della Lega – dette a Napolitano del “terrone”. Ma non andò meglio a Silvio Berlusconi che, pur non essendo capo dello Stato, lo portò con la Lega (allora Nord) al governo. E non benissimo andò agli stessi suoi, con i quali ancora oggi narrano che pur molto acciaccato al consiglio federale continui a fare ironiche e affettuose (ora) gag del tipo: ma andate tutti aff.

Ecco, c’era un tempo in cui “L’Umberto” non era esattamente buonissimo. Anzi, metteva persino un po’ paura. Spietato com’era innanzitutto con ss stesso, unico leader venuto dal nulla, una media ricordano di più di 100.000 km al mese, guidando da solo la sua scassata Citroen, con manifesti, colla, volantini e megafono. Modalità per le quali oggi il “capitano” Matteo Salvini, che così ha fatto per anni prima di diventar Salvini, nel gotha di Via Bellerio è ritenuto “vero, degno erede di Umberto, se non altro per la resistenza anche fisica”.

Umberto, il maestro, vero animale politico, molto raffinato nei ragionamenti. Pochissimi ancora oggi ad esempio sanno che il “Barbaro di Gemonio” – il quale diversi anni dopo alla sottoscritta rivelò a margine di una delle tante interviste per Panorama “io lanciai la secessione per ottenere la Devoluzione” – prese a pesci (oggi si direbbe a sardine) in faccia Luca Leoni Orsenigo. Dopo l’esibizione di quell’orrido cappio, “il capo” convocò Orsenigo al gruppo del Carroccio a Montecitorio. Non si sa bene esattamente come andò. Bossi non ci andava certo leggero. Qualcuno narra che si sentirono urla per ampie zone del Palazzo. Insomma, un bel cazziatone dal capo assoluto della Lega Nord, da lui federata nel 1991 a Pieve Emanuele, dove, mi raccontò tanti anni dopo, fece praticamente una cosa tipo finta alla Rivera ai veneti, che per primi fondarono la Liga.

Giacomo Chiappori, ex parlamentare della Lega Nord per tante legislature, fraterno amico del “capo”, oggi sindaco ligure di Diano Marina, però l’episodio se lo ricorda bene ancora oggi:

“Io non ho assistito a quella ramanzina di Umberto a Orsenigo. Però, conoscendolo bene, immagino… (ride di gusto ndr). So però bene quello che Umberto disse a lui e a noi tutti: la Lega è forza di opposizione, di rinnovamento, però tu, Orsenigo, che non mi hai manco avvertito, ‘sto casino non la farai mai più in Parlamento. Perché il parlamento non deve esser usato per queste menate qui. Anche perché non servono a un c… Il Parlamento e Craxi tu non li devi insultare così”.

Prosegue Chiappori:

“Ci hanno da allora e per sempre descritto come quelli del cappio. Ma noi non eravamo quelli del cappio, sputtanati dai media ancora oggi per questo qui, che sfuggì a ogni controllo. E che Umberto voleva espellere subito”.

Lo fece di fatto due anni dopo, Orsenigo se ne andò e sostenne un candidato progressista in Lombardia che venne asfaltato da Roberto Formigoni. Denuncia Chiappori:

“Ci hanno mostrificati ad arte perché noi in realtà anziché essere quelli del cappio eravamo un partito che voleva un’Italia confederale. Questa era la nostra rivoluzione. Che Bettino fu l’unico leader a capire, sfidandoci venendo proprio a Pontida”.

Craxi lanciò da Pontida maggiori autonomie regionali, proprio perché fervente sostenitore dell’unità dell’Italia. Chiappori si accalora anche rispetto alle accuse degli stessi socialisti ancora oggi:

“Ma quale c… di Raphael? Eh! Noi quel giorno non c’eravamo. Se poi qualche scemo ci andò non lo so, ma io sono sicuro di no. Se non altro perché Umberto ci aveva vietato di frequentare Roma ladrona, ovvero metafora del potere centrale. E comunque la nostra rivoluzione, insisto, non era il cappio ma uno Stato confederale. Andarono a tirar monetine i comunisti… e ricordatevi che Umberto definì, con noi, Craxi non solo statista, di più: l’ultimo vero politico”.

Chiappori fu uno dei pochi che, quando Bossi non si cambiava d’abito anche per una settimana di seguito, osò un giorno dire al “Barbaro di Gemonio”: “Umberto, ma cambiati almeno ‘sti c… di pantaloni, fai schifo ad andar in giro così, anche in Parlamento”. Il “Barbaro” gli dette ragione e gli disse: “Vammi a comprare qualcosa, che io non ho mai tempo”. Umberto e Bettino si combattevano, litigavano anche di brutto, ma si rispettavano. Quando si parlavano in privato sembra che Craxi gli dicesse: almeno con te, ho il gusto di parlare in dialetto lombardo.

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Paola Sacchi


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