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Non dobbiamo chiedere l’elemosina a Bruxelles: qualche idea per ripartire sulle nostre gambe

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Riceviamo e volentieri pubblichiamo questa lettera aperta del prof. avv. Alessandro Varrenti

Era tutto chiaro e fin troppo prevedibile dall’inizio. Il lockdown progressivo, l’improvvisazione nelle decisioni, i pasticci nell’emanazione delle norme, la loro incomprensibilità e, per dirla semplicemente, tutto il casino che ne sarebbe derivato. Così come era prevedibile che sotto Pasqua si sarebbero prorogate le misure restrittive, perché si sa che in Italia le cose difficili da digerire si fanno a livello politico nei periodi di festa (basta andare a vedere i provvedimenti “balneari” della storia della Repubblica); anche se in questo caso non c’è nulla da festeggiare.

In fin dei conti, è triste dirlo, siamo sempre l’Italia dell’8 settembre: ognuno per sé e Dio per tutti. Quello che era meno prevedibile è il narcisismo che ha caratterizzato gli annunci dell’adozione di queste decisioni da parte di chi ci governa. Conte. Un avvocato non troppo noto a certi livelli nell’avvocatura, e non molto più noto a livello accademico. Absit iniuria verbis. In un Paese di Avvocati e di Accademici ci sono mille nomi, o forse più, che vengono alla mente, di professionisti che hanno maggiore dimestichezza con le questioni di diritto pubblico. O di diritto dell’Unione europea.

Eppure, nell’ex cerchio magico del M5S, una figura del genere si staglia come quella di un gigante. Un avvocato e docente universitario in mezzo a chi non ha, in media, mai aperto un libro, è l’incarnazione del detto latino “Beati monoculi in terra caecorum”. Di Maio. Non parla neanche inglese, con altri intorno a lui che lo parlano a un livello paragonabile, forse, a quello di un agente di viaggio (con tutto il rispetto per chi fa quel lavoro). Eppure, fa il ministro degli esteri. Dopo essersi distinto in un recente passato (da ministro e vice premier) anche per l’appoggio ai Gilet Gialli, tanto da andare a trovarli di persona per testimoniargli la propria solidarietà. L’unica speranza, in verità più che fondata, è che in quella occasione non si sia fatto capire. Prima interloquiva anche su temi di economia, di macro economia, con colleghi stranieri e autorità, in Italia e all’estero. Un mistero vivente. Io, in tutta umiltà, quando faccio lezione all’università mi preparo su quello che devo dire. Ripasso, studio. Con tanti anni di professione alle spalle. Questo ragazzo, invece, parla senza sapere di cosa parla. Ma lo ha fatto e continua a farlo. Come? Un mistero vivente, il più grande. La colpa di tutto questo? Di un bravo ex e tuttora comico? No. Di anni, decenni di malgoverno, di ruberie e di scandali. Chi ha votato i 5 Stelle lo ha fatto in gran parte per schiaffeggiare chi ha aveva governato prima, non per mandare loro al governo. Solo che non l’hanno capito neanche loro, i votati; e il rimedio si è rivelato molto peggiore del male anche per i votanti. Nulla di personale: ma se non hai studiato, non puoi parlare di cose che non sai. Più o meno come se ti chiedessero di fare un’operazione a cuore aperto senza neanche aver preso una laurea in medicina. Fai brutta figura, e passi pure; tanto la dignità del silenzio non te l’hanno insegnata. Ma il dramma è che la fai fare al Paese che rappresenti, a mortale discapito della sua credibilità. Se ti chiami Italia già parti con l’handicap, che ha tanti nomi: Monte Paschi di Siena, o dieci o cento altre banche e i disastri che hanno combinato, oppure i furbetti del quartierino, Banca d’Italia e le vigilanze, il Banco Ambrosiano, Calvi, la Parmalat, Mani Pulite, e mille altre vergogne nazionali, di cui non basterebbe un libro ad elencarne i nomi; o il bunga bunga di chi aveva tutti i mezzi per far benissimo e si è in buona parte rovinato da solo. Scandali su scandali che ci hanno (s)qualificato in modo irreparabile negli anni. Figurati se poi a parlare a tuo nome in giro per l’Europa o il mondo ci mandi Di Maio. Ma c’è bisogno delle gag di De Luca per rendersene conto?

