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Non cadere nella tentazione centralista, l’emergenza sanitaria conferma che ci vuole federalismo

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La performance della Lombardia è stata negativa, perché troppo conforme alla politica nazionale. La performance del Veneto è stata molto migliore, perché Zaia ha deciso deliberatamente di seguire una propria strategia, a costo di sfidare le direttive del governo centrale

La centralizzazione sarà l’esito più probabile di questa anomala stagione di pandemia. Il centralismo sanitario è sulla bocca di tutti i politici di maggioranza, come conseguenza del presunto fallimento della sanità lombarda, da tutti additata come prima responsabile della strage (non è vero, come vedremo in seguito, ma la vulgata dice così). Sempre sul centralismo è improntata tutta la strategia di rallentamento del virus, almeno a partire dal Dpcm “Io resto a casa” dell’11 marzo che è stato applicato in modo uniforme dopo l’apertura delle zone rosse. È sempre centralista l’atteggiamento del governo contro le Regioni che non si allineano, soprattutto contro il Veneto che, sotto la guida di Luca Zaia, da sempre ha adottato una sua strategia regionale contro l’epidemia e adesso anche contro la Calabria, che ha accelerato i tempi della riapertura di attività come bar e ristorazione su iniziativa della presidente Jole Santelli.

Eppure, mai come in questo periodo, abbiamo avuto bisogno del federalismo. Questa epidemia lo dimostra meglio di tanti altri episodi della nostra storia repubblicana. Prima di tutto, abbiamo l’esempio di due regioni vicine e colpite dall’epidemia esattamente negli stessi giorni di febbraio: Lombardia e Veneto. I risultati sono diversissimi quasi a parità di condizioni. In Lombardia si registra la strage peggiore di tutta Italia: 76.469 casi e 13.860 morti (dati del 1 maggio 2020), quindi la metà di tutti i morti nel Paese. In Veneto, al contrario, si contano in tutto 18.098 casi e 1.479 morti. Anche leggendo i dati in proporzione alla popolazione, in Lombardia abbiamo 1 morto ogni 726 abitanti, in Veneto uno ogni 3.380. Cosa vuol dire? Che il Veneto ha seguito una strategia funzionante e la Lombardia no. La mentalità centralista spinge a trovare la soluzione nel commissariamento della sanità della Lombardia, considerata la punta di diamante del Sistema sanitario nazionale fino a tre mesi fa ed ora caduta in disgrazia. E il commissariamento sarebbe la premessa perfetta per una centralizzazione di tutto il sistema. Ma ci sono due errori in questa proposta: una nel merito e una nel metodo.

Nel merito: perché la Lombardia ha sbagliato strategia? Contrariamente al Veneto ha fatto troppo pochi test diagnostici dopo la chiusura della zona rossa di Codogno (unica realtà in cui i test sono stati effettuati a tappeto), poi ha tardato a proclamare la zona rossa nella provincia di Bergamo e infine si rimprovera alla Regione di aver adottato una strategia pericolosa suggerendo il trasferimento di malati leggeri di Covid-19 nelle case di riposo. Ma da dove vengono questi errori? La disposizione sui tamponi da effettuare solo sui sintomatici è del 26 febbraio e viene dai vertici della sanità italiana. Per quanto riguarda la decisione sulla zona rossa nella provincia di Bergamo, la giunta Fontana ha preferito attendere il consenso del governo centrale e, quando pensava di averlo ottenuto, l’8 marzo il premier Conte ha annunciato in televisione che tutta la Lombardia sarebbe diventata una “zona rosa”, quindi blocco sui confini regionali e apertura delle zone rosse al suo interno. Una strategia perfetta… per diffondere il contagio in Lombardia. Il terzo rimprovero, la disposizione sulle case di riposo, sarà ridimensionato nei prossimi processi: la delibera regionale dell’8 marzo non aveva valore vincolante, vi hanno aderito poche strutture e solo quelle in grado di isolare i pazienti Covid-19. Ed era, anche qui, l’applicazione di linee guida generali, seguite da tante altre regioni, come dimostrano i casi di Lazio ed Emilia Romagna che hanno promosso politiche analoghe. Quindi, riassumendo: la performance della Lombardia è stata negativa, perché troppo conforme alla politica nazionale. La performance del Veneto è stata molto migliore, perché Zaia ha deciso deliberatamente di seguire una propria strategia, a costo di sfidare le direttive del governo centrale. La polemica sui test a tappeto, in particolar modo, è stata molto accesa, con Walter Ricciardi che, dall’Oms, accusava la Regione di agire in modo “anti-scientifico”. In pratica, quel poco di autonomia di cui già dispone, ha permesso al Veneto di correggere gli errori commessi dal governo centrale. La lezione da trarre è che il federalismo salva le vite.

Nel metodo: chi vuole centralizzare il sistema sanitario sottovaluta il potere innovativo della competizione. In questa epidemia abbiamo visto un esempio di strategia funzionante in Veneto, molte ricerche innovative, sia mediche che industriali, in Lombardia, esempi di eccellenza medica anche a Napoli. Tutti sono liberi di imitare cosa funziona meglio, caso per caso. Le autonomie sanitarie non hanno impedito alle eccellenze di emergere. Senza autonomia regionale, il professor Crisanti dell’Università di Padova non avrebbe potuto suggerire a Zaia le sue strategie, avrebbe dovuto obbedire alle direttive di un ministero che lo riteneva “anti-scientifico”. E assistere alla perdita di molte più vite, quasi certamente. In un sistema altamente centralizzato, non è affatto detto che il migliore prevalga sul peggiore e la standardizzazione avvenga verso l’alto.

Il federalismo è, a maggior ragione, importantissimo nella “Fase 2”, quella della riapertura. Tutti concordano che questa fase debba avvenire gradualmente perché l’epidemia non è affatto finita. Ma per gradualità non si dovrebbe intendere solo quella temporale: è importantissima anche la gradualità territoriale. Le regioni più colpite dovrebbero mantenere forme più o meno pesanti di controllo, ma quelle che registrano pochi o nessun caso che colpa hanno? Che senso ha un lockdown in Molise, che registra 2 nuovi casi al giorno (in media settimanale)? Che senso ha il lockdown in Basilicata, con 3 nuovi casi giornalieri in media settimanale? O in Calabria (5 casi giornalieri)? O in Umbria (4 casi)? Devono applicare le stesse regole della Lombardia, con 745 nuovi casi al giorno in media settimanale. Devono rassegnarsi a subire regole che uccidono la loro economia, tenendo forzatamente chiusi bar, ristoranti, alberghi, spiagge. I loro cittadini devono ancora stare al chiuso, possono uscire solo fra mille restrizioni poco chiare, possono andare a trovare solo i “congiunti”, vengono multati se si allontanano troppo dal loro domicilio a causa un’epidemia che non si placa, ma è localizzata dall’altra parte della Penisola, a centinaia di chilometri da casa loro.

Quanto sarebbe più logico che ogni regione, in base alla situazione attuale e locale, potesse decidere cosa aprire e chiudere, dove imporre le sue zone rosse, quali strategie adottare per isolare i contagi. Invece no, si deve, per ideologia, marciare uniti, per vincere o morire tutti insieme. Soprattutto: morire (economicamente) tutti insieme.

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Stefano Magni

Giornalista e saggista. Redattore esteri del quotidiano L’Opinione, collabora con La Nuova Bussola Quotidiana, Atlantico quotidiano e diverse altre testate.

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