Vengo al punto. Primo. Non ci vuole un genio per capire che l’Unione europea è un condominio, basta guardare come funziona: per di più è male assortito, e gli abbiamo ceduto il potere più importante di un Paese, quello di gestire la propria economia e di stampare la propria moneta. Immaginiamo di comprare una casa e poi di dare a qualcun altro le chiavi del salvadanaio. Se devi fare la spesa, devi chiedere il permesso a chi è più forte di te e ti considera fondamentalmente come un Pulcinella irrimediabilmente imparentato con la criminalità organizzata. Chi ha torto? Chi fa gli interessi propri, o chi glielo ha permesso?

Secondo, in realtà ancora più importante del primo. Il sogno europeo. Ma di chi? Di popoli che a partire dalla storia della fondazione di Roma fino a settant’anni fa, o poco più, si sono ammazzati periodicamente con guerre, saccheggi e invasioni di ogni tipo per oltre dieci secoli? Di popoli che a tutto voler concedere si rispettano, ma che all’interno dei loro Paesi hanno movimenti indipendentisti che ne minano la coesione a livello nazionale? Basti pensare alla Spagna: chi è catalano si presenta così, e non dice di essere spagnolo. Gli Stati Uniti d’Europa? In America gli Stati Uniti sono stati creati dal popolo americano, con una guerra di indipendenza e con la voglia feroce di mettersi insieme. Qui stiamo parlando del sogno, e quindi dell’utopia, di un gruppo di governanti che si sono avvicendati nel tempo, senza un movimento popolare che glielo chiedesse, nel creare una mostruosità giuridica. Che non ha neanche una Costituzione propria, ma poggia la sua esistenza su una serie di trattati. Viepiù, gestita di fatto, come è peraltro logico che sia, da chi è diventato più forte degli altri approfittando delle debolezze altrui.

Terzo. La Germania. Oggi la criticano tutti in Italia; sbagliando. Anche qui, è una questione di storia: chi l’ha studiata sa che i tedeschi sono, per loro natura, ontologicamente portati a comandare e a schiacciare gli altri. La lista dei peggiori conflitti in Europa li vede in testa come i primi responsabili di tanti disastri che hanno massacrato questo Continente. E tanto basterebbe a capire che se gli dai un dito si prendono il braccio. Ma non è colpa loro: è nostra che glielo abbiamo permesso, e che andiamo a parlare con la Merkel e i suoi come un mendicante che chiede l’elemosina, facendo il piagnisteo e invocando solidarietà. Oltre tutto, e questo non lo ricorda nessuno, con due macigni sulle spalle. Uno recentissimo, l’aver chiesto di sforare il rapporto del debito pubblico per foraggiare il reddito di cittadinanza. Cioè: dammi i soldi o fammi fare altri debiti, non perché devo investire ma perché li devo dare a chi non lavora e non voglio provare a farlo lavorare. L’altro, atavico. Abbiamo un debito pubblico tra i più alti al mondo, eppure il risparmio privato più elevato. Cosa deve rispondere un tedesco a chi gli chiede di aprire la cassa? Prendi i soldi a casa tua. È una riposta troppo difficile da immaginare? Abbiamo letto che hanno tirato fuori la solita storia della mafia. Ignoranza. Alla quale, se si volesse scendere allo stesso livello facendo simili discorsi di bassa lega basterebbe rispondere ricordando che Totò Riina rispetto a un gerarca nazista o a chi ha gestito i campi di concentramento, è poca cosa. Oppure facendogli vedere le migliaia di croci di cui è tappezzata l’Italia dai crimini di guerra commessi dai tedeschi nell’ultima guerra; ancora vivi nella memoria di molti. Ma non sarebbe il giusto terreno di confronto. Perché non è con la polemica che si trattano questioni di questo tipo.

Se vai in Europa, Conte o Di Maio che tu sia, devi andare ad imporre le tue regole, non a chiedere l’elemosina. Cioè: o si fa così o si fa così. Questo è l’unico atteggiamento possibile. Altrimenti, se sai già (come dovresti sapere) quale è la risposta alle tue richieste, stai a casa. Studia, ascolta chi ne sa più di te (non ci vuole molto) e trova una alternativa. L’idea di Giulio Tremonti dei titoli di Stato acquistati dagli italiani? Troppo semplice e troppo intelligente per essere capita anche da un analfabeta? Vero, Tremonti è un extra terrestre rispetto a chi oggi ci sta gestendo. Ma basterebbe ascoltarlo. Altre idee? Ce ne sono e ce ne possono essere dieci, cento, mille. Abbiamo in Italia una quantità di persone capacissime, fenomeni che quando vanno all’estero si fanno rispettare e apprezzare come i primi della classe. Ilaria Capua è dovuta andare in America a far vedere quanto è brava. Ma è possibile che mandiamo fuori gente del genere e mandiamo in giro chi non parla neanche le lingue? Bene, questa è una semplice analisi dei fatti, e negarla è davvero difficile.

Non c’è bisogno di chiedere l’elemosina a Bruxelles; anche perché sappiamo che non ce la faranno, che semmai la facessero ce la rinfaccerebbero a vita, e che gli interessi veri su quei soldi sarebbero un’ipoteca sulla vita di chi verrà dopo di noi. Basta affrontare il tema con lucidità e aggressività. Niente tasse per chi investe, misure facili e aggressive quanto basta per mettere i soldi in circolo. Ci sono migliaia di buone aziende in Italia che possono risollevarsi, e i loro lavoratori con loro, con i soldi dei lavoratori. Investimenti solo di minoranza, per non perdere la gestione di ciò che si è creato, bene assistiti e ben protetti ed equilibrati contrattualmente per tutte e due le parti, chi investe e chi riceve l’investimento. Italia su Italia. Sono soluzioni già praticate, da Sace e Invitalia, per gli investimenti italiani all’estero o per le start up. Basta adattarli alle nuove esigenze, aumentando la potenza di fuoco, e rimodularli di conseguenza. Altre soluzioni, vecchie ma mai implementate: la creazione di una o più tax free area in Italia. Ne hanno parlato in tanti, anche all’epoca dell’Expo a Milano, ma non se ne è mai fatto nulla. La scusa per dire di no? Perché così facendo si rischia di favorire la criminalità organizzata. E quindi nelle Channel Islands o nelle zone Ue a fiscalità agevolata (ad esempio l’Irlanda) ci sono solo la ndrangheta o i loro parenti tedeschi? Non scherziamo. Gli strumenti di controllo esistono e vanno utilizzati per evitare fenomeni di deriva.

Ma se siamo in tempo di guerra, come ci hanno detto i nostri governanti, per uscirne non si reagisce con i rimedi normali e le chiacchiere della burocrazia, che fino ad ora hanno prodotto solo fiumi di parole nei talk show ed effetti pari allo zero spaccato. Con il rischio, che in realtà è una certezza, che al risveglio si contino più le morti da suicidio di chi non ce la fa a riaprire il negozio o la propria attività, quale che essa sia, di quelle prodotte da questo maledetto virus. Che non si combatte con l’aspirina. Se non mettiamo capitale di rischio, oltre a quello di debito, nelle aziende, chi ci ha contagiato comprerà con moneta fallimentare quello che sarà rimasto in piedi. Se invece reagiamo, e facciamo lavorare chi sa, mettendo da parte chi non ha idea di come si fa, ce la possiamo fare. Numeri alla mano. Questo non è un sogno, ed è realizzabile subito.

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